11
Set

Piove e piovve

   

Pubblicato venerdì 11 Settembre 2026 alle 02:01 da Francesco

Le prime piogge della tarda estate ripuliscono le strade e forse persino qualche coscienza. A me non spettano compiti specifici rispetto al futuro, perciò mi basta avvertire l’aria appena rinfrescatasi per rivendicare un posto nel mondo. Non so cosa dilani le altrui esistenze né quali solide o remote speranze vi albeggino, ma io continuo a trascorrere il tempo così come egli mi ha sempre trascorso. Non v’è nulla d’impellente che mi riguardi. Un po’ di umidità o un’esplosione nucleare: tutto va così come deve andare. Se l’avvenire non fosse perlopiù incerto a chi sottrarrebbe quiete e da chi otterrebbe più d’una prece? Nel frattempo c’è gente che va e altra che viene: i consueti ingressi dagli uteri (o giù di lì) e le ordinate uscite nei cappotti di legno.
Quante nozioni potrò ancora incamerare da qui al momento del mio trapasso? La conoscenza è in larga misura vacua e di rado raggiunge estensioni apprezzabili, però la sua raccolta sa intrattenere chi la pratichi e quindi gode di una funzione ludica. Le molteplici variabili del divenire soggettivo finiscono per convergere in una costante postuma, ma quest’ultima non ha più una sua funzione specifica quando venga meno lo svolgimento del processo da cui deriva, ossia il processo stesso inteso come biologico. Tributi d’impressioni e scelte nella pressoché infinita sequela di combinazioni possibili a cui ogni epoca è sottoposta: il libero arbitrio pare quasi un dolo d’impeto o un’attività decorativa.
Ridendo, scherzando e bombardando è passato un quarto di secolo da quell’undici settembre che divenne eponimo storico. All’epoca dell’attentato avevo diciassette anni e tutto mi sembrò surreale, ma ebbi subito la netta sensazione che quell’evento fosse destinato a cambiare il mondo per com’era stato conosciuto fino ad allora. Ogni tanto riguardo le dirette televisive di quel giorno e i filmati amatoriali che furono registrati: tutto riappare sempre così lontano, come se io non ne fossi stato un lucido testimone. Cosa rimane del tempo che fu? Forse qualche detrito, proprio come alle Twin Towers. Io intanto sono vivo, alla mia sinistra v’è un gatto dormiente e se domani crepassi la mia assenza passerebbe pressoché inosservata, ma non amo le commemorazioni e poi, se anche ne diventassi oggetto, la cosa non mi tangerebbe. Riconosco grande importanza al presente, ma tengo in forte considerazione anche i prossimi quindici minuti perché non escludo d’impegnarmi in una somma cacata.

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27
Ago

Play Time di Jacques Tati

   

