27
Feb

Morte e ramen

Inviato domenica 27 Febbraio 2011 alle 20:15 da Francesco

Ieri, tra le mura medicee di Grosseto, ho scoperto un negozio di cibo etnico in cui non ho esitato a comprare alcune delizie. Mi sono portato a casa un po’ di ramen e me lo sono preparato per il pranzo d’oggi e per quell’altro pasto della giornata che solitamente si consuma durante la sera. Devo proprio risolvermi a fare una scorta di ramen: in questo caso l’imperativo è d’obbligo.
Nel circo mediatico oltre agli elefanti e alle puttane tirano molto anche i morti. Gli indici d’ascolto si alzano come in un’erezione al cospetto dei cadaveri, difatti la morbosità diffusa costituisce una necrofilia platonica. Quando la carne viene meno e lo spettacolo sembra finito, c’è sempre qualche virtuoso del cattivo gusto che riesce immancabilmente a sfregiare finanche la memoria. Avvezzi alla violenza, alla prevaricazione, ma sempre al soldo delle loro insicurezze, un numero consistente di miei simili si diletta a esorcizzare le paure con l’infantilismo dei bambini, tuttavia senza avere più a disposizione la cattiveria innocente che ricorre spesso nei fanciulli. A me pare che a molte persone piaccia stringersi attorno ai lutti per adoperare il proprio dolore o quello di estranei come collante emotivo. Talvolta la solidarietà veicola aspetti meno nobili e altrettanto essenziali per il quieto vivere. Un raduno di motociclisti non è poi tanto diverso da una veglia funebre. Gli usi e i costumi sono sempre più raffinati, il pudore rasenta l’ipocrisia e la condotta si modella su schemi canonici, ma c’è sempre un fondo primitivo alla dipartita di un essere umano come al suo arrivo. Dall’efferatezza alla commozione mi pare che ancora sia difficile svincolarsi dagli istinti e dai retaggi comportamentali per muoversi in regioni più alte del pensiero. Ci provo.

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24
Feb

Tra cielo e mare

Inviato giovedì 24 Febbraio 2011 alle 14:04 da Francesco

La tramontana non accarezza, bensì scartavetra i sensi e spira senza posa. Le distanze creano illusioni ottiche. L’orizzonte pare sempre così netto e irraggiungibile al punto che si maschera facilmente con l’idea d’infinito e altrettanto semplicemente tende a tingersi d’eternità per occhi perituri, in un pianeta perituro. Le espressioni più maestose e terse degli elementi mi inducono spesso a carezzare la mia transitorietà. Oggi sono così, domani forse lo sarò di nuovo, però un giorno non lo sarò più e infine non sarò più. Queste paroline non vanno trascritte sul registro dei morti perché brillano di luce propria, ma ci sarà sempre qualcuno che vi proietterà le sue ombre e me le attribuirà. Malgrado piccole grane, cose di poco conto, la mia vita procede bene.

Mi sto riappropriando dello smalto che ho perso in Giappone. Provo buone sensazioni e ogni giorno mi sento meglio. Prima o poi forse avrò il dispiacere di provare uno strappo all’inguine a causa degli esercizi di estensione a cui mi dedico per vincere la sfida dello yeop chagi. Assumere quella posizione non è affatto facile e ogni volta che ci provo ne ricavo fitte intense. Forse non mi sto allenando nel modo corretto per raggiungere l’obiettivo, però non ho a disposizione un maestro di taekwondo a cui chiedere delucidazioni. Cercherò di documentarmi maggiormente a riguardo della disciplina dalla quale voglio attingere, seppur limitatamente a ciò che mi occorre.
I falsi allarmi di primavera m’invitano a leggere in luoghi ameni e io di rado disattendo queste convocazioni. Gli scampoli dell’inverno assomigliano agli scolari durante gli ultimi giorni di scuola. Tempo al tempo, presto tornerò come prima e mi supererò: i miei orizzonti sono tangibili.

