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Gen

Sognare di vedere un aereo che precipita

Inviato martedì 28 Gennaio 2020 alle 21:41 da Francesco

Stamane, dopo molto tempo, sono riuscito a ricordare un sogno. Ogniqualvolta mi sia dato di serbare qualcosa delle mie esperienze oniriche tendo ad annotarlo con un approccio didascalico e distaccato, ma ritengo che quest’episodio sia stato eccezionale.
Per molti anni ho avuto un sogno ricorrente piuttosto diffuso, ossia quello che mi vedeva sempre all’interno di un volo di linea che immancabilmente precipitava, ma, almeno per quanto m’è dato rimembrare, prima della scorsa notte non avevo mai sognato di assistere dall’esterno allo schianto di un aereo. Questa variante sul tema mi ha indotto a ritenere che il mio inconscio abbia superato delle preoccupazioni latenti a cui in passato il mio stato ordinario di coscienza ha raramente concesso asilo. Il sogno era ambientato nei dintorni della mia abitazione, l’aereo aveva la livrea blu e bianca, e io mi trovavo a circa un chilometro dal luogo dell’incidente: al momento dell’impatto l’aereo era inclinato di circa ottanta gradi.
Il mio stato vigile e il mio inconscio viaggiano a velocità diverse, di questo sono certo, ma sono comunque in stretta relazione e mi chiedo quindi quali ripercussioni avrà la consapevolezza che ho tratto da quest’ultimo passaggio del testimone tra l’uno e l’altro. In me si è sedimentata da molto tempo l’accettazione di certe dinamiche e di alcuni limiti, perciò non escludo che tutto ciò non ne rappresenti altro che la fioritura.

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28
Set

Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza

Inviato sabato 28 Settembre 2019 alle 10:36 da Francesco

Un po’ di tempo fa mi sono imbarcato nella lunga e impegnativa lettura de “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”, ma alla fine sono stato ripagato dalle forte suggestione che porta con sé l’impianto speculativo di Julian Jaynes. Non posso rendere giustizia a oltre cinquecento pagine piuttosto dense e quindi mi limito a farne una modestissima cernita, del tutto arbitraria e lacunosa, ma a mio esclusivo uso e consumo. 
La premessa risiede nella considerazione della coscienza quale tardo prodotto del genere umano in virtù di una sua assenza negli aspetti culturali della specie fino a qualche millennio fa. Gli argomenti di questo primo sostegno mi convincono perché si stagliano sull’adozione della scrittura, momento nel quale s’indebolisce la tradizione orale e si avvia il progressivo esautoramento delle voci allucinatorie, ossia quell’autorità primeva che Jaynes attribuisce alla cosiddetta mente bicamerale e di cui, nella seconda metà del libro, suggerisce di ricercare le vestigia nella moderna schizofrenia che egli reputa un fenomeno residuale di quella forma mentis. A tale proposito reputo interessanti le correlazioni neurologiche a cui Jaynes si risolve per non limitare l’ipotesi a un quadro prettamente storico o etologico, perciò ne consegue un certo interesse per l’emisfero destro e per come quest’ultimo, nella mente bicamerale e nei casi di schizofrenia, sopravanzi nelle esternazioni quello sinistro che di norma è deputato al linguaggio.
I tentativi di definire la coscienza sono altrettanto ragguardevoli e nella prime pagine sono messi in rilievo con quella che a me ricorda la tecnica per via di levare di michelangiolesca memoria: la coscienza non è il deposito di concetti e di norma neanche se ne serve, non è necessaria all’apprendimento e talora può persino ostacolarlo, non serve alla ragione ancorché talvolta le due siano sovrapposte o considerate un tutt’uno; in ragione di tali punti è lecito supporre che sia esistita una razza di uomini la cui esistenza prescindeva dalla coscienza.
Secondo Jaynes ai tempi della mente bicamerale non esistevano incertezze e di conseguenza non sussistevano i presupposti per fenomeni come la preghiera; le teocrazie di cui fungeva da stampo erano soggette a una periodicità intrinseca di ascesa, caduta e ritorno, essa inoltre verteva sull’udito più che sulla vista (con la sollecitazione delle relative aree corticali), quindi l’avvento della scrittura confinò la parola del dio in una forma controllabile e le sottrasse il potere ubiquitario che imponeva un’obbedienza immediata dovuta alle allucinazioni uditive, le cosiddette “voci” tipiche anche della schizofrenia. In ultima analisi Jaynes interpreta (in termini generali, come egli precisa) la nascita della coscienza come il passaggio da una mente uditiva a una mente visiva.
Nonostante si tratti d’un testo un po’ datato (risale alla metà degli anni settanta) mi sorprende come prenda in considerazione una questione che da alcuni anni a questa parte avvince un certo pubblico (con Sitchin in primis e Biglino in seconda battuta), ossia quella degli elohim (termine ebraico sul quale sono stati versati fiumi d’inchiostro) a cui la teoria della mente bicamerale accorda il ruolo di visioni e voci, quindi risulta de tutto aliena (l’ironia è voluta) dalle ipotesi dei cosiddetti antichi astronauti o da qualsivoglia connotazione extraterrestre; corollario di tutto ciò è la maniera in cui Jaynes si approccia all’Antico Testamento nel quale egli vede essenzialmente un documento della perdita della mente bicamerale.
Un altro punto d’interesse per me è costituito dai connotati che la coscienza assume in tale contesto: essa spazializza il tempo trasformando la diacronia in sincronia e induce a vedere gli accadimenti in una giustapposizione spaziale. Ha qualcosa di potenzialmente copernicano quanto scaturisce da una tale prospettiva perché in essa, ad esempio, il senso della giustizia dipende dal senso del tempo e dalla successione spaziale così com’è posta in essere dalla coscienza.
Gli spunti sono innumerevoli e innumerevoli sono i passaggi da appuntare, difatti sulla mia copia grava il peso di molti adesivi e abbondano le parentesi quadre di cui la mia matita è prodiga, ma altrettanto copiosi sono i possibili sviluppi e le conseguenze da trarre.
Mi chiedo se Jaynes ammetta la possibilità di un’essenza metafisica nell’essere umano o se la sua concezione della coscienza costituisca per lui una pietra tombale su qualunque idea di questo genere, nondimeno parti delle sue tesi mi sembrano plausibili, in particolare quella sullo sviluppo del senso del sacro, altre invece le recepisco tanto avvincenti quanto azzardate.
Non già la coscienza in quanto tale, ma il suo concetto è un qualcosa di cui i possessori possono essere molto gelosi poiché definisce la loro individualità, di conseguenza mi domando se la lettura di un testo simile non possa essere inficiata da un cotale pregiudizio il quale, com’è possibile e probabile, rischia di aggiungersi alle eventuali inattendibilità e fallacie di certe supposizioni ivi presenti.

