10
Mag

Sottrarre dal nulla e aggiungerlo a se stesso

   

Pubblicato venerdì 10 Maggio 2024 alle 23:43 da Francesco

Nell’atto stesso di scrivere mi sembra che io lasci cadere altrove quanto di fondamentale non riesco a cogliere. Mi viene difficile immaginare cosa posa situarsi al di fuori dello spazio e del tempo, ossia qualcosa d’estraneo alle forme a priori della sensibilità, ma una vaga intuizione, anch’essa priva di spazialità e temporalità, mi fa ritenere che simili questioni non siano mere metafisicherie. Se fosse possibile vorrei diventare un essere di luce per viaggiare nell’universo attuale e in quanti ve ne siano di limitrofi. Urta il mio senso estetico l’idea di condividere il mio destino ordinario con altri individui, giacché di fatto e in maniera variabile sono soggetto alle decisioni di chi è stato eletto per prenderle: io invece vorrei che fossi davvero libero, (“libero come un nato morto” scriverebbe Emil Cioran) dalle leggi umane e da quelle fisiche o almeno dal ciclo di Krebs. Non dibatto le ali di cui la mia specie non è munita, ma se le avessi non le agiterei troppo per protestare contro la natura e me ne avvarrei per spiccare il volo verso luoghi di potere da ricoprire col mio fiero guano.
Nei meandri del pensiero trovo sempre un vicolo cieco nel quale attardarmi per il piacere di farlo. Se non fossi preso da me lo sarei da qualcos’altro, ma in una certa misura questo avviene ugualmente e mi definisce in quanto Io, perciò non ricerco una completa alienazione da tutto e apprezzo come lieve brezza la diffusa indifferenza a cui sovente ricorro come abitudine, modo di fare e soprattutto di non fare. Il mio potere decisionale è limitato e quindi non mi cruccio più di tanto per situazioni che non ho la facoltà di cambiare, però mi chiedo se talvolta questa prassi non presti anche un indebito servizio verso circostanze su cui potrei incidere se ci provassi: talora è come se volessi perdere in partenza per non partire proprio. Che comodità!

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2
Mag

Tertium non datur

   

Pubblicato giovedì 2 Maggio 2024 alle 23:29 da Francesco

Il signor Macron lascia intendere che l’invio di truppe in Ucraina non sia da escludere qualora lo sfondamento russo continui: per me questi abbai transalpini sono al contempo grotteschi e pericolosi. Immagino che l’intervento diretto di un paese NATO in Ucraina implichi il probabile inizio della Terza guerra mondiale e, al cospetto d’un simile scenario, è lecito supporre la sciagurata necessità di ricorrere alla coscrizione; in altre parole, se vi fosse davvero un nuovo conflitto globale, l’insufficienza delle forze regolari si profilerebbe come circostanza nient’affatto remota. Per suo conto l’Italia ha asserito che non mobiliterà truppe, ma io tendo a non credere alle parole di un ministro, specialmente quando esprimano qualcosa di buonsenso.
La leva obbligatoria non è stata abolita, bensì sospesa, perciò ogni comune italiano ha una lista di coloro che in teoria possono essere coscritti: vige anche l’articolo cinquantadue della costituzione italiana secondo il quale, con tono roboante, “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Per me, ovviamente, sono tutte stronzate. Anzitutto non esiste più alcuna patria, ammesso poi che ve ne sia mai stata una: non è più l’inizio del Secolo breve, il multiculturalismo ha annacquato ogni vaga identità nazionale vi sia mai stata, inoltre non si respira più tutta quella voglia di crepare per un vago ideale di cui in realtà beneficiano soltanto le persone di potere. Io sono un potenziale disertore e di certo non andrei ad ammazzare qualcuno su ordine altrui, ma come me sono certo che molti altri non vogliano crepare per un’astrazione fattasi repubblica. L’Italia non si chiamerà così per sempre: cambiano i toponimi, le lingue parlate e scritte, gli usi e i costumi, i confini e la memoria storica: insomma, tutto.
Qualche mese fa, girovagando in una cittadina italiana, mi sono imbattuto nella targa che ho messo in calce a queste righe. Su quella lastra abbandonata si può leggere come siano stati stigmatizzati quegli italiani che durante la Prima guerra mondiale disertarono o passarono al nemico, come se fossero stati tenuti a crepare per i loro padroni di sempre. Prima si dà l’individuo con la sua libertà d’espansione, poi questo vi rinuncia in larga parte riunendosi in società e ottenendo in cambio un certo grado di sicurezza, ma quando il contratto sociale venga meno o non convenga più, allora il singolo torna allo stato di natura e alle leggi da cui esso è normato. Sic et simpliciter.