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22
Feb

Storia e utopia

Inviato martedì 22 Febbraio 2011 alle 12:23 da Francesco

Le insurrezioni nordafricane degli ultimi tempi mi fanno pensare ad una versione modificata di quella che fu l’Operazione Condor in America latina. Non sono un dietrologo né un complottista, però ogni tanto certe associazioni d’idee sorgono in me spontaneamente. Trovo buffa la goffaggine di certi politici europei che non riescono ad assumere una posizione ferma contro i dittatori che fanno loro comodo. Forse la colpa di Mahmoud Ahmadinejad è quella di capeggiare l’Iran invece di uno stato del Maghreb o di un’altra nazione nei pressi di quest’ultimo, altrimenti dubito che le voci di condanna al suo operato sarebbero state vibrate come lo sono state in passato; forse persino le minacce ad Israele gli sarebbero state scusate nelle circostanze ipotetiche succitate. Proprio in questi giorni sto leggendo “Storia e utopia” di Emil Cioran. Un libro intenso di quasi centosessanta pagine in cui il saggista rumeno dà visioni particolari della democrazia, del liberalismo, della tirannide e dei suoi interpreti. Lo stile è talmente potente e caustico che quasi sorvolo i contenuti per concentrarmi sulla forma. Condivido soltanto una piccola parte di quanto è scritto in “Storia e utopia”, ma se la discordanza d’idee fosse il prezzo da pagare per leggere opere del genere, allora sarei sempre ben felice di non sposare mai i concetti che mi passano sotto gli occhi. Un’analisi talmente lucida, in cui si fondono tematiche in apparenza molto distanti tra loro, un testo illuminante seppur diverso in modo insanabile dalla mia forma mentis: insomma, raramente mi è capitato d’immergermi in un’alchimia così riuscita.

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20
Feb

È ufficiale

Inviato domenica 20 Febbraio 2011 alle 08:27 da Francesco

Odio profondamente i refusi, specialmente i miei. Vorrei che la disattenzione si suicidasse.

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18
Feb

Questioni editoriali

Inviato venerdì 18 Febbraio 2011 alle 19:05 da Francesco

Tra me e la mia casa editrice c’è una questione insoluta legata alla SIAE, un ente che secondo me dovrebbe scomparire assieme ai suoi fautori. Probabilmente questo bracco di ferro finirà con la risoluzione del contratto, senza tarallucci né vino di cui non sentirò certo la mancanza poiché in questo periodo non tocco dolciumi e sono astemio: al massimo potrei usare il vassoio come corpo contundente. Ho ventisei anni e mi sento appagato. Su di me non c’è nessuno che possa fare leva sul narcisismo artistico poiché quest’ultimo io non lo conosco, tuttavia quando sono in forma devo ammettere che pratico l’autocompiacimento davanti allo specchio ed è questo che io voglio riprendermi dopo il soggiorno nipponico. A me non frega una beneamata minchia di pubblicare a tutti i costi il mio secondo libro.
Qualche mese fa ho deciso di confrontarmi con l’editoria italiana poiché ritenevo che fosse un atto dovuto verso la mia scrittura, ma non mi aspettavo nulla pur riconoscendo al mio scritto un certo valore. Non ho bisogno di critici per valutare il mio operato e difatti ho evitato di spedire il mio primo libro in giro per l’Italia poiché non soddisfaceva i miei canoni. Ovviamente mi sarebbe piaciuto avere le spalle coperte da una casa editrice e fruire della possibilità di fare lo scrittore. La vita è fatta anche di rinunce, ma le mie sono poca cosa rispetto a quelle di tanti altri. C’è chi immola la propria felicità per pagarsi un abbonamento vitalizio al senso del dramma e vivere in base alle scelte che altri hanno preso per lui. Come la stragrande maggioranza delle persone io non sono completamente libero, però lo sono in larga misura dalle catene che potrei impormi e questo è un privilegio tale che per taluni risulta addirittura inconcepibile. Probabilmente non sarò mai nessuno e nessuno mai mi farà la cortesia d’aprirmi il suo cuore, però cazzo, quanto mi diverto in questa vita. Intanto che i miei simili si struggono, inseguono successo o potere, io mi diletto ad ascoltare Nuvole Senza Messico di Giorgio Canali e Rossofuoco.

