20
Ott

Impuniti e contenti

Pubblicato martedì 20 Ottobre 2026 alle 01:24 da Francesco

Le devastazioni meneghine fanno sorgere in me ilarità e considerazioni nient’affatto inedite, ma di cui apprezzo la riproposizione come se fosse un grande classico della cretineria.
Le cosiddette proteste studentesche da una parte mostrano come i partecipanti spesso non ne conoscano le ragioni e le sfruttino per sfasciare tutto, ma dall’altra mettono in risalto la comica incapacità di contenere le violenze che definisce l’utilità pratica delle forze dell’ordine. Io non provo nessuna solidarietà verso le divise che arretrano: a mio trascurabile giudizio sono del tutto inadeguate, ormai più attente alle regole d’ingaggio e alla burocrazia che alla salvaguardia del bene pubblico e privato; per me non sanno prevenire i crimini, non sanno controllare il territorio e non trasmettono sicurezza, però mi pare che siano molto efficienti quando devono arrestare chi è costretto a difendersi per supplire alle loro mancanze: ovviamente lo stesso grado di sfiducia e insofferenza lo estendo al ministro dell’interno, ai prefetti e ai questori.
Perché dovrei essere solidale con chi reputo incapace? Per timore di ritorsioni?  Con me non può attaccare una cosa del tipo: “Allora quando hai problemi, chi chiami?”. Perché io chiamando le forze dell’ordine non ho mai risolto un cazzo né per me né per altri.
Sono
per la massima repressione possibile, ma non credo proprio che la cosa sia nelle corde delle autorità italiane e soprattutto di chi deve porle in essere in mezzo alle strade. Qualcuno sostiene erroneamente che polizia e carabinieri abbiano le mani legate, ma nel 2001 a Genova, quando i tempi erano diversi e il margine di manovra maggiore (almeno sul piano pratico giacché non v’erano smartphone e le telecamere erano poche), il risultato fu ugualmente tragicomico: la città venne distrutta da criminali impuniti e la gente pacifica fu malmenata.
Secondo me la questione è sempre la medesima, ovvero chi ha di più vuole farlo pesare a chi ha di meno, chi ha di meno vuole prendere quello che appartiene a chi ha di più per farlo pesare a chi ha di meno: in linea di massima la storia è questa e il resto è vuota retorica.

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10
Ott

Da queste parti

Pubblicato sabato 10 Ottobre 2026 alle 02:51 da Francesco

Ho scattato la foto in calce qualche giorno fa, nei primi vagiti di quell’autunno che favoleggia sempre di malinconia e foglie morte, però il mio tenore è un altro e prescinde dalle stagioni.
Sul momento mi era parso che il gatto si fosse messo in posa per completare un quadretto di tenera e spontanea fatiscenza. Quell’istante di già vetusta e superata immediatezza va piano piano inabissandosi, maturando a futura antichità e dimenticanza senza possibile appello alla corte del divenire. Tutto è un attimo e se non lo fosse sarebbe troppo prolisso persino per il cosmo. Non ho nulla di cui dolermi né vanto ragioni di giubilo, bensì mi vedo vagare lungo viali di spazio e tempo dove ogni cosa può colorarsi al mio comando. Sento al mio interno un grande ordine, come se fossi pronto a lasciare il corpo, ma questa impressione non deve valere quale precoce invito al tristo mietitore: tanto poi ci vederemo ancorché nell’oblio la vista sia limitata. Non vivo giorni d’incertezza né ricerco punti fermi, ma procedo sottotraccia senza sforzo alcuno, secondo il piacere della mia indolenza e a Dio piacendo, scomodando per quest’ultimo la maiuscola quale orpello e non certo per un atto di fede di cui non serbo copia.
Solo io posso raccogliere queste mie parole nelle mani come se fossero acqua di sorgente, solo io posso usarle per dissetarmi, ammesso che dalla sete non voglia imparare altro. Non so se io esista più di quanto dia a vedere, ma potrei pormi la questione solo se cercassi di avvicinarmi al cielo con l’ausilio dei tappeti elastici.

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2
Ott

Delirio di impotenza

Pubblicato venerdì 2 Ottobre 2026 alle 16:25 da Francesco

In certi periodi lascio in queste pagine intervalli di silenzio più o meno lunghi, ma anch’essi sanno esprimersi e talora vi riescono meglio di quanto facciano i loro antagonisti. Assisto e partecipo al pieno svolgimento della mia esistenza mentre osservo l’altrui presente che si dispiega in subordine all’ordine delle cose. Qualcuno muore senza salutare, qualcuno non si presenta al cospetto del destino, qualcuno non può esserci giacché non può essere chi è e deve ancora diventarlo: Zarathustra ne cianciava qualcosa.
Alle sempreverdi tensioni generazionali si aggiungono quelle etniche e ciò è permesso dalla debolezza di stati nient’affatto hobbesiani, ma sorretti per hobby da abitudini costituzionali che ormai sprofondano nei loro stessi anacronismi. Credo che ogni sano ammodernamento passi anzitutto per la forza bruta, almeno nei primi momenti. Non vedo molti personaggi in cerca d’autore, però ne conto parecchi che dovrebbero trovare una morte violenta per mezzo delle istituzioni contro cui si scagliano. Di norma le ribellioni non sono migliori di ciò a cui si oppongono benché nella storia appaiano talvolta eccezioni di grande levatura e, soprattutto, di mio gusto.
L’Occidente mi pare che sia intento a compiere un suicidio di massa, ma immagino che il fattaccio sia un atto dovuto nelle varie tappe della cosiddetta civiltà, difatti le turnazioni del potere possono passare anche da un’abdicazione volontaria e non devono per forza dipendere da un rovesciamento ancorché si può controbattere che la prima sia una subdola e surrettizia forma del secondo. Io prendo atto del delirio d’impotenza che si annida in chi un tempo fu egemone e conquistatore: si lasci pure libero corso ai selvaggi. Forse le bugie hanno le gambe corte, ma le illusioni possono sfoggiare delle protesi molto credibili.

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