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1
Mag

Le intenzioni e la loro negazione

   

Pubblicato mercoledì 1 Maggio 2024 alle 23:16 da Francesco

In questo primo giorno di maggio ho udito il rumore della pioggia e mi sono mosso al ritmo dell’indolenza. Non accudisco pensieri particolari, al momento in me non vi sono fissità coscienti né attese spasmodiche, bensì un regolare flusso del tempo dal quale lascio trasportare quanto di me si dia in quest’ultimo. Prima o poi le circostanze mi chiameranno a una partecipazione attiva, ma verrà anche un momento successivo in cui quelle dovranno lasciare di nuovo il campo a momenti quasi remissivi, perlomeno all’apparenza.
Prenderei alcune iniziative se fossi certo della loro bontà, tuttavia se ne avessi una sicurezza adamantina il loro esito più fausto non avrebbe in sé quel valore che in potenza gli conferisce l’incertezza stessa. In buona sostanza chi non rischia non rosica, ma non sono tipo da esporsi per fini manducatori. La mia relazione con gli eventi non è delle più alacri né assidue, ma ci sentiamo così come in natura ogni cosa si rapporta all’altra in un certo grado. Scrivo a me e per me stesso al fine di dare ulteriore forza al mio dialogo interiore, come se io e le istanze delle mia psiche costituissimo un club privato.
Nelle immediate vicinanze scorgo distanze insanabili, perciò mi reputo caravanserraglio, oasi e deserto, tutto insieme al contempo! Chissà quante volte ho già pensato e esposto cose simili per convincermene o per descrivere un effettivo stato dell’arte. Ammesso che la libertà sia composta dalla conoscenza dei propri limiti, mi domando quando verso essi sia opportuna la riverenza e quando invece occorra sfidarne la sostanza per ottenerne il superamento. Forse un individuo da solo può fare poco, ma quel poco, banalmente, per egli può essere molto e tutt’altro che vano. Quello che manca va aggiunto o sottratto in certi calcoli? Anche questo secondo me è un quesito da porre caso per caso: adesso conti non ne faccio né ho da farne.

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21
Apr

Senza controindicazioni

   

Pubblicato domenica 21 Aprile 2024 alle 00:40 da Francesco

Certe volte ho la sensazione che io debba prendere l’iniziativa, ma in simili occasioni preferisco assumere zuccheri sotto forma di dolci o, dovendo optare per altri stati di aggregazione della materia, da bevande analcoliche in lattina. Non ho potere decisionale in certe situazioni e quindi mi limito a prenderne atto, come se dovessi redigerne un verbale ma passassi il compito a un collega remissivo. Io ci tengo alla mia testa, perciò tra i miei passatempi non figura quello di sbatterla ripetutamente contro il muro. L’insistenza non è nelle mie corde e se anche lo fosse si attorciglierebbe intorno alla sua inutilità, ergo sarebbe fine a se stessa anche se s’ispessisse a forza d’intrigarsi. Scrivere non conduce a nulla, tuttavia io non ho idea se ci sia una meta e da quanto ne so non si può parlare al conducente, ammesso che uno ve ne sia davvero.
Credo che su questo pianeta ci si attardi per abitudine, d’alba in alba, di tramonto in tramonto. Non mi aspetto granché dagli eventi né da terzi e immagino che nessuno si aspetti qualcosa da me: questo stato di fatto lo definisco equipollente. Vorrei mettere da parte le parole per tirare dentro dell’altro, ma faccio di necessità virtù e quindi mi arrangio con quello di cui dispongo: è un modus operandi di cui mi avvalgo da tanti anni. Cosa dovrei combinare? La trasmutazione del piombo in oro? La celebrazione delle nozze mistiche? L’accordo dei contrari? La notte è una giurisdizione e ognuno ha la competenza sui pensieri che la frequentano, ma questi non sono mai del tutto inediti e dunque, in ultima analisi, l’unica ragione per stupirsene è nella propria esperienza, soggettiva per definizione ed ennesima nel computo d’ogni tempo.

