Pubblicato giovedì 27 Agosto 2026 alle 01:03 da
Francesco
Questo film francese del 1967 è particolare, più di quanto lo siano quelli per i quali in passato ho speso il medesimo e ormai inflazionato aggettivo. Il tenore comico dell’opera porta in grembo un monito, o almeno io questo vi ho colto, però non già verso la modernità tout court quanto, invece, nei confronti della velocità di diffusione degli ultimi ritrovati tecnologici: d’altro canto quest’ultima risponde a un processo pressoché ingovernabile come dimostrano il recentissimo passato e il presente. La tecnologia che si affacciava alla fine degli anni Sessanta del Novecento non è paragonabile a quella odierna, tuttavia il cambiamento di usi e costumi, il mutamento del rapporto tra uomo e mondo, lo scalino tra un prima e un dopo, a mio parere risultano validi a prescindere dall’epoca di riferimento, perciò Play Time, film che secondo me si scaglia contro certi aspetti della modernità , come in una sorta di paradosso risulta ancor oggi moderno, sempre attuale: di alcuni film si dice che invecchino o siano invecchiati bene, mentre a mio giudizio in questo caso il tempo non ha fatto valere effetto alcuno del suo inesorabile passaggio.
L’approccio satirico al mondo in evoluzione indusse Tati a fare leva sulla scenografia e sulla fotografia: per la prima eresse un set dispendioso che rassomigliava a una piccola città chiamata Tativille, dove gli ambienti erano squadrati, asettici, dove tanto gli esterni quanto gli interni richiamavano l’asepsi delle sale operatorie. Per quanto riguarda la fotografia invece vi fu la scelta deliberata di optare per colori desaturati nella composizione del set lasciando il dominio a una scala di grigi che solo sul finale, quando l’epilogo si fa speranzoso, lascia ritrovare un certo equilibrio cromatico che si associa a un rinnovato disordine, come se i primi e il secondo fossero specchio dell’umanità : ed è proprio l’umanità , forse, il costo da pagare per ogni avanzamento tecnologico sebbene poi, a mio modo di vedere, anch’essa si ripari per poi rompersi di nuovo al cospetto di un altro cambio, in una perenne dialettica.
Protagonista in questa realtà dal sapore distopico è un personaggio caro a Tati che difatti compare in altri suoi film, ovvero Monsieur Hulot, un ometto buffo, goffo e grottesco, la cui comicità muta (giacché nel film i dialoghi sono ridotti a brusio di fondo e quindi, di fatto, quasi assenti) mi rimanda più alle fredde geometrie di Buster Keaton che alla recitazione un po’ emotiva di Chaplin, ma anche costui può essere chiamato in causa poiché protagonista di Tempi Moderni, film che presenta analogie tematiche con Play Time: a pescare sempre nel cinema muto penso che anche un lieve accostamento con Metropolis di Fritz Lang non sia peregrino né azzardato. Vi sono poi delle associazioni di idee che in me hanno anche carattere postumo, difatti il film mi ha fatto pensare anche a qualcosa di Mondo Cane e poi, soprattutto, a Koyaanisqatsi; quest’ultimo è un film dal taglio documentaristico del 1982 che prende il titolo da una parola della lingua hopi che si può rendere come “vita senza equilibrio”. In ultima analisi credo che Play Time sia davvero un’esperienza unica, divertente e appagante nel suo acume satirico. In calce ho affiancato un’immagine del film con “Il viandante sul mare di nebbia”, celebre dipinto di Caspar David Friedrich, giacché la prima mi ha ricordato il secondo.

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Pubblicato martedì 18 Agosto 2026 alle 00:02 da
Francesco
Ho riletto i Dialoghi di Platone nella tutt’altro che scorrevole versione di Francesco Acri: per me in alcuni passaggi l’uso di un registro aulico e desueto aggiunge fascino allo scritto, come nel Fedro, ma in altre parti, quali il Parmenide, mi sembra che complichi quanto già di per sé pecca d’immediatezza. Il mio dialogo prediletto resta il Fedone, al quale la cura dell’Acri rende un servigio stilistico, per il suo richiamo alla meditazione sulla morte e per il processo a Socrate: quest’ultimo, a sua volta, mi rimanda a un bel film del 1939 che vidi per la prima volta in una remota notte di tanti anni fa su Rete Quattro, con Ermete Zacconi nei panni (o nel chitone d’ordinanza) di Socrate.