Pubblicato giovedì 27 Agosto 2026 alle 01:03 da Francesco

Questo film francese del 1967 è particolare, più di quanto lo siano quelli per i quali in passato ho speso il medesimo e ormai inflazionato aggettivo. Il tenore comico dell’opera porta in grembo un monito, o almeno io questo vi ho colto, però non già verso la modernità tout court quanto, invece, nei confronti della velocità di diffusione degli ultimi ritrovati tecnologici: d’altro canto quest’ultima risponde a un processo pressoché ingovernabile come dimostrano il recentissimo passato e il presente. La tecnologia che si affacciava alla fine degli anni Sessanta del Novecento non è paragonabile a quella odierna, tuttavia il cambiamento di usi e costumi, il mutamento del rapporto tra uomo e mondo, lo scalino tra un prima e un dopo, a mio parere risultano validi a prescindere dall’epoca di riferimento, perciò Play Time, film che secondo me si scaglia contro certi aspetti della modernità, come in una sorta di paradosso risulta ancor oggi moderno, sempre attuale: di alcuni film si dice che invecchino o siano invecchiati bene, mentre a mio giudizio in questo caso il tempo non ha fatto valere effetto alcuno del suo inesorabile passaggio.
L’approccio satirico al mondo in evoluzione indusse Tati a fare leva sulla scenografia e sulla fotografia: per la prima eresse un set dispendioso che rassomigliava a una piccola città chiamata Tativille, dove gli ambienti erano squadrati, asettici, dove tanto gli esterni quanto gli interni richiamavano l’asepsi delle sale operatorie. Per quanto riguarda la fotografia invece vi fu la scelta deliberata di optare per colori desaturati nella composizione del set lasciando il dominio a una scala di grigi che solo sul finale, quando l’epilogo si fa speranzoso, lascia ritrovare un certo equilibrio cromatico che si associa a un rinnovato disordine, come se i primi e il secondo fossero specchio dell’umanità: ed è proprio l’umanità, forse, il costo da pagare per ogni avanzamento tecnologico sebbene poi, a mio modo di vedere, anch’essa si ripari per poi rompersi di nuovo al cospetto di un altro cambio, in una perenne dialettica.
Protagonista in questa realtà dal sapore distopico è un personaggio caro a Tati che difatti compare in altri suoi film, ovvero Monsieur Hulot, un ometto buffo, goffo e grottesco, la cui comicità muta (giacché nel film i dialoghi sono ridotti a brusio di fondo e quindi, di fatto, quasi assenti) mi rimanda più alle fredde geometrie di Buster Keaton che alla recitazione un po’ emotiva di Chaplin, ma anche costui può essere chiamato in causa poiché protagonista di Tempi Moderni, film che presenta analogie tematiche con Play Time: a pescare sempre nel cinema muto penso che anche un lieve accostamento con Metropolis di Fritz Lang non sia peregrino né azzardato. Vi sono poi delle associazioni di idee che in me hanno anche carattere postumo, difatti il film mi ha fatto pensare anche a qualcosa di Mondo Cane e poi, soprattutto, a Koyaanisqatsi; quest’ultimo è un film dal taglio documentaristico del 1982 che prende il titolo da una parola della lingua hopi che si può rendere come “vita senza equilibrio”. In ultima analisi credo che Play Time sia davvero un’esperienza unica, divertente e appagante nel suo acume satirico. In calce ho affiancato un’immagine del film con “Il viandante sul mare di nebbia”, celebre dipinto di Caspar David Friedrich, giacché la prima mi ha ricordato il secondo.

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18
Ago

Dialoghi di Platone

   

Pubblicato martedì 18 Agosto 2026 alle 00:02 da Francesco

Ho riletto i Dialoghi di Platone nella tutt’altro che scorrevole versione di Francesco Acri: per me in alcuni passaggi l’uso di un registro aulico e desueto aggiunge fascino allo scritto, come nel Fedro, ma in altre parti, quali il Parmenide, mi sembra che complichi quanto già di per sé pecca d’immediatezza. Il mio dialogo prediletto resta il Fedone, al quale la cura dell’Acri rende un servigio stilistico, per il suo richiamo alla meditazione sulla morte e per il processo a Socrate: quest’ultimo, a sua volta, mi rimanda a un bel film del 1939 che vidi per la prima volta in una remota notte di tanti anni fa su Rete Quattro, con Ermete Zacconi nei panni (o nel chitone d’ordinanza) di Socrate.
“E a scioglierla molto adoperano a ogni ora, come detto è innanzi, quei soli che filosofeggiano dirittamente”.