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17
Apr

Sisifo e broccoli

   

Pubblicato mercoledì 17 Aprile 2024 alle 21:25 da Francesco

Sono seduto nella mia stanza rossa, ho quasi quarant’anni, è primavera e il vento spira mentre il vespro è ormai superato: per me non è il tempo di fare bilanci e tutt’al più s’appresta l’ora di unire della pasta fresca a dei broccoli altrettanto invitanti. Mi chiedo come desinino su altri pianeti ancorché io ami molto la mia formula. Talora fantastico di mangiare davanti a occhi che sappiano guardarmi, però non posso nascondere quanto io adori consumare il mio unico pasto per i fatti miei, assiso davanti a un monitor e intento ad apprendere notizie di vario tipo con piglio da comare. I giorni si cedono a vicenda il testimone mentre i più tra i testimoni dei giorni, me compreso, raramente si avvedono di come avvenga il passaggio di consegne: tutto accade e non può essere altrimenti. Sisifo spinge la roccia fino alla vetta della montagna solo per vederla rotolare giù e ricominciare la fatica: ricorda qualcuno? A me fa pensare a tutti gli esseri viventi che si sono susseguiti dal brodo primordiale fino ai concepimenti attualmente in corso: era caro al buon Sartre questo motivo, difatti vi ricorse in un suo celebre scritto per sollecitare l’individuo a instillare un senso nel proprio agire ancorché l’universo ne manchi di uno che gli sia proprio.
Cosa cerco tra i pertugi del mio divenire? A cosa voglio andare incontro o cosa vorrei che si dirigesse verso di me? Nell’illusione di darmi un tono preferisco scrivere dei desiderata piuttosto che dei desideri, ma al netto dei latinismi latita l’oggetto degli anzidetti. Quindi? Quindi niente, nulla, l’apparente meta ultima di chi al momento si attarda sull’ecumene. Accetterei di buon grado la mancanza degli accenti, o almeno il mio senso estetico ne verrebbe guastato in misura minore, se questi venissero messi copiosamente sull’affettività, la comprensione e la tolleranza, ma la natura umana è tanto Sisifo quanto la roccia che egli spinge indefesso: adesso l’acqua bolle e devo ultimare la mia cena.

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10
Apr

L’esperienza del bianco

   

Pubblicato mercoledì 10 Aprile 2024 alle 19:31 da Francesco

Come chiunque altro sono legato alla morte da quando sono stato concepito, ma è solo da una ventina d’anni, o forse poco più, che me ne occupo. Per me la nascita non è un inizio e la morte non è una fine: ne consegue che mi trovo sempre in difetto d’onestà se le circostanze mi chiedano d’esprimere “sincere” condoglianze, tuttavia quando vengo messo alle strette pago questo dazio d’ipocrisia per non risultare inopportuno né offensivo di fronte all’altrui dolore. Io stesso mi sono trovato a gestire avversi moti dell’animo quando taluni hanno lasciato il corpo, ma non nascondo come in alcune di quelle occasioni abbia ripensato con divertimento al finale di Amici miei, caustico film di Monicelli (in origine di Pietro Germi).
In questo periodo mi trovo alle prese con uno scritto di Marie-Louise von Franz, una studiosa d’estrazione junghiana, ma ne darò conto a me stesso su queste pagine una volta terminatane la lettura. Alcuni episodi raccontati nel libro mi hanno rammentato un’esperienza analoga che feci anni e anni fa in sogno, ossia l’incontro con una luce totalizzante accompagnata da una sensazione indescrivibile: in seguito chiamai tutto questo “esperienza del bianco”, giacché fui in grado di tradurne in parole solo un vago dettaglio cromatico.
Alcune persone, senza che fossi io a entrare per primo nel discorso, mi hanno raccontato cose simili a quelle esperite da me nella dimensione onirica, inoltre ho colto forti analogie e talora una perfetta aderenza nelle testimonianze lette in molteplici testi, come se la questione in oggetto attenesse davvero all’inconscio collettivo: di ciò sono molto convinto. Sarebbe forte la tentazione di lasciare il corpo prima del dovuto se ne conseguisse la ripetizione dell’esperienza descritta, ma per crepare c’è sempre tempo e io, almeno per adesso, fretta non ne ho.

