12
Feb

Non è pervenuto senso alcuno

Pubblicato giovedì 12 Febbraio 2026 alle 04:04 da Francesco

Diserto sempre i funerali e contemplo la morte fin dalla più tenera età giacché altro non vi è di inesorabile: il resto è tutto superfluo ed oscilla tra l’antitesi del piacere e il piacere stesso.
I miei slanci metafisici volgono verso l’antico Oriente e al cuore pulsante dell’Attica d’antan, ma in ragione di una consonanza con idee che io già possedevo in nuce, forse retaggio di altre vite, e di cui solo in seguito ho trovato illustri progenitori. Nelle ore più proficue della mia esistenza ho raccolto ciò che il Tristo Mietitore non ha ancora falciato, perciò vivo come se la Fortuna mi avesse baciato. Apprezzo in sommo grado il tempo che mi è concesso e saluto con affetto quei pochi individui con cui ne ho condiviso una parte prima che giungesse la loro ultima ora.
Sono estroverso e solitario in virtù di una delle molteplici contraddizioni che mi animano, ma anche l’ottimo rapporto con me stesso concorre alla pigrizia sociale. Ho i miei momenti d’empatia, ma non so mai quanto siano reali né in quale misura mostrino invece un’apparenza transeunte: può darsi che a volte questi due stati si sovrappongano con la spinta delle migliori intenzioni. Per me forse non è poi così importante vivere le cose quanto comprenderle, ma a ciò io stesso potrei obiettare che talora per capirle, le cose, occorre viverle: obiezione lecita che rispedisco al mittente, cioè a me medesimo; risparmierei sulle affrancature se vivessi ancora sotto l’egemonia delle lettere cartacee.
Storco il naso quando percepisco il tanfo dell’enfasi e il puzzo della pomposità da cui certe uscite sono gravate, però apprezzo la forma grottesca che conferiscono in modo involontario a ciò di cui invece vorrebbero alterare la sostanza. In fondo cosa devo scrivere? Non intendo solo in fondo a queste righe, ma proprio in fondo. In fondo, cosa cambia? Secondo me non cambia nulla, però scrivo lo stesso per il fatto stesso di scrivere. Anche le ripetizioni mi fanno storcere un po’ il naso, però a volte ci stanno, nel senso che le piazzo da qualche parte e non le muovo: quindi sì, ci stanno.

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26
Gen

Requiescat in pace

Pubblicato lunedì 26 Gennaio 2026 alle 22:28 da Francesco

Ieri ha lasciato il corpo una persona che ho conosciuto per un quarto di secolo, ovvero da quando eravamo entrambi ragazzini. Ogni tanto parlavamo di morte e lo facevamo nel più divertente dei modi, in orari insoliti e senza quelle ipocrisie a cui di certo non lascio campo adesso. Serbo ricordi piacevoli e ilari delle nostre conversazioni, anch’essi destinati all’estinzione. “Marcisce anche il pensiero” titolava Sgalambro.
Gli piacevano i Joy Division che io ho rivalutato in seguito: non è che oggi mi facciano impazzire, però lo rammenterò a ogni ascolto di “Unknown Pleasures” e anche di “Pornography” dei Cure.
A seconda delle convinzioni metafisiche si può dire molto o si può anche tacere, cosa quest’ultima che risulta naturale ai defunti. Se ci fossimo beccati un’ultima volta gli avrei augurato buon viaggio, però un abbraccio non glielo avrei dato perché il puzzo di fumo proprio non lo reggo. Mi rivolgo a te Emanuele: facciamo come se la cosa fosse avvenuta, dai.
C’è poi la questioncina sempiterna del ciclo delle rinascite: sai che palle, ancora qua, come per altro è già accaduto? Gli auguro una reincarnazione altrove, giusto per cambiare aria, intendendola proprio come composizione chimica. Mi torna in mente una strofa di Caffè De La Paix di Battiato: “Quando fui donna o prete di campagna, un mercenario o un padre di famiglia”.
Hoka hey, Manu.

(In questa foto del 2010 eravamo impegnati come comparse ne Il commissario Manara: lui come poliziotto, io come uomo della scientifica).