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15
Ago

A ferragosto ma non ai ferri corti

   

Pubblicato sabato 15 Agosto 2026 alle 01:50 da Francesco

Ogni nuova generazione ha in nuce e porta in grembo critiche da gettare sulla generazione successiva, come se a ogni esodo ne seguisse un altro e poi un altro ancora, ma sempre con delle rimostranze verso i nuovi venuti i quali, a loro volta, le volgeranno a chi sottrarrà loro il primato della gioventù. Non esistono regole, ma soltanto l’illusione di un passato migliore che invece non fu altro che un presente tra i tanti avvicendatisi a colpi di decenni, secoli, millenni. Tutte le estati è la stessa storia, ma la storia in sé si riduce alla sua propria ripetizione: inedite possono esserne la lettura e l’interpretazione date dal singolo individuo, anonima e beata comparsa tra moltitudini di indistinguibili protagonisti.
Non alberga in me il timore di perdere delle occasioni e quindi non ho paura di mancare gli appuntamenti con il destino: ci si può organizzare con quest’ultimo senza che si scomodi il fatalismo. L’eternità ha il mio numero e tutto ciò che lo precede oltre a quanto ha ancora da venire, quindi non si possono accampare scuse né ecpirosi di sorta in merito alle possibilità di un ritrovo preciso: se la linea non dovesse prendere allora basterebbe ricordare che non esiste soltanto la geometria euclidea.
Il più delle volte i miei incontri mi vedono a tu per tu con la mia immagine su una superficie riflettente, perciò non ho nulla di cui lamentarmi. Se non stessi bene con me stesso dovrei avanzare pretese di secessione e indipendenza, invece posso gustarmi una cedrata in totale tranquillità, come se nulla fosse o come se io, invece, qualcosa lo fossi davvero. Non sento mia l’altrui agitazione, la frenesia da occasione mancata, il ballo tarantolato di chi si avvelena da sé: non ho fretta né pretese e del nulla e dello statico mi sento quieto intenditore. Pace a chi pace ben conosce, per gli altri esiste e vige già quanto impedisce loro di esistere. Qui non c’è spazio per i saluti perché viene meno il commiato.

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2
Ago

Ancora agosto

   

Pubblicato domenica 2 Agosto 2026 alle 01:51 da Francesco

Con l’avvento del nuovo mese già si prospetta il grande esodo che di norma si tiene in prossimità delle sue idi, ma io non ho progetti migratori e rimango stanziale nel mio stato d’ampia armonia. Non mi occupo di flussi umani e tutt’al più gestisco con parsimonia il getto dello sciacquone. Forse un domani, ammesso che sorga, potrei tornare a viaggiare se la mia vita interiore mi suggerisse di farlo, ma se mi risolvessi in questo senso di sicuro non mi organizzerei in un periodo di alta stagione o di basso entusiasmo.
Il perimetro delle mie abitudini si estende al di là dei suoi confini visibili. Dimoro in una bella oasi che si trova in mezzo a un deserto senza nome, ma di quest’ultimo forse anch’io sono sprovvisto. Sorseggio piano acqua fresca e frizzante appena la sete si fa sentire, ma talvolta ne bevo ancor prima che il bisogno si presenti. Non ho riferimenti terreni, fatta eccezione per quello che può offrire il magnetismo del pianeta. Una piccola autarchia in regime autoreferenziale, così definisco l’avamposto della mia persona nel cangiante continente del tempo. Assisto a cambiamenti distanti, come se non mi tangessero, come se di notte vedessi il loro dispiegarsi in un cielo limpidissimo e mai offeso dall’inquinamento luminoso. Vi sono altre forme di coscienza e ulteriori modi per stare al mondo, ma alcuni di essi potrebbero figurarmisi soltanto come dei miraggi se io fossi incline alle allucinazioni. Non so se io abbia scelto il mio posto, ma al contempo non ho la sensazione che qualcosa o qualcuno mi ci abbia ristretto: forse la verità è in una via di mezzo che conduce chissà dove o chissà quando, giacché tempo e spazio possono litigare e separarsi. Se anche qualcuno mi cercasse, farebbe fatica a trovarmi: tutt’al più potrebbe incontrarmi e io, se facessi altrettanto, forse cadrei nel medesimo limite.