È la vita che va è la vita che va,
è una piccola morte che viene
esercizi di stile che scorrono nelle vene

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17
Feb

Archivio onirico: sogno n. 3

Inviato giovedì 17 Febbraio 2011 alle 11:02 da Francesco

Questa sogno è stato un po’ inquietante, però non lo definirei un incubo. Mi trovai dentro un treno merci assieme ad una ragazza di cui rammento soltanto le labbra sottili. Dopo un arco di tempo imprecisato capitai in una città fatiscente della seconda metà del novecento e già nel corso del sogno mi sembrò che questa fosse situata in Corea del Nord. Provavo un certo disagio in mezzo a quelle strade urbane e stavo attento a non dare nell’occhio per evitare i controlli della polizia. D’un tratto fui affiancato da un autobus nero, dalle forme tondeggianti, sul quale si trovava anche la ragazza che precedentemente era stata con me dentro il treno merci. L’autista dopo essersi fermato aprì le porte del mezzo e la ragazza di cui sopra mi invitò ad entrare. Io le risposi che non avevo soldi per il biglietto e lei, a sua volta, disse che bastava un documento d’identità, ma io non disponevo manco di quello e mi allontanai in tutta fretta fino a raggiungere un attraversamento pedonale. Attesi il semaforo verde, ma quando fui ancora a metà strada per arrivare dall’altra parte, la luce divenne rossa e allora seguii quella verde di un altro semaforo. Mi ritrovai in un parco affianco al quale c’erano svariate rovine. Dei ragazzi giocavano a pallavolo, ma ce n’era uno che aveva una palla bianca e la lanciava continuamente contro una parete piena di crepe. Ad un certo punto quella palla bianca finì al secondo piano di un palazzo distrutto che confinava con il campo di gioco e ricordo il contrasto che il colore niveo della sfera suscitò in me quando balzò sopra due aste arrugginite della struttura portante.
Prima di questa scena mi affiancai ad un muro per lasciar passare alcuni bambini che correvano assieme a dei tutori piuttosto anziani. Dopo tutto ciò mi ritrovai a camminare su un terrapieno e mi parve di essere seguito. Da questo momento in poi l’inquadratura del sogno passò alle mie spalle e vidi alternarsi dietro di me due gemelli e un terzo tizio che sembrava il loro capo. D’un tratto costoro mi fermarono e sorridendo mi dettero del denaro. Capii che per salvarmi la vita io dovevo sembrare entusiasta di quell’elargizione e così feci. Quando ripresi a camminare, questa volta senza essere seguito, guardai le banconote e vidi che erano stampate soltanto su di un lato. Non ricordo altro.

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16
Feb

Ematuria, che passione!

Inviato mercoledì 16 Febbraio 2011 alle 12:47 da Francesco

Sono tornato in Italia la sera del nove febbraio e nella tarda mattinata del giorno seguente ho corso per ventuno chilometri seppur con un tempo lontano dalla mia media. L’undici febbraio ho ripetuto lo stesso percorso, ma al quindicesimo chilometro mi sono fermato per fare un po’ di stretching poiché sto lavorando sull’elasticità delle gambe per eseguire lo yeop chagi. Prima di riprendere a correre ho svuotato la vescica e per la seconda (e mi auguro ultima) volta nella mia vita ho pisciato sangue. Sono tornato a casa camminando, senza sforzarmi. Non ho avvertito dolori sul momento né in seguito. Ormai so di cosa si tratta: è disidratazione. Quando i reni non trovano più acqua, attingono dal sangue e l’ematuria è servita. Non è nulla di grave, però devo stare attento. Ultimamente bevo almeno due litri d’acqua al giorno ed eseguo solo esercizi di stretching e con i pesi. Ho rivisto anche la mia alimentazione poiché per un po’ di tempo dovrò fare a meno del dispendio calorico causato dalla corsa.
Ogni tanto si dice che qualcuno si allena fino a sputare sangue, però io che ho la faccia come il cazzo ho preferito pisciarlo. La corsa è estenuante e chiunque si sia spinto oltre o quasi i propri limiti in questa disciplina sa quanto essa sia meritocratica. Se io non avessi mai cominciato a correre non so neanche se oggi sarei ancora vivo. Quella fatica solitaria per me è stata come una madre severa e buona allo stesso tempo. Dalle prime corse incerte di pochi chilometri alle mezze maratone ho imparato ciò che nessuno poteva insegnarmi e ho affermato la mia volontà di vivere. Avrei voluto scoprirla prima, ma ormai sono anni che ne traggo beneficio e mi ritengo fortunato. Ricordo un tardo pomeriggio d’alcuni anni fa, quando lacrime di gioia si mimetizzarono nel sudore al mio arrivo ad una certa altezza rispetto al livello del mare. Mi amo e questo è un fatto incontrovertibile. Riprenderò a correre quando mi sentirò pronto e sicuro, ma fino ad allora il mio allenamento verterà sulla pesistica e sugli esercizi di estensione. Nei prossimi mesi aumenterò la massa muscolare e la flessibilità delle gambe, però avvertirò la mancanza della corsa e i bagni d’umiltà a cui mi sottopone sempre, immancabilmente.