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18
Gen

Il punto della situazione

Pubblicato domenica 18 Gennaio 2026 alle 23:00 da Francesco

Non ho nulla da temere né dal futuro né da me stesso. La mia non è una sicurezza che attraverso la sua ostentazione vuole infondersi più sostanza di quanta ne abbia realmente, bensì riporto l’attuale stato delle cose e me ne compiaccio. Non v’è in me nessuna tensione di sorta, non ho conflitti aperti né chiusure da sfoggiare come reazione difensiva. Tengo bassi i livelli di cortisolo con l’esercizio fisico, l’assunzione di magnesio e il godimento delle mie arti predilette: insomma, non sono mica l’ultimo arrivato, ma anche se, sciagura mia, lo fossi, in qualche modo troverei un posto comodo per sedermi o per concedermi sonni risolutori.
Tra le gioie della vita non nego certo l’inedita ipotesi della reciprocità, quell’enigma del consenso al quale io mi rivolgo in via teorica poiché finora non ne ho mai fatto pratica, un po’ a cagione di iniziative mancate ma, soprattutto, per via del mio bislacco e mutevole modo di pormi di cui anche queste righe ampollose sono un fulgido esempio.
Negli ultimi tempi mi avvedo di quanto nelle mie parole torni spesso lo slancio verso l’altro mondo, quello muliebre di cui mi parlano le carte e antiche leggende tra loro contraddittorie: alberga in me un chiaro desiderio di scoperta, a mio rischio e pericolo. Non mi attira l’occasionalità di cui le pulsioni possono essere foriere giacché nella mia economia interiore credo che il loro soddisfacimento sia destinato a sottrarmi più di quanto mi possa dare, perciò preferisco una sega solitaria al coito estemporaneo. Potrei immolare senza remore un certo orgoglio alla maniera dei sacrifici umani compiuti dagli aztechi se ciò servisse a qualcosa, perciò non sono le ragioni della superbia o della vanagloria quelle che mi impediscono di fare il primo passo, bensì il mio immobilismo è mosso da un assunto fondamentale, quello secondo cui io tutt’al più posso scegliere di essere scelto, inoltre il caso (il quale per me non esiste se non come convenzione linguistica) è l’unico sensale di cui io mi fidi.
In questi miei anni terrestri in sparute occasioni m’è capitato, senza volerlo, di attirare attenzioni femminili che non sono state capaci di suscitarne omologhe in me verso di loro, ciò perché o la beltade non incontrava il mio senso estetico o a causa di una lontananza siderale su piani più astratti e altrettanto effimeri, tuttavia in un numero ancor minore di casi è invece accaduto che le attenzioni principiate da un’estranea trovassero eco dalla mia parte e finissero poi per estinguersi anch’esse in uno spontaneo oblio per scelta di chi le aveva evocate: quindi, in buona sostanza, c’aggia fa’? Sono concorde con Schopenhauer (per quanto gli possa interessare) quand’egli vede nell’arte, nella morale e nell’ascesi delle forme di liberazione, però io v’aggiungo anche il cioccolato al latte, la masturbazione, la corsa e l’ozio tout court (non solo quello greco).

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14
Gen

L’uno e gli altri di cui l’uno è parte

Pubblicato mercoledì 14 Gennaio 2026 alle 22:14 da Francesco

Suppongo che taluni si raggelino nei propri convincimenti con l’opposto scopo di scaldare il cuore su cui fanno affidamento per le funzioni vegetative ed emotive.
Siffatti pensieri affiorano in me quando i sensi miei incrociano consessi organizzati di gente che avverte l’urgenza di distrarsi da sé, foss’anche solamente per interposto schermo. Con meno impegno potrei scrivere che ho in orrore chiunque tragga forza o la propria ragion d’essere da un gruppo, da un’idea collettiva, da una volontà “corale”, da uno spirito di squadra, da un’adesione partitica e acritica, il tutto magari esacerbato dall’egida di un simbolo: in cose del genere ravvedo le pietre tombali dell’onestà intellettuale, ben disposte in una necropoli dove riposano i tanti torti a qualsiasi verità.
Alcune volte le adunanze sanno evocare i moti più nobili di cui l’animo umano è capace, momenti in cui la cosiddetta solidarietà non è cosiddetta, ma immagino episodi del genere alla stregua di mosche bianche sulle quali, in termini di frequenza, prevalgono tutti quei casi nient’affatto sporadici in cui la psicologia delle masse si palesa nei suoi aspetti più biechi e miserabili.
A mio parere l’individuo non riesce a rivendicare il proprio primato quando decida di definirsi per contrapposizione, ma giustifico quest’ultima quando avvenga con lo scopo di tutelare chi la ponga in essere: in altre parole vedo nella ricerca dello scontro la disperata esigenza d’un riconoscimento, così come accade agli ometti alfa nei luoghi di aggregazione; invece trovo qualcosa di armonico e pacificatore in ogni violenza che si accenda per spegnerne una gratuita, ossia quando agli stronzi (i quali, in ultima analisi, sono poveri cristi) viene rotto il culo.
Una relazione d’amore può dirsi tale e risultare estranea alle storture anzidette qualora le sue premesse non siano mendaci, ovvero laddove non affondi le radici nel bisogno subitaneo, perciò un simile legame non lo considero spurio giacché, se lo fosse, prenderebbe altro nome: al contempo credo che il viaggio cosmico sia e resti solitario.