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21
Lug

Molteplici centri decisionali

   

Pubblicato martedì 21 Luglio 2026 alle 00:12 da Francesco

Quando il Leviatano non si dimostra tale, è come se dispensasse se stesso dalle proprie carenze, in violazione del tacito contratto sociale che ciascun individuo stipula al momento della nascita, ossia quello in cui alla rinuncia dello stato di natura corrisponde la garanzia della sicurezza. La forza dello Stato manca in un primo momento, quando v’è da arginare e prevenire un disegno criminoso, ma quella medesima forza viene poi esercitata in seguito, con colpevole ritardo, contro il singolo cittadino, quando quest’ultimo è costretto a compensare le mancanze dello Stato in un modo che porta l’agire individuale al di fuori delle leggi vigenti.
La mancanza di deterrenti permette ai criminali di avere un certo agio e un’ampia possibilità di manovra, perciò una persona comune rischia di trovarsi in fuoco incrociato, in parte composto dalla delinquenza, e in parte dalle preteste dello Stato che prevede maglie molto strette per la legittima difesa. In un certo senso è come se si moltiplicassero i centri decisionali con tutta l’instabilità che ne deriva: è il caos, l’incertezza e la fiera del paradosso.
Un quarto di secolo fa vi furono i fatti del G8 di Genova, dei quali esiste un lungo video amatoriale, quello che in inglese si chiama “raw footage”, forse ancora scaricabile da eMule: ogni tanto me lo riguardo a mo’ di “Una poltrona per due” a Natale. Fino a quel tardo luglio sapevo che non era una buona idea mettere una forchetta in una presa elettrica, ma da quelle immagini appresi come fosse altrettanto pericoloso indossare un passamontagna nel tentativo di lanciare un estintore contro una persona armata. In tutta onestà alcune istanze di quella marmaglia, intendo quella pacifica, non erano completamente sbagliate, infatti il tempo ha dato loro un po’ di ragione. C’è anche tutta la parte comica in cui le forze dell’ordine non riuscirono a evitare che i black bloc passassero per la città come Tamerlano, con il gran finale alla scuola Diaz dove furono legnati manifestanti che nulla c’entravano con le violenze. Insomma, un gran bel casino dadaista da ogni prospettiva.

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15
Lug

Senza che il caldo dia alla testa

   

Pubblicato mercoledì 15 Luglio 2026 alle 04:32 da Francesco

Mi trovo a una quota presso la quale le parole, più che mancarmi, vanno rarefacendosi. Non sono in un disegno di divino, ma ricalco periodi beati che in parte ho già esperito più volte. Si rinnova in me un entusiasmo sacro, avvolgente, il quale forse presenta dimensioni persino maggiori rispetto a quelle che io posso custodire. Non v’è mappa che indichi lo stupendo deserto in cui dimoro; non scorgo niente né nessuno all’orizzonte che sa farsi cremisi quando il Sole s’assenta in apparente requie, così come alle mie spalle, dove altre dune si avvicendano in sabbie sempiterne, non vi sono altre orme all’infuori delle mie.
Di qualcuno che mi fu coevo oggi resta soltanto una pietra tombale, ma io non allevo nostalgie e seguo il tempo finché quello mio, cosa altra dall’aion, me lo consente. Vivono e risuonano in me anomalie salvifiche che considero abili ancelle. Salgono le temperature e scendono i rivoli di sudore: ogni stagione ha i propri sensi di marcia. La parte migliore dei vuoti è nascosta e si rivela soltanto a chi l’accetti come incolmabile. Non c’è altro oltre al tutto e non mi pare poco. I simboli non hanno consistenza e sul loro altare la reciprocità si tramuta in equivoco. Le alchimie fallite sono tentativi legittimi che non possono pretendere niente di diverso dalle loro stesse confutazioni: più che confessarsi, si sconfessano. Le assenze di sempre si radunano in cerchio attorno al fuoco e io con loro: fummo e siamo quanto ci è dato d’essere nella misura della scelta e nell’obbligo delle circostanze. Volgerei un saluto se per quest’ultimo esistesse asilo: intanto sono qua e altrove.