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Lug

La natura della coscienza

Inviato mercoledì 1 Luglio 2015 alle 20:17 da Francesco

Sulla scorta di una lettura recente mi sono trovato a riflettere sull'eventualità che un giorno la coscienza possa essere tutta determinata come mera attività cerebrale, ma paradossalmente un'ipotesi così fisicalistica è al momento tanto metafisica quanto quelle a cui indirettamente si oppone. Il riduzionismo meccanicista fa storcere il naso ai miei aneliti più profondi, ma se fosse davvero alla base di tutto non potrei che prenderne atto; d'altro canto una simile accettazione renderebbe la tristezza meno dolorosa poiché inevitabile, non più gravata dalla responsabilità del libero arbitrio. Qualora si verificasse un tale scenario mi chiedo a quale grado assurgerebbe una siffatta attività compensatoria, non soltanto nel ridimensionamento delle emozioni negative (ancorché talora queste risultino formative), ma soprattutto in rapporto a quelle positive; forse ne risulterebbe un appiattimento sempre maggiore, proporzionato al livello di consapevolezza dell'ipotesi suddetta, fino al punto di un annullamento pressoché totale della polarità? Fino alla scomparsa d'ogni dicotomia? E così che fine farebbero i rapidi e impercettibili movimenti del Tao? Questa mia congettura conclusiva mi ricorda il concetto del nirvana buddhista e se vi trovasse risonanza allora per taluni (me compreso) potrebbe rivelarsi persino auspicabile.
Mi domando se il solo bisogno di aspirare ad una libertà superiore non testimoni già l'esistenza di quest'ultima su dei piani altrettanto elevati. Come può essere meccanico qualcosa che sia in grado di aspirare a ciò che per i limiti della sua natura non dovrebbe riuscire manco a concepire? Ai miei occhi, e non escludo che io pecchi di semplicismo (o ne tragga vantaggio), è come se i componenti di un circuito elettrico cessassero le proprie funzioni per interessarsi all'ontologia; diodi, resistenze e condensatori intenti a chiedersi quale sia il loro ruolo, il loro scopo, la ragione ultima della loro presenza in uno schema così limitato…
Un individuo come me è interessato alla verità, qualunque essa sia, però io in quale misura mi distinguo da qualcun altro per la disponibilità d'accoglierla a dispetto dei miei legittimi desideri? Si tratta soltanto di connessioni neurali sulle quali hanno agito un imprinting di un certo tipo e determinate influenze dell'ambiente in cui sono cresciuto? Tutto si riduce ad una commistione di processi fisiologici e culturali? Non sono un apologeta in alcuna accezione del termine, inoltre mi professo ateo per ragioni di cui non digredisco affinché questo breve appunto non ne risenta, ma è proprio l'autenticità che tento d'imprimere alla mia ricerca interiore (quindi il metodo qui è prioritario al fine stesso, com'è giusto che sia) ad impedirmi una posizione netta. Di sicuro io ho solo delle intuzioni, ma i contenuti di queste non sono altrettanto certi.