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8
Gen

Bando alla ciance, viva le bionde

Pubblicato giovedì 8 Gennaio 2026 alle 01:17 da Francesco

Questi primi giorni dell’anno oltre ai rovesci di governo ne offrono anche di pioggia, ma le giornate plumbee non incidono sul mio umore e quindi non me ne dolgo. Percepisco in me qualcosa di radioso, un lieve entusiasmo di cui non so esibire le pezze d’appoggio, ma al posto della bolla di accompagnamento ne produco una di sapone e la spingo nell’aere con un soffio, l’élan vital alla Henri Bergson, per darmi un tono transalpino. All’orizzonte mi pare che le disgrazie ci siano tutte, ma vedo pronti anche i loro antidoti: si scateni pure la promiscuità tra opposti e l’eventuale accordo dei contrari. Percepisco il mio tempo alla stregua di un interregno solipsista tra nascita e morte: per me è una bella sensazione.
A volte avverto un’assenza sempiterna, ma mentirei a me stesso se non ne ammettessi i benefici. È come se la mancanza di reciprocità riuscisse a darmi ciò che la stessa mi nega in potenza. Riuscirei davvero a cogliere la differenza tra me in relazione a me stesso e me stesso in relazione a un’altra persona? Forse mi risulterebbe più facile e agevole se mi trovassi dinanzi a una media ponderata tra Naomi Watts, Julie Delpy e Michelle Pfeiffer, ovviamente nei loro anni aurei. È incredibile quanto io subisca la fascinazione di una mutazione genetica che riduce la melanina: v’è in questo cromatismo qualcosa d’ipnotico. Tutto è tempo e vampirismo, nel senso che la beltade è la somma di momenti giustapposti in un’età residuale, ma è anche la sorgente a cui taluni si abbeverano con l’illusione di sconfiggere la morte, come se quest’ultima poi fosse davvero una nemica.
Non pratico il rifting né il cat calling, perciò non ho idea di cosa restituisca la profusione di adulazioni più o meno velate, ma immagino che spesso quella tensione verso un’altra esistenza sia sempre di natura egoistica, almeno in qualche misura. Non c’è un giudizio di valore nella mia considerazione, bensì l’espressione della massima onestà possibile che porta con sé l’interesse diretto per preservare ciò che mai fu né è: per il futuro invece non resta che contattare una cartomante di stanza in un’emittente locale.

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4
Gen

I rapporti tra le forze

Pubblicato domenica 4 Gennaio 2026 alle 15:41 da Francesco

Mi affascinano le cadute dei regimi sebbene in esse io colga sempre l’anticamera di una nuova restaurazione: è l’eterno ritorno di tutte le cose in una scala di maggiore immediatezza, perlomeno rispetto ai ritmi del cosmo. Ho un moto di salubre ilarità di fronte agli strenui difensori del cosiddetto diritto internazionale: mi fa ridere la convinzione di taluni secondo cui un’astrazione sia davvero in grado di regolare i rapporti di forza tra gli stati. Le leggi sono delle convenzioni che valgono fintantoché la forza (cos’altro?) dia loro sostegno, altrimenti si riducono al rango di consigli della nonna, a norme di buona creanza, consentendo a chi voglia di disattenderle a proprio piacimento: accade ogni giorno su tutti gli ordini di grandezza.
Un individuo può avere ragione sul piano legale e trovarsi con un pugno di mosche: la forma è salva, così i cultori del diritto sono contenti; la sostanza invece se ne va a fare in culo con buona pace di tutte le implicazioni pratiche.
La legge non ammette ignoranza e la forza non ammette legge che non sia più forte della forza stessa da cui può essere sovvertita o violata: in ultima analisi è sempre e solo una questione di forza, perciò la legge, anche nell’illusorietà rassicurante dello stato di diritto, è comunque quella del più forte. Poi taluni si raccontano le cose e le ordinano in un modo, altri le narrano e le dispongono diversamente, tuttavia quello è e mi pare che altro non sia né possa essere. Le vane certezze di un accordo tra le parti si dissolvono con l’arbitrio di chi voglia e sappia rendersi egemone, ma durano fintantoché la reciproca convenienza ha vita propria: è tutto appeso a un filo aleatorio. Forse solo la singola persona può eludere tutto questo quando si risolva a dotarsi di una certa autodisciplina.

