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Apr

Psicologia e alchimia di Carl Gustav Jung

Pubblicato mercoledì 19 Aprile 2017 alle 13:32 da Francesco

Sono giunto alla fine di Psicologia e alchimia di Carl Gustav Jung, un libro di cui per lungo tempo avevo rimandato lo studio e la lettura. La concezione dell’alchimia come semplice antesignana della chimica mi dà l’idea della stessa confusione che sussiste tra l’aurum vulgi, ovvero l’oro del volgo, e ciò a cui invece punta davvero il processo di trasmutazione, ossia l’aurum nostrum.
Jung ha cura di sottolineare l’aspetto psicologico del processo alchemico ed equipara la prima materia (in quanto base dell’Opus) a un contenuto psichico autonomo il quale, in ragione del suo carattere soggettivo, sfugge a ogni definizione, inoltre egli precisa come la proiezione di questo contenuto sia inconscia. Le considerazioni di cui sopra fanno il paio con i due aspetti fondamentali dell’alchimia, ovvero la pratica del laboratorio e il processo psicologico che è in parte conscio, in parte inconscio. Per Jung la nigredo (cioè la prima fase dell’opera alchemica) ha una corrispondenza psicologica con l’incontro della cosiddetta Ombra; la sostanza trasformante ha la duplice qualità di materia vile (resa da allegorie diaboliche) e allo stesso tempo presenta un carattere prezioso, persino divino: è questa che conduce dall’infimo, al supremo, dall’animale infantile e arcaico all’homo maximus mistico. Oltre a simili idee e alle loro più precise implicazioni v’è un’ipotesi che ha catturato il mio interesse: mi riferisco a quella secondo la quale così come vi sono stati giacenti al di sotto della coscienza, ve ne possono essere altri al di sopra di essa.
Ho trovato stimolanti i parallelismi tra il Lapis e Cristo benché il concetto del primo affondi le sue radici ben più in profondità rispetto alla figura del secondo, e ho appreso con ancor maggiore interesse la differenza tra lo scopo dell’alchimia e il fine del cristianesimo: la prima non ha come priorità la redenzione dell’uomo, caratteristica che è invece preminente nel secondo, ma vuole redimere la divinità che è perduta e dormiente nella materia. Sempre in merito al rapporto tra l’alchimia e la dottrina cristiana mi ha fatto sorridere una piccola verità di Jung sulla nascita dei Rosacroce, ovvero che la ragion d’essere delle società segrete è quella di mantenere in vita la forma di un segreto a cui sia venuta meno la sua sostanza: ho incontrato quest’affermazione nella parte conclusiva del libro, precisamente quando Jung scrive del declino dell’alchimia e ne colloca l’inizio al diciassettesimo secolo.
Mi sono poi imbattuto in utili considerazioni a corredo della tematica principale; il concetto di Sé, ribadito ancora una volta come comprensivo di coscienza e inconscio di cui è, appunto, il centro così come l’Io è il centro della coscienza, tuttavia anche l’assunto per il quale una conoscenza che sia soltanto intellettuale non basti a liberare il soggetto dall’infanzia e di come per tale scopo sia necessario un approccio in cui il ricordare sia anche un rivivere. Ancora in merito al Sé mi ha colpito una critica che viene rivolta a chi lo inquadri entro i limiti della psiche individuale: per Jung questa è una riduzione arbitraria e non scientifica.
A conclusione di questi miei sparuti appunti ricorro a una citazione di Maria Prophetissa che mi ha sedotto a prima vista: “L’’Uno diventa Due, i Due diventano Tre, e per mezzo del Terzo il Quarto compie l’Unità”.

