La metropolitana è un purgatorio dove anime scontrose si illudono di guidare il loro destino; lui lo sapeva, per questo manteneva sempre un contegno decoroso quando si trovava nelle viscere del Caronte metallico. Aveva imparato l’indifferenza, quella stessa indifferenza che gli occhi urbani hanno congenita. Stava tornando a casa mentre la città si vestiva di nero e di grigi orpelli. Il ciclo continuo delle cose lo aveva reso immune a qualsiasi spiraglio vitale, era un nuovo soldato dell’esercito della mestizia architettonica, reclutato dopo anni di addestramento sul campo della vacuità urbana. Se solo si fosse chiesto per quale motivo continuava a vivere si sarebbe ucciso immediatamente, come molti altri d’altronde. Preferiva non farsi domande e intrattenersi in un colloquio passivo con il tubo catodico come faceva ormai dal suo primo giorno di reclutamento urbano. Lavorava come contabile in una piccola società. Guadagnava. Sì, guadagnava abbastanza per mantenere il suo appartamento anonimo e quel gatto sconosciuto legato a lui solo da vincoli di sussistenza felina. Da alcuni giorni qualcosa era cambiato in lui, non capiva per quale motivo ma un forte dissidio interiore faceva capolino dalla sua anima meccanica. Vedeva sovente tossici e barboni al ritorno verso casa, si chiedeva come potessero esistere e resistere. Non aveva risposta. Quell’interrogativo sull’esistenza di uomini in simbiosi con la morte aveva fatto nascere in lui un interrogativo ben maggiore sul proprio essere. Cosa lo differenziava dagli eroinomani e dai clochard, d’altronde anche lui conduceva una vita che non desiderava, un’esistenza meccanica che danzava al ritmo di freddi documenti e numeri in tinta unita. Il sole stava scomparendo e i suoi ultimi raggi vedevano morire la speranza di filtrare attraverso i fumi chimici. Progressivamente l’urbe andava illuminandosi artificialmente e le strade iniziavano il loro riposo notturno. Il protagonista della mia storia quella sera non aveva voglia di rimanere nella sua cella a pigione e decise di uscire nel freddo buio novembrino. Percorse una lunga via, opposta a quella che seguiva la mattina per andare a lavoro. Alla sua destra si innalzava l’autostrada mentre a sinistra edifici tutti uguali lo guardavano dall’alto del loro grigiore. Passo dopo passo lasciava dietro di sé metri e metri di marciapiede illuminati dalle perpendicolari luci arancioni dei lampioni immobili. Sentiva continui rumori provenire là dove la sua vista non arrivava, non erano rumori anormali, ma semplici e comuni decibel serali che assumevano un altro aspetto nella sua mente, prendevano le sembianze di reminiscenze e di ricordi confusi; tempi passati che salivano come una spirale di spavento. Ora aumentava il passo, ora lo diminuiva, seguiva il ritmo del suo udito ipocondriaco. Dopo circa un chilometro in questa danza con il passato decise di svoltare ad un angolo per avviarsi verso la metropolitana. Scendendo le scale l’errata intermittenza del neon illuminò la sua iride e un getto d’aria calda fece contatto con le sue sinapsi. Si fermò per ardere una dose di nicotina; una prima boccata e il suo viso uscì dalla nuvola di fumo appena formatasi e già sparita nell’etere come alla chiusura di un sipario. Scese le ultime gradinate che portavano alla fermata della Linea B e scorse due ragazzi. I giovani gli si avvicinarono squadrandolo con cattiveria. I due si fermarono, si guardarono un secondo e poi proseguirono verso di lui. Nella tasca destra del suo pastrano economico teneva sempre delle forbici con le quali sistemava la difettosa stampante dell’ufficio; mise la mano nella stasca sinistra e tirò fuori un temperino, lo aprì velocemente con abile manualità e sferrò un fendente al collo del ragazzo più vicino prima che questi potesse chiedergli un’informazione. Aveva lo sguardo alienato ed era rimasto tremante nella posizione finale con cui aveva reciso la giugulare al giovane; il ragazzo era in terra, agonizzante, emetteva lamenti che sembravano latrati spezzati mentre l’amico era immobile e solo il suo sguardo riusciva a muoversi facendo la spola dal lago di sangue alla lama del temperino. Non vi era rumore, tutto sembrava essersi fermato, ma non era una sensazione perché in realtà tutto era fermo. Si udivano silenzi profondi che erano veramente puri solo quando i gemiti si arrestavano per pochi secondi. Irruppe un rumore forte, progressivo e violento; tutto si arrestò di colpo. Le entrate del Caronte metallico si aprirono, lui mosse solo il capo e poi volgendo il corpo entrò nella metro con il temperino ancora alla mano. Una vecchia con un bambino e tante buste si allontanò alla sua