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31
Dic

Il vincitore è…

Pubblicato mercoledì 31 Dicembre 2025 alle 20:38 da Francesco

L’anno volge al termine e non me ne fotte nulla, però come mia consuetudine spendo due parole sull’album che ho gradito maggiormente nel corso degli ultimi dodici mesi: ebbene, si tratta di “Shells” degli Everon, a mio parere un piccolo gioiello di neoprogressive da parte di una band che è attiva da oltre trent’anni.
Non c’è un pezzo debole, all killer no filler come si suol dire, sebbene quello d’apertura, “No Embrace”, sia davvero grandioso; su “Monster”, il quinto brano, alcuni passaggi della linea vocale sono un chiaro tributo a “Piano Man” di Billy Joel (magari l’originale avesse avuto lo stesso muro di suono). Nient’affatto prolisso benché occupi due vinili, “Shells” già al primo ascolto scavalcò l’altro candidato dell’anno, ossia “V: Lamentations” dei Wytch Hazel, comunque un gran disco anch’esso. Secondo me ogni anno c’è sempre nuova ed eccelsa musica da ascoltare in parallelo a vecchie e conosciute predilezioni: è sufficiente cercarsela, sforzo che a me riesce spontaneo giacché mi diverte farlo. Lo celebro così l’ultimo giorno dell’anno: con qualche bell’album in rotazione e un paio di cedrate Tassoni. Buon anno caro Frank!

Everon - Shells
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29
Dic

La grazia di Paolo Sorrentino

Pubblicato lunedì 29 Dicembre 2025 alle 08:32 da Francesco

Ieri ho visto “La grazia” al primo matinée utile, circostanza piuttosto inusuale per me, ma ne è valsa la pena: auguro lunga vita a Toni Servillo come attore protagonista perché riesce sempre a catturare la mia attenzione.
Per i miei gusti Sorrentino non ha mai sbagliato un film e difatti sono un estimatore della sua opera omnia, inoltre è l’unico regista vivente che mi ricordi i fasti del cinema italiano (intendendo con ciò il Novecento fino agli anni Settanta). Di norma non mi interessa poi tanto una cosa in sé, bensì il modo in cui la stessa viene raccontata: è sempre e soltanto (e non solo nel cinema) una questione d’estetica.
Nel racconto il presidente della Repubblica assume contorni umani e contraddittori (perciò lontano dall’immagine asettica e impalpabile a cui io associo la figura istituzionale), in un’alternanza di registri stilistici che secondo me caratterizza ogni lungometraggio di Sorrentino, perciò anche il risultato a sua volta lo vedo oscillare tra la crudezza della verosimiglianza e la leggerezza d’un surrealismo accennato. Per me l’estetica prevale sull’etica giacché trovo che la seconda sia un’altra forma della prima, però le questioni etiche di cui il film si fa latore (forse un po’ a latere rispetto ai meccanismi interiori del protagonista), ovvero la legge sull’eutanasia e la concessione della grazia a due condannati, a mio parere s’offrono allo spettatore in un modo così netto a cui nessun dibattito ordinario ha mai saputo dare una forma altrettanto diretta. Parafrasando alcuni passaggi mi viene da concludere che quando la verità si palesi da vicino forse si abbia modo d’intuire quanto il diritto, non di rado, la guardi da lontano, ma al contempo può darsi che alla verità stessa venga data  troppa importanza, così come a un certo punto suggerisce una voce amica al personaggio di Servillo. La domanda di fondo, nient’affatto retorica, rimane la stessa: a chi appartengono i nostri giorni? Anzi, i miei, poiché nutro una certa idiosincrasia verso il plurale maiestatis.

