Il clima natalizio non mi appartiene perché non ho regali da fare né da ricevere, ma credo che l’avvenire abbia ancora qualche sorpresa in serbo per me. Gli ultimi mesi mi hanno lasciato la netta sensazione di una grossa somiglianza tra loro, come se da una matrice originale vi fossero state delle copie carbone in sequenza, tuttavia non posso lamentarmi di nulla e forse è proprio questa la mancanza che avverto, ovvero quella di un oggetto o di un’idea contro cui reclamare qualcosa.
Per me le proteste interiori sono sterili, ma al contempo costituiscono un indizio: al momento io non ho neanche un movente e quindi non ho nulla da indagare perché, oltre al fatto, forse anch’io non sussisto. Mi prendo in giro con un po’ di tenerezza come farei se fossi altro da me, però i limiti della natura m’impediscono lo sdoppiamento fisico e la mia lucidità mentale mi preclude quello di personalità: posso essere uno o nessuno, non centomila.
Quando volgo lo sguardo all’esterno vedo me stesso e quando faccio l’esatto contrario, ovvero quando dall’esterno osservo la mia residenza, scorgo sempre la mia figura: una volta là, una volta qua, a seconda del punto di vista, anch’esso di mia pertinenza. Me la cavo a correre, ma non riesco ugualmente a inseguire il tempo che fugge e quindi ne raccato qualche brandello per i miei risvolti solipsistici. Tra altre sabbie, all’orizzonte, sparisce quella della clessidra: e anche se la raggiungessi come la riconoscerei?
Secondo me ovunque aleggiano forze sopite da cui chiunque può attingere quanto gli necessiti, me compreso, ma spero che su questi rifornimenti metafisici non gravino mai delle accise. Non ho bisogno di chiedere prestiti di fiducia sulla fiducia né che la stessa sia ipotecata. Ho tutto e non ho niente, quindi il conto è pari e chi si è visto si è visto, ipovedenti compresi. È solo un altro giorno, è solo un’altra notte, tra i molti e le molte che possono dirsi miriadi fino all’ultimo degli ultimi respiri.