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14
Feb

Archivio onirico: sogno n. 1 e sogno n. 2

Inviato lunedì 14 Febbraio 2011 alle 19:19 da Francesco

D’ora in avanti cercherò di appuntare spesso i miei sogni per organizzare il mio materiale onirico ed eventualmente avvalermene per scopi introspettivi.

Sogno n. 1

Questo sogno cominciò con una panoramica sullo skyline di una metropoli. Presto mi ritrovai a guardare con i miei occhi una scena statica in bianco e nero. Ricordo che all’improvviso vidi tre funghi nucleari e provai una paura profondissima. Fui scosso dallo spavento, ma quest’ultimo fu interrotto da voci sconvolte che mi pregarono di seguirle per sfuggire alla minaccia. Seguii quei richiami e d’un tratto il sogno prese a svolgersi in un sotterraneo. Da questo momento in poi non riesco a rammentare granché. Comunque, ad un certo punto, mi ritrovai dinanzi a una donna imbolsita, dai capelli neri, d’età compresa tra i trenta e i quarant’anni: costei non mi disse nulla e si limitò a osservarmi con un’espressione in cui si fondevano la sorpresa e la diffidenza. Infine scappai dal luogo in cui ero capitato e durante la fuga mi resi conto che le voci iniziali avevano mentito. Devo annotare che tutto il sogno, o almeno la parte che d’esso m’è dato ricordare, m’è apparso in bianco e nero.

Sogno n. 2

Questo sogno fu molto breve e intenso. Mi ritrovai a camminare su un ponte autostradale sotto cui scorreva un fiume. Era giorno e il cielo era annuvolato. All’improvviso sopraggiunse un’auto e fece una manovra brusca per fermarsi davanti a me. Il guidatore mi osservò con severità, ma io guardai la donna spaventata che stava sul sedile del passeggero. L’auto fece marcia indietro e finì nel fiume come se non ci fosse stata alcuna barriera, ma prima della caduta la donna gridò forte: “No!”. Io corsi subito a vedere che fine avesse fatto la vettura e ricordo un lungo silenzio.