vista, ma lui non ci fece caso e si sedé lentamente osservando il vuoto con sguardo immobile. Iniziò a ridere pacatamente, subito dopo chiuse la sua arma di fortuna e la ripose in tasca come nulla fosse. Il motivo della sua ilarità era legato alla comprensione dei gesti dei due ragazzi alla fermata: non avevano cattive intenzioni nei suoi confronti. Ciò che lo faceva ridere ancor di più era il fatto d’averlo capito prima di sferrare il colpo mortale alla giovane vittima. Non rideva perché era un sadico, ma perché era un contabile omicida. Il Caronte stava rallentando perché era prossimo all’ultima fermata mentre lui mutava lo sguardo e i pensieri. Stava realizzando di essere diventanto un ingranaggio difettoso nella macchina sociale che aveva servito con zelo per diciassette anni. Un momento di paura e un’azione esagerata avevano segnato la sua fine come uomo, non era più un soldato dell’esercito urbano, ma era diventato membro ad honorem della resistenza dei dannati, dei derelitti, compagno di coloro che spesso facevano sorgere in lui la domanda di come potessero esistere e resistere. Adesso avrebbe risposto a quell’interrogativo con il resto della propria esistenza. Repentinamente si svegliò da una sorta di stasi mentale grazie all’aprirsi delle viscere del Caronte metallico che davano sull’ultima fermata, esattamente dalla parte opposta della grande città in cui viveva. Uscì e si guardò attorno, la vecchia con il bambino che prima si era allontanata da lui lo scorse di nuovo ed emise un breve grido portandosi il pugno chiuso alla bocca, poi fece cadere una delle buste e senza mai distogliere lo sguardo da lui afferrò l’involucro fallendo nei primi tentativi di presa, infine si dileguò velocemente guardando spesso dietro di sé. Lui aspettò che la vecchia si fosse allontanata e poi si diresse anch’egli verso l’uscita. La notte iniziava la propria pubertà e quest’oggi aveva un nuovo figlio, un uomo un tempo dabbene e ora omicida senza meta. Una volta uscito dalla metropolitana e dopo aver camminato per un po’ iniziò a inalare gli odori nauseabondi delle fogne, così forti che lo penetravano a fondo, fino all’anima. Non aveva nulla da offrire alla notte se non i propri peccati e i silenziosi vaneggiamenti che lo cullavano in una qualche forma di triste illusione sul suo futuro. A un tratto si fermò davanti a una saracinesca chiusa solo a metà, vi si appoggiò con la schiena e tastando il pastrano mise mano al portafogli. Al momento aveva un po’ di contante e il fedele bancomat sul quale effettuava versamenti puntuali da anni e che per la prima volta nella sua vita si sarebbe reso utile al fine di dare inizio all’imminente ridda di sensazioni dannate. Presto un ago lo avrebbe iniziato ai piaceri sintetici, sapeva dove andare e come ottenere il kit della soluzione liquida, ma non sapeva dove trovare un bancomat nelle vicinanze. Iniziò a girovagare senza capire se era già passato nel posto in cui si trovava, era confuso e a tratti incapace di distinguere il cielo dal selciato. Dopo continui giri tra auto dormienti e segnali ammiccanti vide una luce fioca, deboli raggi illuminavano un tastierino numerico e presentavano in pompa magna un sottile ingresso simile a quello per le schede telefoniche. Trasse il bancomat e rimase stordito per alcuni secondi dal suo stato confusionale, poi fece per andarsene, ma appena riaffiorarono in lui le proprie intenzioni si risolse a prendere il denaro. Avrebbe voluto prendere tutto ciò che possedeva sul proprio conto, ma dovette accontentarsi solo della massima cifra erogabile, tuttavia non indifferente. Mise nelle tasche i preziosi e nobili fogli di carta con fare rapido e grezzo, come se li avesse rubati. Il suo portamento oscillava tra il goffo e il circospetto, la sempre più rara lucidità che faceva breccia nella sua mente lasciava spesso il posto a un’oscura alienazione mentale. Il tempo si squagliava lentamente e questo gli dava modo di raggiungere con tutta calma un ragazzo che conosceva di vista. Il personaggio al quale stava per andare a far visita era un piccolo spacciatore che anni addietro aveva vissuto nel suo stesso quartiere e per questa ragione lui lo conosceva, non molto, ma quanto bastava per procurarsi una spada. Arrivò ai piedi di un condominio e iniziò a battere il pugno sui tasti del citofono. Qualcuno aprì il portone sicuramente per sbaglio e lui pur essendosene accorto continuò a battere forte al suono delle imprecazioni di alcuni inquilini. Dopo essersi risolto a entrare prese l’ascensore e arrivato al settimo piano scese le scale per raggiungere il quarto pianerottolo. Tirò su con il naso e nello stesso momento