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7
Gen

Ricapitolazione d’inizio anno e cromatismi alchemici

Pubblicato mercoledì 7 Gennaio 2015 alle 08:01 da Francesco

Già intravedo la vigilia della mia partenza nonostante manchino ancora due settimane al lungo ritorno in Italia, perciò ne approfitto per un excursus che esula dalla solita cronaca di viaggio. Non sento il fiato sul collo, però vorrei sperimentare questa sensazione che per me è ancora inedita in ogni suo senso, specie quello in cui sono coinvolti tutti gli altri cinque.
In patria con la mia lingua madre mi sento figlio unico, ma non lamento uno stato di solitudine al quale devo comunque molto. Una volta a casa riprenderò a coltivare quei nuovi interessi che ho dovuto trascurare per partire; inoltre mi farò carico di certe incombenze che ho rimandato per lo stesso motivo. Può darsi che in cielo un’avaria, una turbolenza anomala o un jihadista mettano fine ai miei propositi e a tutto ciò che può ancora accadere: memento mori!
Questo viaggio è stato il più lungo ed intenso che abbia mai fatto, ma è stato anche iniziatico. Seguendo una certa terminologia alchemica posso riassumere i miei ultimi dieci anni in almeno due parti. Prima vi è stata la nigredo, una fase in cui ho iniziato a praticare  l’introspezione e ho cambiato il mio fisico: ho distrutto quello che ero, dall’adipe ai desideri meccanici e ho tagliato i ponti con quasi tutti i miei consanguinei; una tabula rasa era indispensabile, tant’è che anche la mia ombra ci è andata di mezzo.
Quasi un lustro più tardi è giunta la cosiddetta fase dell’albedo, un periodo in cui ho cominciato a provare una certa padronanza della mia persona che si è poi riverberata lungo tutto il raggio dei miei interessi. Nello stesso arco di tempo sono riuscito a profondere ulteriori sforzi dai quali ho tratto altri benefici e piccole soddisfazioni, ovvero nient’altro che appendici dell’essenza di tale processo. In questo decennio, a cui io mi riferisco come epoca della sublimazione (che ormai ritengo conclusa), le fasi di cui sopra non sono state lineari e d’altronde non potevano esserlo. Le mie cadute hanno avuto sempre la stessa matrice: la totale mancanza di reciprocità; come in una sorta di supplizio di Tantalo non sono ancora riuscito a raggiungere il cuore di nessuno. Queste mancanze e i rari tentativi di colmarle (sempre dettati dal caso e da sincere intuizioni) talora mi hanno fatto vacillare sulla mia via e altre volte mi hanno proprio atterrato (o atterrito). Col senno di poi penso che ogni passo in quella direzione mi sia servito e forse ne avrei dovuti compiere di più decisi. I fallimenti mi hanno creato le condizioni ideali per perorare lo sviluppo personale, tuttavia non penso che possano più darmi alcunché: ormai ne conosco le dinamiche a menadito e nel migliore dei casi (o nel peggiore, che tanto è uguale) potrei provarne di nuovo le amarezze che l’Ego spaccia per uniche, ma di cui io invece ravviso chiaramente gli stereotipi.

Mi rendo conto che quanto mi appresto a scrivere possa sembrare arrogante ad uno sguardo estraneo e non lo appunterei se queste parole non avessero come destinatario il sottoscritto o se non contenessero già in nuce quell’autoreferenzialità da cui non ho modo di svincolarle.
Ora che ho messo le mani avanti posso annotare qualcosa sulla posizione altrettanto avanzata dei miei passi. In altre parole mi sento alle porte di quella che l’alchimia designa come rubedo, tuttavia non escludo che qui mi stia appropriando in maniera indebita di un termine per riferirmi a qualcosa di diverso: solo io posso conoscere la risposta e non è detto che sia quella giusta.
Ad ogni modo, mi domando se a fornirmi una prima e superficiale prova di questa transizione sia stato l’improvviso riguardo che ho preso a nutrire verso qualche tramonto, parte della giornata di cui per lungo tempo non mi sono spiegato l’altrui fascinazione: assonanze cromatiche.

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