Questo film francese del 1967 è particolare, più di quanto lo siano quelli per i quali in passato ho speso il medesimo e ormai inflazionato aggettivo. Il tenore comico dell’opera porta in grembo un monito, o almeno io questo vi ho colto, però non già verso la modernità tout court quanto, invece, nei confronti della velocità di diffusione degli ultimi ritrovati tecnologici: d’altro canto quest’ultima risponde a un processo pressoché ingovernabile come dimostrano il recentissimo passato e il presente. La tecnologia che si affacciava alla fine degli anni Sessanta del Novecento non è paragonabile a quella odierna, tuttavia il cambiamento di usi e costumi, il mutamento del rapporto tra uomo e mondo, lo scalino tra un prima e un dopo, a mio parere risultano validi a prescindere dall’epoca di riferimento, perciò Play Time, film che secondo me si scaglia contro certi aspetti della modernità , come in una sorta di paradosso risulta ancor oggi moderno, sempre attuale: di alcuni film si dice che invecchino o siano invecchiati bene, mentre a mio giudizio in questo caso il tempo non ha fatto valere effetto alcuno del suo inesorabile passaggio.
L’approccio satirico al mondo in evoluzione indusse Tati a fare leva sulla scenografia e sulla fotografia: per la prima eresse un set dispendioso che rassomigliava a una piccola città chiamata Tativille, dove gli ambienti erano squadrati, asettici, dove tanto gli esterni quanto gli interni richiamavano l’asepsi delle sale operatorie. Per quanto riguarda la fotografia invece vi fu la scelta deliberata di optare per colori desaturati nella composizione del set lasciando il dominio a una scala di grigi che solo sul finale, quando l’epilogo si fa speranzoso, lascia ritrovare un certo equilibrio cromatico che si associa a un rinnovato disordine, come se i primi e il secondo fossero specchio dell’umanità : ed è proprio l’umanità , forse, il costo da pagare per ogni avanzamento tecnologico sebbene poi, a mio modo di vedere, anch’essa si ripari per poi rompersi di nuovo al cospetto di un altro cambio, in una perenne dialettica.
Protagonista in questa realtà dal sapore distopico è un personaggio caro a Tati che difatti compare in altri suoi film, ovvero Monsieur Hulot, un ometto buffo, goffo e grottesco, la cui comicità muta (giacché nel film i dialoghi sono ridotti a brusio di fondo e quindi, di fatto, quasi assenti) mi rimanda più alle fredde geometrie di Buster Keaton che alla recitazione un po’ emotiva di Chaplin, ma anche costui può essere chiamato in causa poiché protagonista di Tempi Moderni, film che presenta analogie tematiche con Play Time: a pescare sempre nel cinema muto penso che anche un lieve accostamento con Metropolis di Fritz Lang non sia peregrino né azzardato. Vi sono poi delle associazioni di idee che in me hanno anche carattere postumo, difatti il film mi ha fatto pensare anche a qualcosa di Mondo Cane e poi, soprattutto, a Koyaanisqatsi; quest’ultimo è un film dal taglio documentaristico del 1982 che prende il titolo da una parola della lingua hopi che si può rendere come “vita senza equilibrio”. In ultima analisi credo che Play Time sia davvero un’esperienza unica, divertente e appagante nel suo acume satirico. In calce ho affiancato un’immagine del film con “Il viandante sul mare di nebbia”, celebre dipinto di Caspar David Friedrich, giacché la prima mi ha ricordato il secondo.

Parole chiave: 1967, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Cinema, cinema muto, Jacques Tati, Koyaanisqatsi, Monsieur Hulot, Tativille, Tempi Moderni