colpì le sue narici con il pollice destro, poi con nonchalance picchiò forte sulla porta davanti alla quale si trovava. La porta venne aperta e apparì una figura trasandata, vestita con una maglietta bianca e dei boxer. Vi fu un breve dialogo che non riporterò, occhiate e mimiche facciali che lascio all’immaginazione e altri dettagli che potrei riportare con una descrizione certosina solo se stessi scrivendo un racconto. Se qualcosa di importante vi è in questa narrazione ampollosa è il fatto che dopo una ventina di minuti lui venne fuori con un buco sul collo e una serie di ammenicoli in tasca che spesso ornano gli scaffali polverosi dei depositi della polizia. Era chimicamente appagato e aveva un’altra cartuccia da spararsi più tardi. Era nuovamente sulla strada, lattine vuote e bicchieri di plastica venivano trasportati da un vento gelido che si era appena alzato, luci bianche e diafane illuminavano un piccolo piazzale colmo di mozziconi. Stava portando la sua carcassa verso il porto, ma le banchine distavano ancora molto. Giunse in un vicolo buio in cui echeggiavano perpetue gocce cadenti di panni stesi al plenilunio. Uscì dal vicolo e notò alla sua destra un’auto; vi era una macchina della polizia di fronte ad un Bar che stava per chiudere. Volse lo sguardo a sinistra e si mosse verso destra. I suoi occhi s’incrociarono con quelli di un uomo in divisa blu. I due continuarono a compiere le proprie geometrie e a scrutarsi per alcuni secondi senza proferire parola. I due poliziotti salirono in macchina e lui proseguì avanti. Gli abbaglianti della gazzella illuminarono la sua schiena fino ad accecarla. L’auto gli si affiancò procedendo a passo d’uomo e una voce giovane e forte gli chiese cosa cazzo stesse facendo da quelle parti. Lui si fermò e il poliziotto alla guida arrestò l’auto, spense addirittura il motore e i fari. Il buio e il mutismo umano regnarono per tre secondi dopodiché una chiamata fece rimettere in moto le quattro ruote della giustizia che si allontanarono con celerità. Lui riprese a camminare toccandosi il foro sul collo attraverso cui aveva fatto penetrare un po’ di piacere. Ancora strade e muri addobbati con manifesti litiganti che si trovavano l’uno sopra l’altro. Egli notò un panificio in un vicolo e vi si avvicinò silenziosamente, davanti alla porta della bottega c’era del pane caldo all’interno di casse di plastica bianca. Il padrone vide il mio protagonista, gli chiese se desiderasse qualcosa e lui disse che voleva del pane arabo. Il negoziante annuì e si recò nel retrobottega con un portamento esperto, i suoi erano movimenti che denotavano anni passati a portare pane arabo ad acquirenti notturni. D’un tratto lui, il protagonista senza nome, uscì, prese una cassa di pane, si allontanò per alcuni metri e si rifugiò in un vicolo. Intanto il panettiere era tornato con in mano un sacchetto con del pane arabo, aveva lo sguardo basso e, non accortosi che il lunatico cliente non c’era più, disse il prezzo. Il fornaio alzò lo sguardo, capì, e la farina bianca continuò a cadere leggera dalle sue ciglia altrettanto canute. Nel vicolo dove il nostro protagonista aveva portato il pane vi era un silenzio tombale e puzzo di merda. Non toccò il pane e con un gesto di stizza alzò la cassa sopra la propria testa per far cadere quelle sculture di lievito, acqua e farina. Lanciò la cassa di plastica contro un muro, gettò un po’ di monete e banconote a terrà e se ne andò. Si accese la luce di una stanza nel palazzo di fronte al quale egli aveva gettato i pani e da una tenda ricamata con motivi banali apparve un viso rugoso che scrutò la strada; pochi secondi ancora e quella curva nella continua e veneranda linearità dell’anziana bipede sarebbe divenuta passato. Egli probabilmente non si rendeva conto di ciò che faceva, o si potrebbe ipotizzare che solo una parte del suo essere avesse coscienza delle proprie azioni. La parte lucida dell’Ego era il luogo pieno di frustrazioni e risentimenti, di occasioni mancate e mancanti; o più semplicemente non amava né i panettieri né il loro pane. Sicuramente da qualche parte una candela ardeva tremula e così il tempo continuava a liquefarsi rimanendo sempre distante dalle porte dell’alba. Non sembra essere una storia convincente pur essendo vera. O falsa. Vi è una mancanza di situazioni intriganti e di personaggi carismatici, sono presenti solo descrizioni astruse ed episodi irrazionali che avvengono solo nella realtà. Maurizio chiuse gli occhi e li riaprì rapidamente. Raggiunse l’inizio di una strada che scendeva ripida; era una strada senza uscita, come il labirinto della sua vita e come la costruzione di questo racconto.