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1
Apr

Il divenire delle cose

   

Pubblicato lunedì 1 Aprile 2024 alle 20:44 da Francesco

In questi giorni pasquali e ventosi mi sono dedicato alle consuete passioni, però mi sono anche reso conto di come nell’ultimo periodo ne abbia trascurate alcune per mia indolenza e non già per la mancanza di tempo. Ho quasi completato la stesura del mio sesto libro, perciò voglio contattare dei mobilifici per trovargli un posto ai piedi di un tavolino traballante: al contempo non escludo di candidarlo come fermaporta.
Non so come si faccia a non essere autoreferenziali, quindi le espressioni della mia creatività si devono misurare soltanto con il mio gusto: l’assenza di velleità artistiche mi fa nuotare in acque diverse dal mare magnum in cui, loro malgrado, si cimentano quanti si propongano a terzi. Nella corsa invece è diverso perché Krónos è un’entità oggettiva e quindi posso avere un confronto con quello stesso tempo che tutto scandisce sebbene non esista: un paradosso a cui io sono legato da vincoli d’entusiasmo. Contemplo l’idea della morte mentre apprezzo in sommo grado la mia vita e mi chiedo se possa chiedere di più alla mia età: sì, potrei, ma se  avanzassi ulteriori richieste peccherei di creanza, buon gusto, tatto e sarei più maleducato di quanto già non sia quando dimentico di tirare lo sciacquone a seguito di una bella cacata. Voglio tanto bene al gatto Heidegger e qualche volta lo penso mentre coltivo i miei passatempi, però non mi rattrista l’idea che il tempo a nostra disposizione sia limitato e non lo considero un cafone quando sia lui a dimenticarsi di far scorrere l’acqua dopo una sua deiezione.

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26
Mar

Archivio onirico: sogno n° 34

   

Pubblicato martedì 26 Marzo 2024 alle 20:59 da Francesco

Ciò che ricordo di questo sogno può essere diviso in due parti. Nella prima mi trovo a bordo su un volo di cui non conosco la destinazione, ma provo un certo disagio. A un certo punto l’aereo comincia a volare molto basso, entra in una galleria e tocca terra per fermarsi davanti a un passaggio a livello. A questo punto noi passeggeri scendiamo ed entriamo in una sorta di hotel dove ci viene offerto del cibo che io rifiuto: il mio viene mangiato da un cane, forse un alano.
Nella seconda parte mi trovo in un luogo della mia infanzia, ma nel sogno vi è stata eretta una struttura molto pacchiana che impedisce di vedere l’orizzonte. Da una parte ci sono persone a me invise e dall’altra dei turisti: ai primi dico che vado dai secondi per organizzare una partita di calcio, ma nessuno vuole giocare e così finisco ritrovarmi a mangiare un dolce da solo.

