Le prime piogge della tarda estate ripuliscono le strade e forse persino qualche coscienza. A me non spettano compiti specifici rispetto al futuro, perciò mi basta avvertire l’aria appena rinfrescatasi per rivendicare un posto nel mondo. Non so cosa dilani le altrui esistenze né quali solide o remote speranze vi albeggino, ma io continuo a trascorrere il tempo così come egli mi ha sempre trascorso. Non v’è nulla d’impellente che mi riguardi. Un po’ di umidità o un’esplosione nucleare: tutto va così come deve andare. Se l’avvenire non fosse perlopiù incerto a chi sottrarrebbe quiete e da chi otterrebbe più d’una prece? Nel frattempo c’è gente che va e altra che viene: i consueti ingressi dagli uteri (o giù di lì) e le ordinate uscite nei cappotti di legno.
Quante nozioni potrò ancora incamerare da qui al momento del mio trapasso? La conoscenza è in larga misura vacua e di rado raggiunge estensioni apprezzabili, però la sua raccolta sa intrattenere chi la pratichi e quindi gode di una funzione ludica. Le molteplici variabili del divenire soggettivo finiscono per convergere in una costante postuma, ma quest’ultima non ha più una sua funzione specifica quando venga meno lo svolgimento del processo da cui deriva, ossia il processo stesso inteso come biologico. Tributi d’impressioni e scelte nella pressoché infinita sequela di combinazioni possibili a cui ogni epoca è sottoposta: il libero arbitrio pare quasi un dolo d’impeto o un’attività decorativa.
Ridendo, scherzando e bombardando è passato un quarto di secolo da quell’undici settembre che divenne eponimo storico. All’epoca dell’attentato avevo diciassette anni e tutto mi sembrò surreale, ma ebbi subito la netta sensazione che quell’evento fosse destinato a cambiare il mondo per com’era stato conosciuto fino ad allora. Ogni tanto riguardo le dirette televisive di quel giorno e i filmati amatoriali che furono registrati: tutto riappare sempre così lontano, come se io non ne fossi stato un lucido testimone. Cosa rimane del tempo che fu? Forse qualche detrito, proprio come alle Twin Towers. Io intanto sono vivo, alla mia sinistra v’è un gatto dormiente e se domani crepassi la mia assenza passerebbe pressoché inosservata, ma non amo le commemorazioni e poi, se anche ne diventassi oggetto, la cosa non mi tangerebbe. Riconosco grande importanza al presente, ma tengo in forte considerazione anche i prossimi quindici minuti perché non escludo d’impegnarmi in una somma cacata.
Questo film francese del 1967 è particolare, più di quanto lo siano quelli per i…
Ho riletto i Dialoghi di Platone nella tutt'altro che scorrevole versione di Francesco Acri: per…
Ogni nuova generazione ha in nuce e porta in grembo critiche da gettare sulla generazione…
Con l'avvento del nuovo mese già si prospetta il grande esodo che di norma si…
Quando il Leviatano non si dimostra tale, è come se dispensasse se stesso dalle proprie…
Mi trovo a una quota presso la quale le parole, più che mancarmi, vanno rarefacendosi.…