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3
Lug

A luglio niente di che

   

Pubblicato venerdì 3 Luglio 2026 alle 02:53 da Francesco

Nessuna nazionale mi ha convocato per giocare i mondiali negli Stati Uniti e quindi non sussiste possibilità di sorta che io ne alzi la coppa in finale, però mi contento di sollevare una lattina priva di zuccheri nel cuore della notte. Ognuno si delizia come può, o talora come vuole, in base ai propri limiti e soprattutto alla capacità di goderne senza che ne sia preteso il superamento.
Il tifo da stadio non si ritrova soltanto nelle strutture che lo definiscono, ma imperversa anche in altri luoghi e in astrazioni difettose. L’ordine pubblico è una questione che va facendosi sempre più privata, ma non credo agli allarmismi giacché il mondo procede nell’unica maniera in cui può farlo. Le tensioni sociali hanno l’acre odore di un potere minuto e in costante ripiegamento, al netto delle messe in piega che sfoggiano alcune delle sue detentrici. Non comprendo la lotta tra i sessi giacché l’incompetenza unisce entrambi i generi (e qualunque altro ne venga inventato a tempo perso), a pari merito con il nepotismo e la faziosità.
Il mio bieco qualunquismo gode anche d’un altro aggettivo: icastico. Non sento poi molto mie né le questioni politiche né i fatti di cronaca, però approfondisco le prime e i secondi per il gusto di masticare l’attualità, come se si trattasse di gomme americane (e infatti non di rado lo sono).
Ogni cosa è inconsistente e transeunte, tuttavia anch’io non sono da meno e quindi, anche se talvolta prendo il largo verso l’Iperuranio, per mantenere almeno un piede in terra faccio leva sulle inezie del mio presente. Il fallimento del multiculturalismo è così lampante da annunciare tempesta: che piova pure, foss’anche sangue. I dibatti accesi non illuminano granché e hanno la portata di luci soffuse in ambienti insalubri. Per quanto mi riguarda, io mi riguardo.

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24
Giu

Il limite dell’utile di Georges Bataille

   

Pubblicato mercoledì 24 Giugno 2026 alle 03:20 da Francesco

Esauritane la rilettura un mese fa, alcuni giorni addietro sono tornato sulle pagine de “Il limite dell’utile” per appuntarne dei passaggi. Battaille è una frequentazione sì pericolosa, ma a sua volta scongiura il pericolo della banalità: uno a uno, uomo al centro. In questo libricino s’addensano idee che a mio parere possiedono grande sostanza e una forma adeguata alla loro evocazione.
Bataille sa come riportare in auge il buio che appartenne alla notte dei tempi, difatti attinge a piene mani dagli archetipi e ne ricolloca l’ineluttabile presenza nel suo tempo il quale, per estensione, è anche il mio.
Georges Bataille, Il limite dell'utile
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3
Giu

Prima gara e primo podio dell’anno

   

Pubblicato mercoledì 3 Giugno 2026 alle 22:49 da Francesco

Domenica ho compiuto un inopinato ritorno alle gare e, grazie anche all’assenza di alcuni atleti, sono riuscito a salire sul gradino più basso del podio: terzo assoluto. L’occasione è stata quella della Scarpinata dei quattro forti spagnoli in quel di Porto Ercole. La posizione in classifica è stata l’unica nota positiva della mia prestazione, difatti non mi è piaciuto come ho percepito e condotto lo sforzo: ho faticato sulle salite e non sono riuscito a spingere come volevo lungo le discese.
Forse non è stata un’idea brillante quella di fare in trentotto minuti il dislivello che di norma incamero nell’arco di un mese, ma almeno adesso ho un termine di paragone su cui lavorare. Nelle ultime settimane ho sottoposto il mio corpo a stimoli inediti con molteplici seduti di velocità, perciò immagino che debba ancora assimilare del tutto il mio nuovo approccio all’allenamento e di sicuro d’ora in poi, a quest’ultimo, aggiungerò con regolarità delle uscite su percorsi collinari.

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