Il materiale è molto e temo che ogni mia possibile interpretazione sia destinata a risultare più deficitaria del solito, ma vale comunque la pena tentarne una.
A mio parere è un sogno in cui giocano un ruolo preminente polarità opposte, come l’altezza iniziale dell’aereo (qualcosa di celeste ed elevato) e l’atterraggio impossibile in una sorta di tunnel (qualcosa di terreno), ma in questo senso figurano anche la presenza di due diversi gruppi di individui e la mia volontà d’unire in contrasto con l’altrui indifferenza.
Secondo la mia lettura queste immagini vogliono significare che ogni mio alto proposito debba essere perseguito da solo, difatti l’azione collettiva (fare parte dei passeggeri in un aereo, come se l’aereo fosse il simbolo di una causa comune) mi porta in basso (la galleria) e mi fa disprezzare quello che ne consegue (il cibo a cui dico no). La medesima spiegazione si presta all’altra parte del sogno, in particolare per l’orizzonte obnubilato da un’orrenda costruzione che vivo come un pugno in un occhio. In buona sostanza non c’è nulla d’importante o realmente appagante che io possa fare insieme a terzi. Ammesso che la mia analisi abbia una qualche fondatezza, mi chiedo come mai l’inconscio abbia mostrato simili contenuti giacché mi paiono nient’affatto sommersi.

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21
Mar

In mezzo e per mezzo di altro che è altro da me

   

Pubblicato giovedì 21 Marzo 2024 alle 00:55 da Francesco

Non so se l’equinozio di primavera me l’abbia voluto portare in dote o se io vi sia incorso a circa cinquecento metri sopra il livello del mare, quota a cui sono assurto quest’oggi correndo, ma colgo nell’aere un certo entusiasmo che sento e faccio mio. Non importa se gli eventi mi arridano o mi siano avversi, ma nell’attuale punto del calendario gregoriano provo sempre un senso di rinascita e rigoglio, come se una forza archetipica, antica quanto il mondo stesso, agisse su di me; come se? Invero io credo che sia proprio così.
Ne consegue che in questo periodo non posso allestire spettacoli endogeni in cui lo spleen sia un convincente protagonista. Mi domando come l’inconscio individuale e collettivo inneschino una simile dinamica, però mi accontento d’intuire il loro ruolo di primo piano e non pretendo di sapere più di quanto sia in grado di comprendere. Cerco di adeguarmi alla forma del tempo corrente e alle sue proprietà transitorie, nella viva speranza che mi riesca sempre meglio fino all’ora della mia morte. Ho educato me stesso al pessimismo, al disincanto, all’ironia caustica, alla decostruzione e al registro grottesco, tuttavia in questa notte di marzo mi sembra che nulla possa andare storto: irreale e quindi magico questo mio sentire.

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11
Mar

Archivio onirico: sogno n° 33

   

Pubblicato lunedì 11 Marzo 2024 alle 22:24 da Francesco

Non sono in grado di dare una composizione organica ai frammenti onirici che quest’oggi, al risveglio, ho avuto modo di trafugare nello stato vigile, tuttavia ci sono due episodi significativi ai quali attribuisco un fil rouge.
In una prima parte del sogno mi trovo a bordo di un’auto con degli estranei e all’improvviso avviene un incidente che ci coinvolge; in un momento successivo mi trovo all’aperto, vicino a una donna malata attorno alla quale presenziano altre persone oltre a me.
Non mi è facile capire il simbolismo di queste scene giacché  si prestano a letture d’opposta polarità ma egualmente plausibili. A mio parere una possibile spiegazione dai risvolti negativi implica un avvertimento per l’imminenza di eventi nefasti, un tetro monito per fatti che mi soverchieranno e per i quali non potrò fare niente: nel sogno alla guida dell’auto non ci sono io e questo dettaglio a mio avviso indica l’impotenza di fronte a possibili difficoltà; la donna morente, in quest’ottica, può rappresentare una perdita di qualunque genere.
Un’altra lettura, anch’essa esiziale, può esprimere un’ansia latente o un disagio sopito che l’inconscio manifesta in questo modo poiché la tenuta della mia psiche ne impedisce l’ingresso nella vita vigile.
Reputo valida anche l’ipotesi che inquadra il sogno come accettazione e catarsi per qualcosa su cui non ho avuto possibilità d’intervento, perciò durante il sonno l’inconscio può aver sbrigato quei lambiccamenti su cui io non mi sono speso a sufficienza da sveglio: se così fosse, le scene oniriche sarebbero riverbero del passato e non cassandre per l’avvenire. Solo il tempo saprà dir meglio sul sogno in esame e dunque non mi resta che attenderne il verdetto.

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