Nelle ultime settimane non ho avuto granché di cui scrivere, perciò non ho forzato la mano né altre parti del corpo. Non mi sorprende l’ennesima guerra in corso su vasta scala, così come non desta stupore in me la stantia retorica che la condanna: sono le solite cose della specie. Forse darei più peso agli eventi bellici se mi trovassi un missile inesploso in soggiorno, ma d’altro canto non posso fingere un’empatia che di fatto non possiede una sua spontanea fondatezza. Gli uni uccidono gli altri per ragioni opposte e simili che trovano plurime analogie nella storia umana. Non v’è nulla di nuovo sotto il Sole, ma almeno quest’ultimo continua a splendere. Questi sono anche i giorni del referendum sulla giustizia, ammesso che sia corretto definirlo così.
Io non voto da tredici anni perché quello democratico a mio avviso è un esercizio ingannevole e deleterio, nient’altro che un’espressione narcisistica con cui alimentare un senso d’appartenenza e d’illusoria partecipazione, ma non biasimo chiunque ci creda e convintamente ne prenda parte: a ciascuno il suo. Vivo il mio tempo al cospetto di me stesso, in una trama solipsistica che non reputo né sacra né irreversibile, ma nella quale mi trovo bene in assenza di valide alternative. Sono uno dei tanti e non mi pesa questa diluizione della mia persona nelle masse e nelle loro vicende: ho una ricca vita interiore e riesco a farmela bastare. Un po’ di potere decisionale l’ho soltanto su me stesso, quindi non cerco di cambiare cose più grandi di me sulle quali non ho modo d’incidere, ma questo limite rappresenta anche una grossa comodità e mi permette di non disperdere preziose energie. Sotto molti punti di vista è come se non esistessi, però questa mia adesione spettrale alla realtà è molto stimolante giacché avviene coscientemente. Per ora non ho nulla di cui lamentarmi, ma al contempo so bene come i miei orizzonti possano allargarsi da un momento all’altro.
Archivio onirico: sogno n° 37 e n° 38
Pubblicato domenica 8 Marzo 2026 alle 12:31 da FrancescoTra questi due sogni sono intercorse poche settimane e in entrambi vi è stata la presenza di due defunti: una signora anziana, ossia mia nonna, e un ragazzo quarantaduenne che conoscevo da quando entrambi eravamo adolescenti. In quest’occasione non azzarderò alcuna interpretazione, bensì mi limiterò al resoconto di quanto sono riuscito a trattenere nello stato vigile.
Il primo è piuttosto breve e statico. Mi trovo nella sala da pranzo della mia nonna materna e quest’ultima è seduta su un divanetto: le mi osserva muta e pressoché immobile mentre io avverto una sensazione di profonda serenità .
Il secondo sogno inizia a pochi passi da dove vivo. Mia madre si trova in auto, come se fosse in un drive-in, e su un telo viene proiettato un film nel quale si vede il posto in cui quello stesso film è trasmesso in quel momento, ovvero casa nostra. Mi stupisco di quel fatto, ma all’improvviso mi trovo all’interno di una stanza, forse casa di mia nonna: là vedo Emanuele, un ragazzo che di recente ha lasciato il corpo. Stupito, faccio a Emanuele, il quale si presenta con un’insolita pancia: “Tu sei morto!”. Lui mi risponde: “No, non sono morto”. Tanto durante il sogno che al risveglio serbo la già citata sensazione di serenità , ma in questo caso mista a un certo stupore per il dialogo finale.
Trilogia della città di K. di Agota Cristof
Pubblicato domenica 1 Marzo 2026 alle 21:30 da FrancescoQualche mese fa ho raccolto un consiglio letterario, accadimento quantomai raro in natura e del quale io stesso mi sono impressionato. Su impulso d’una donna molto acuta, di formazione junghiana, mi sono misurato con le pagine della “Trilogia della città di K.” di Agota Cristof, consumandole ad alta voce com’è mio costume: è stata l’ultima lettura dello scorso anno.
Di norma la narrativa non mi stimola giacché non riesco ad amarne gli stilemi e le ripetizioni (al netto di qualche illustra eccezione), ma in questo caso non ho avuto problemi di digestione né pentimenti di sorta. Forma secca (ironicamente mi ha ricordato le traduzioni dei testi di Jane Austen, cose in sostanza di tutt’altro tenore), essenziale ed efferata: per me la forza del romanzo risiede nei piani di senso e realtà che si sovrappongono fino a diluire la verità in qualcosa di indefinito e indefinibile, con una costante atmosfera di pesantezza che il mio immaginario ha associato a certi film di Bela Tarr (Il cavallo di Torino e Satantango). Ne conservo il senso di alienazione e l’apprezzamento per lo stile: è un libro che rientra in pieno nelle mie corde. Per ragioni di spazio cerco di riservare il formato cartaceo alla saggistica, ma in quest’occasione avrei potuto fare un’eccezione se avessi conosciuto prima la levatura del testo.