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21
Dic

Le regole del gioco

Pubblicato domenica 21 Dicembre 2025 alle 06:10 da Francesco

Talora, a posteriori, riesco a dare una rappresentazione sinusoidale degli eventi che mi consegna il loro senso intrinseco. Simili constatazioni sono d’utile presa sugli eventi futuri giacché lo stesso andamento suole ripetersi seppur con intervalli di lunghezza diversa. Non uso presunti paroloni per il solo gusto di farlo sebbene questa sia la ragione precipua: descrizioni diverse non mi sorgono spontanee. In buona sostanza cosa voglio affermare a futura memoria per mio uso e consumo? Il mio intendimento è quello di ricordare a me stesso, una volta ancora, come gli eventi più disparati abbiano sovente un andamento comune che prescinde dalle loro implicazioni e dagli aggettivi che a queste si possono applicare.
A margine di righe così pretenziose non colgo solo lo scopo didattico, bensì lo stupore di come una siffatta banalità non sia scontata malgrado così appaia di primo acchito. Per me la contemplazione degli eventi in differita talvolta desta un interesse maggiore e rivela una maggiore pregnanza di quanto riesca a suscitare l’attiva e diretta partecipazione alle vicende riassunte in un secondo tempo, ovvero un tempo che sa ritardare se stesso come se fuggisse dalla propria ombra. Immagino che queste cose non siano chiare per chi non le scriva, ma solo l’autore ne è l’autentico destinatario e quindi il circuito si chiude in un fulgido esempio di corrente continua. Da una certa prospettiva così prospettata, volontaria come l’accostamento sì assonante, credo che la forma conservi e superi la sostanza mentre quest’ultima si limiti a sbraitare un suo fuorviante e infondato primato. Gli effetti del pensiero sulla realtà giudicano il rapporto tra il primo e la seconda, anche quando taluni assumono che la gerarchia tra l’uno e l’altra sia in un modo o nel modo opposto: il resto sono ciarle di cui io do conto con scritte così trascurabili e tascabili.

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13
Dic

Il lusso che posso permettermi

Pubblicato sabato 13 Dicembre 2025 alle 01:20 da Francesco

Le persone continuano a nascere e a crepare, o viceversa. Non si ferma mai l’andirivieni biologico. Del doman non v’è certezza, però anche oggi si naviga a vista, o meglio, a cazzo di cane. Mi piace l’atmosfera natalizia, la trovo piacevole, ma non elargisco né ricevo doni, perciò chiudo sempre le festività con un pareggio di bilancio. In seno al solipsismo riesco a dare forme stupende al mio tempo, però non padroneggio altre tecniche al di fuori di quelle autoreferenziali. Non ho legami che mi liberino né che mi imprigionino, tuttavia non so dire se questa circostanza sia un bene o un male. Non conosco altro alfabeto al di fuori del mio, inoltre l’abitudine è un forte collante tra me e me stesso.
Preferisco guardare il bicchiere mezzo pieno, specialmente quando lo sia di cedrata, quindi mi reputo fortunato per tanti motivi che non sto qui a enucleare. Sono al di fuori dei giochi di seduzione e sopraffazione, non concorro per un posto al Sole e non conto le lune in attesa di qualcosa che non mi aspetto e verso cui non avanzo pretesa alcuna. Vago per il tempo nell’unica direzione in cui quest’ultimo scorre, in un moto unitario che è forse uno dei pochi tratti comuni all’umanità tutta. Nei miei diletti introspettivi ritrovo le cose di sempre, quelle che in passato furono inedite e poi, a un certo punto, si consolidarono come certezze adamantine. A cos’altro devo riferirmi quando lo faccio nei miei confronti? Sono il richiamo, l’oggetto di quest’ultimo e la voce che se ne fa strumento. Mando l’invito al mio indirizzo sebbene io sia già invitato; forse è un eccesso di zelo o il vezzo del soliloquio: chi può dirlo? Di sicuro solo io, sempre che la voglia venga a trovarmi senza una richiesta formale quanto quella inoltrata a me da me. Ho delle cose da fare che non reclamano alcuna urgenza, dunque procedo con calma e vivo questa condizione come se fosse un grande lusso giacché io credo che lo sia.

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