Sono affezionato a queste pagine e mi sento in debito con loro quando non le imbratto per lungo tempo. Cercando nei miei recessi qualcosa di cui scrivere, foss’anche la più minuta e contingente delle urgenze, ho finito per capire che io stesso sono la ricerca, almeno in questo periodo.
Le cronache mi ricordano quanto il mondo sia abietto e come gli uni cerchino di sopraffare gli altri o viceversa, tuttavia a bilanciare questa visione vi sono intuizioni d’ordine interiore che accolgo come se le conoscessi da tempo immemore. Forse gli errori di terzi non insegnano nulla a chi senza posa decide di ripeterne l’excursus, ma per me fanno parte del materiale didattico che raccolgo dalle altrui pattumiere.
Si possono rubare i gioielli della corona, com’è successo Oltralpe, ma non si può sottrarre la regalità in quanto attributo. Si può fingere un certo stato d’animo e si possono contraffare le apparenze, ma le implicazioni di un castello di carte sono destinate alla precipitazione. In ogni caso, a parità d’ignoranza, credo che sia meglio evitare l’indigenza, perciò chi non ha i titoli per indossare una corona tutt’al più può venderla al mercato nero e confidare in una latitanza d’oro, sua possibilità massima, o meglio, suo massimo coronamento. Le prospettive di sviluppo non sono identiche per tutti, quindi la mediocrità di qualcuno rappresenta l’eccellenza di altri. Non so a quale categoria io appartenga né ho idea di quanto possano espandersi i miei orizzonti, ma in tutta onestà non me ne fotte un cazzo. Non pratico l’agonismo neanche quando corro: io gioco ed è cosa altra.
Potrei allungare il brodo scrivendo che competo solo con me stesso, ma non ho dei contrasti consci dentro di me che mi facciano lottare nella mia molteplicità : non avverto un conflitto intestino e quest’ultimo, anche come sostantivo, mi pare che se la passi bene. Di mia iniziativa non cerco tensioni bensì epicità che attingo da alcune forme d’arte. Altri sono benvenuti ma non pervenuti, ma di certo qualcuno è prevenuto proprio come lo sono io.
Nella mia notte orfana di sonno vi sono moti interiori che trovano libero corso, piccoli avamposti di pensieri che per loro stessa natura non possono lasciare altra traccia all’infuori di quella che qui riporto, ora, adesso, in questo preciso e irripetibile momento. Ascolto una voce intonata e ne sento soltanto un’altra, più sommessa: è la mia che rilegge quanto scrivo in questa estemporanea opera di traduzione dalla coscienza all’italiano.
Attendo l’alba per trarne vantaggio in modi di cui forse neanche mi rendo conto: la mia è un’attesa istintiva che forse rimanda a qualche lontano antenato. Non ho paura del buio, ma neanche la luce mi spaventa: offro asilo alle ombre e a ciò che permette loro di essere tali. Tutt’altro che sinistra, bensì misteriosa: questa è la natura delle assenze che non ha mai avuto un nome, vuoti intonsi da cui mi sento circondato come se fossero i miei ierofanti. Manco di appetiti e delusioni, di spinte esogene e risacche emotive, di trasporti e ritrosie: sono in una terra di mezzo che non ha regole certe e dove molto mi è possibile fino a quando lo faccio accadere in me. Godo di una libertà e di una lontananza che non riesco a definire in modo appropriato: forse sono pilastri che fanno anche le veci di tetto e fondamenta. Scrivo tutto questo per non dire niente giacché la cosa mi viene bene. Sono qua e vedo il tempo che scorre mentre io m’intrattengo un po’ come tutti. Sono uno dei tanti, ma non sento il peso di questo mio tratto indifferenziato. Se volessi distinguermi forse indosserei degli abiti fosforescenti e uscirei solo nottetempo, così nel peggiore dei casi potrei essere confuso per un addetto ai lavori stradali durante un turno straordinario, categoria comunque di nicchia e quindi in grado di assolvere lo stesso compito in termini di originalità . Quanto asfalto deve essere ancora gettato per auto che non sono ancora entrate in produzione: oh l’avvenire, che ha sempre da venire.