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12
Feb

Stephania

Inviato sabato 12 Febbraio 2011 alle 20:25 da Francesco

A me piace prendere le cose di petto, proprio come una ninfomane giunonica. La scorsa estate il caso mi ha portato a scambiare alcune opinioni con una ragazza partenopea. Costei m’affascina e vorrei approfondire la sua conoscenza o, alternativamente, mi piacerebbe estradarla dai miei pensieri. Pur non conoscendola io intuisco qualcosa di estremamente adorabile in questa figlia del Mezzogiorno.
Com’è fatta Stephania? Dunque, è piuttosto esile e conserva un’apparenza efebica. Ha un naso che ricorda un po’ quello di una befana, però si sposa benissimo con il resto del volto e poi è il segno distintivo dell’epifania (nel senso più profondo del termine) che ella rappresenta.  Adoro i lineamenti lievemente aguzzi. Non è bionda né ha gli occhi chiari, però non me ne frega un emerito cazzo e ciò mi sorprende. Oibò. Non è procace. Per sbirciarle la scollatura credo che occorra tendere il collo. Insomma, non potrà mai avere il suo quarto d’ora di fama grazie al suo décolleté, però dentro il cranio ha tante cosette che possono garantirle una felicità vitalizia.
Abbiamo appurato che il suo sguardo non brilla di luce propria, però ella ha un taglio degli occhi che io trovo favoloso. Insomma, Stephania è una figliola che presenta un’estetica armoniosa, in cui ogni parte è nel posto che le spetta e alla giusta distanza dalle altre. Costei esprime quella classicità di cui è imbevuta la sua esperienza. Visto che lei capita puntualmente sui miei appunti io mi sento autorizzato a visitare altrettanto puntualmente la sua pagina di Facebook. Cazzo, questo gioco voyeuristico sembra un rifacimento scadente della Guerra Fredda.
Una fotografia recente ritrae la suddetta con un bambino in braccio e appena l’ho vista io ho pensato subito a Medea. Nell’immagine Stephania sembrava intenta a compiere delle prove tecniche di maternità, però non escludo che in lei possa celarsi un’infanticida. Comunque quello scatto mi è piaciuto molto e mi ha fatto riflettere sulla paternità. Devo confessarlo: mi sarebbe piaciuto infiltrarmi in quella foto e accettarne la staticità, magari cingendo delicatamente i due soggetti che già vi si trovavano di diritto. Stephania ha un’aura pudica, però non so di cosa sia fatta: dramma, scelta, educazione o caso, chissà. Non dialogo con lei e un po’ me ne dispiace, però cerco di spintonare via le fantasie amorevoli che ha suscitato in me dopo oltre due anni in cui non ne ho esperita neanche una. Ovviamente non posso disfarmi di certi pensieri da solo e come al solito il tempo mi aiuterà, seppur con i suoi tempi. Questo è il passato che si ripresenta e gli esiti possono essere soltanto due: uno manco si presta alle parole per quanto è ineffabile e l’altro invece riguarda i confini del dimenticatoio. Per fortuna non ci sono vie di mezzo in questi casi. A suo tempo avrei abbassato ogni difesa per stare con L. poiché avevo avuto modo di conoscerla e confrontarmici, ma alla fine lei ha imboccato (in tutti i sensi) un’altra strada. Oggi abbasserei ogni difesa per cominciare a conoscere Stephania, ma non c’è comunione d’intenti. Queste righe almeno mi dimostrano quanto io sia disinvolto e ben disposto verso ciò che faccia anche lontanamente pensare all’amore e quest’ultimo esiste al di là dei nomi nei quali lo si può incarnare: viverlo autenticamente è un privilegio, ma lo è anche ponderarlo senza che inevitabili delusioni e rifiuti precoci ne alterino la percezione. Questa volta ho scritto delle belle cose.

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10
Feb

Let’s twist again

Inviato giovedì 10 Febbraio 2011 alle 11:27 da Francesco

A me il volo è andato bene, ma ad un passeggero giapponese un po’ meno poiché all’arrivo è stato accolto da una squadra medica. Quando mi è possibile cerco di evitare la compagnia di bandiera, ma questa volta la sua offerta era molto vantaggiosa. Credo che il volo migliore io lo abbia fatto con la Finnair, poiché l’avvenenza delle assistenti di volo e l’altitudine a cui mi trovavo mi facevano pensare all’ascesa delle valchirie. Mi piace transitare sulle nuvole e vorrei poterci saltare sopra velocemente per spostarmi di gran carriera da un continente all’altro.
Devo già riappropriarmi delle mie abitudini. Non ho affatto dimenticato l’obiettivo d’eseguire lo yeop chagi e riprenderò subito ad allenarmi per riuscire ad assumere quella posizione. Durante gli ultimi trenta giorni ho preso un chilo e mezzo che provvederò a smaltire prima di marzo. Mi sento particolarmente bene e incline a compiere sforzi d’ogni sorta. Tanto per restare in ambito felino, a me caro, già rivedo le cose con gli occhi della tigre.
Ho deciso di rinunciare all’idea che aveva caratterizzato il periodo precedente alla mia partenza. Ho avuto un’esposizione così massiccia al Sol Levante che è venuta meno la spinta di approfondire la lingua nei termini che mi ero ripromesso. Continuerò a collezionare kanji nella mia memoria poiché credo che lo studio degli ideogrammi possa tenere la mia mente allenata. Scongiurerò il pericolo di crogiolarmi su certe cose. Devo essere meno categorico, altrimenti rischio di far cadere troppo intonaco dalla coerenza.

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