Prediligo nettamente la saggistica alla narrativa, ma in passato ho apprezzato alcuni romanzi, in particolare certi capisaldi della letteratura del secolo decimonono e di quello successivo
Anni fa mi ero ripromesso di compulsare la sottocultura cyberpunk e finalmente, dopo una lunga attesa, ho iniziato a dare corso a quel vecchio proposito. Il mio primo approccio è stato con il libro che ha dato il via al genere e lo ha definito, ovvero Neuromante di William Gibson: è il primo di quattro romanzi contenuti in una bella antologia di circa milletrecento pagine nella quale, come prefazione alle opere, vi è una panoramica su questo movimento relativamente recente.
A mio parere Neuromante possiede un bel ritmo, ha come protagonista un antieroe nient’affatto banale e contiene descrizioni distopiche che considero paradigmatiche, difatti mi pare evidente come in seguito molti altri vi si siano ispirati in diverse forme artistiche.
Alcune idee e certe suggestioni sembrano oggi meno di nicchia, più accessibili, anche in ragione delle sdoganamento e della diffusione di termini che sono entrati nel linguaggio comune; per esempio il concetto d’intelligenza artificiale è ormai invalso benché non risulti sempre chiaro e quindi, chi oggi affronti il libro, non deve avere per forza un background informatico.
Io ho avuto gioco facile perché smanetto con i computer sin da bambino, ovvero da quando avevo cinque anni (ho iniziato un lustro dopo la pubblicazione del testo), perciò mi sono sentito a casa. Per me le innovazioni della corrente cyberpunk sono più stilistiche che sostanziali, con espedienti come la prosa sovraccarica e l’inventario di percezione di cui già Gibson offre ottimi esempi.

Parole chiave: cyberpunk, Neuromante, prosa sovraccarica, William Gibson