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28
Apr

La mente, la coscienza e il corpo: triumvirato esistenziale

Inviato giovedì 28 Aprile 2011 alle 16:26 da Francesco

Sono un vile perché zucchero il tè verde, ma espio le mie colpe levando le zecche ai miei gatti. Quando Freud affermò che la coscienza è solo una proprietà della mente egli ricevette molte critiche dai luminari del suo tempo, però in seguito la sua posizione fu ripresa da vari neurologi. Secondo quanto ho letto, la coscienza si originerebbe nel tronco encefalico e riguarderebbe una percentuale assai ridotta delle azioni umane che in larga parte (per oltre il novanta percento) si svolgerebbero inconsciamente.
Sono stato un po’ spiazzato dallo stretto legame che pare intercorrere tra l’evoluzione biologica e la coscienza, però non sono riuscito a convincermi che tale rapporto non sussista. Sono stato colpito anche dalla questione dell’esperienza unificata della coscienza, difatti gli stimoli sui quali si poggia quest’ultima seguono percorsi differenti nel cervello e non è chiaro come poi risultino inscindibili all’individuo. Per chiarire questo punto alcuni studiosi hanno cercato di identificare le strutture che accolgono ed elaborano gli stimoli delle percezioni, io tuttavia sono rimasto più affascinato dall’ipotesi dei quaranta hertz che declina la questione in termini temporali. Secondo l’ipotesi summenzionata, e stando a quanto ho letto limitatamente all’esperienza visiva, vi sono cellule corticali che effettuano scariche sincronizzate con un ritmo di quaranta hertz, perciò ogni secondo di coscienza sarebbe suddiviso in quaranta momenti che si alternano in modo talmente rapido da garantire alla coscienza la sua parvenza continuativa e unitaria. Durante la lettura di questo argomento mi è venuta in mente una citazione olistica di Aristotele: “Il tutto è maggiore della somma delle sue parti”.
Ho esteso il mio sorriso quando mi sono imbattuto sul ruolo che gioca l’intelligenza nella mente. Attraverso alcuni esempi che prendevano in esame l’intelligenza artificiale per il test di Turing è emerso chiaramente come non sia possibile riprodurre anche una mente, difatti un software su un computer non ha consapevolezza di sé e non può generare il bagaglio emotivo che risulta proprio di un individuo. Tutto ciò avalla la tesi secondo la quale la coscienza è legata al tronco encefalico che a sua volta è in stretto collegamento con i visceri del corpo, perciò anche a me pare plausibile che la presenza di quest’ultimo determini la coscienza. Quanto ho appreso mi è chiaro, o almeno credo, e da profano non ho ragione di obiettare qualcosa, però io credo che sarebbe un errore considerare tutto ciò come bieco materialismo.
Prima di affrontare l’argomento in una lettura recente, non avevo mai considerato la possibilità che un comportamento cosiddetto “intelligente” potesse verificarsi anche laddove mancasse la coscienza. A riprova di quanto appena scritto vi sono casi di pazienti neurologici in cui sono state riscontrate delle capacità cognitive nonostante queste non fossero accompagnate affatto dall’esperienza cosciente. Da questo punto si genera una domanda interessante sul ruolo e il fine della coscienza, difatti se i comportamenti intelligenti sono possibili anche in sua assenza allora sorge spontaneamente la necessità di spiegare il motivo della sua esistenza.
A costo di saltare di palo in frasca (ma non credo di correre questo rischio) mi sono imbattuto in un’intervista a Michelle Thomasson, moglie di Henri che diffuse in Italia il pensiero di Gurdjieff. Costei afferma delle cose interessanti in cui mi rivedo e parte da considerazioni sull’estetica per estenderle coerentemente fino a questioni esistenziali: notevoli gli ultimi tre minuti e mezzo.

“La ricerca del conforto e del non-sforzo ci ha condotto ad essere completamente schiavi […] la nostra propria vita è passata al servizio della materia”
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