“E a scioglierla molto adoperano a ogni ora, come detto è innanzi, quei soli che filosofeggiano dirittamente”.
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Pubblicato sabato 15 Agosto 2026 alle 01:50 da
Francesco
Ogni nuova generazione ha in nuce e porta in grembo critiche da gettare sulla generazione successiva, come se a ogni esodo ne seguisse un altro e poi un altro ancora, ma sempre con delle rimostranze verso i nuovi venuti i quali, a loro volta, le volgeranno a chi sottrarrà loro il primato della gioventù. Non esistono regole, ma soltanto l’illusione di un passato migliore che invece non fu altro che un presente tra i tanti avvicendatisi a colpi di decenni, secoli, millenni. Tutte le estati è la stessa storia, ma la storia in sé si riduce alla sua propria ripetizione: inedite possono esserne la lettura e l’interpretazione date dal singolo individuo, anonima e beata comparsa tra moltitudini di indistinguibili protagonisti.
Non alberga in me il timore di perdere delle occasioni e quindi non ho paura di mancare gli appuntamenti con il destino: ci si può organizzare con quest’ultimo senza che si scomodi il fatalismo. L’eternità ha il mio numero e tutto ciò che lo precede oltre a quanto ha ancora da venire, quindi non si possono accampare scuse né ecpirosi di sorta in merito alle possibilità di un ritrovo preciso: se la linea non dovesse prendere allora basterebbe ricordare che non esiste soltanto la geometria euclidea.
Il più delle volte i miei incontri mi vedono a tu per tu con la mia immagine su una superficie riflettente, perciò non ho nulla di cui lamentarmi. Se non stessi bene con me stesso dovrei avanzare pretese di secessione e indipendenza, invece posso gustarmi una cedrata in totale tranquillità , come se nulla fosse o come se io, invece, qualcosa lo fossi davvero. Non sento mia l’altrui agitazione, la frenesia da occasione mancata, il ballo tarantolato di chi si avvelena da sé: non ho fretta né pretese e del nulla e dello statico mi sento quieto intenditore. Pace a chi pace ben conosce, per gli altri esiste e vige già quanto impedisce loro di esistere. Qui non c’è spazio per i saluti perché viene meno il commiato.
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Pubblicato domenica 2 Agosto 2026 alle 01:51 da
Francesco
Con l’avvento del nuovo mese già si prospetta il grande esodo che di norma si tiene in prossimità delle sue idi, ma io non ho progetti migratori e rimango stanziale nel mio stato d’ampia armonia. Non mi occupo di flussi umani e tutt’al più gestisco con parsimonia il getto dello sciacquone. Forse un domani, ammesso che sorga, potrei tornare a viaggiare se la mia vita interiore mi suggerisse di farlo, ma se mi risolvessi in questo senso di sicuro non mi organizzerei in un periodo di alta stagione o di basso entusiasmo.
Il perimetro delle mie abitudini si estende al di là dei suoi confini visibili. Dimoro in una bella oasi che si trova in mezzo a un deserto senza nome, ma di quest’ultimo forse anch’io sono sprovvisto. Sorseggio piano acqua fresca e frizzante appena la sete si fa sentire, ma talvolta ne bevo ancor prima che il bisogno si presenti. Non ho riferimenti terreni, fatta eccezione per quello che può offrire il magnetismo del pianeta. Una piccola autarchia in regime autoreferenziale, così definisco l’avamposto della mia persona nel cangiante continente del tempo. Assisto a cambiamenti distanti, come se non mi tangessero, come se di notte vedessi il loro dispiegarsi in un cielo limpidissimo e mai offeso dall’inquinamento luminoso. Vi sono altre forme di coscienza e ulteriori modi per stare al mondo, ma alcuni di essi potrebbero figurarmisi soltanto come dei miraggi se io fossi incline alle allucinazioni. Non so se io abbia scelto il mio posto, ma al contempo non ho la sensazione che qualcosa o qualcuno mi ci abbia ristretto: forse la verità è in una via di mezzo che conduce chissà dove o chissà quando, giacché tempo e spazio possono litigare e separarsi. Se anche qualcuno mi cercasse, farebbe fatica a trovarmi: tutt’al più potrebbe incontrarmi e io, se facessi altrettanto, forse cadrei nel medesimo limite.
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