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Zelotipie non pervenute

Nel corso delle ultime settimane sono rimasto indietro rispetto a tutto e così già che c’ero (qui l’uso dell’imperfetto supera la perfezione) ho provato a fare un salto in un passato recente, ma sono finito nel clima artico di un’aorta meridionale e là non ho ritrovato nessuna traccia del mio primo passaggio: tutto è stato sepolto dai cristalli di neve e dai lunghi intervalli dell’indifferenza. Non ho occupato abusivamente i pensieri altrui e non mi sono infiltrato nei pertugi sottocorticali di nessuno, tuttavia ho preferito constatarlo in prima persona al fine di scongiurare ogni dubbio. Non ho raccolto degli indizi per farne una prova, ma delle conferme con cui rimuovere le velleità pregresse dalle cornici delle ipotesi future. Sulle pareti della mia mente sono rimasti soltanto dei chiodi e alcuni rivoli di sangue rappreso: adesso là dentro c’è più spazio per pensare e posso anche correrci liberamente come s’avessi a mia disposizione un castello abbandonato.
Ho ripreso con un po’ di regolarità quelle abitudini che favoriscono nuove connessioni sinaptiche e certe le ho sostituite con degli interessi quasi inediti che per lungo tempo ho mantenuto in secondo piano. Alla luce di questa tabula rasa anche le faccende quotidiane hanno perso parte della zavorra che si erano spartite con il resto del mio microcosmo: ora ci sono meno elettroni di valenza, ma più voglia di farsi valere. Non solo non m’aspetto dei riconoscimenti, ma neanche di essere riconosciuto da chi potrebbe trarre giovamento dalla mia vicinanza; non so quanto ci sia di vero nell’adagio secondo cui tutti sono utili e nessuno indispensabile, ma di sicuro non posso essere io a certificare la mia eventuale insostituibilità e già sono grato d’esserne impossibilitato.
Per quanto siano ancora incompleti, non mi aspettavo un così rapido esordio dei primi segnali del mio recupero e forse è stata una tetra ed erronea convinzione a restringerne i tempi, però dubito che l’efficacia di tale processo sarebbe stata la stessa se quell’idea sbagliata fosse stata intenzionale, come indotta a mo’ di trucco dall’autosuggestione o in seno a sotterfugi analoghi.
In questo frangente mi vengono in mente delle parole che non sono mie e nelle quali ritrovo la forza espressiva delle cose semplici: “Errori forse non esistono, solo lezioni che ti accrescono”. Mi sento come se mi stessi per affacciare ad una nuova vita, come se mi stessi per reincarnare ad opera ancora in corso, però poco importano le immagini evocative che tento di destare con alterne fortune; non sono vuoto perché ho perso qualcosa (cosa o chi, poi?), bensì lo sono in quanto devo ancora accogliere ciò che di meglio vuole farsi presenza.

Francesco

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