12
gen

Damnatio memoriae

Inviato sabato 12 gennaio 2013 alle 23:40 da Francesco

Questo è l’esordio di un libro che non mi sono mai deciso a scrivere. L’ho ritrovato quest’oggi in mezzo ad altri appunti e ho scelto di riversarlo qua sopra poiché non ho alcuna intenzione di riprenderne la stesura.

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Avevamo appena sfondato l’ultima lapide quando un lampo improvviso soppresse il buio del cimitero: quel bagliore fu caduco quanto lo era stata la vita del bambino che si trovava sepolto accanto al bersaglio finale dei nostri martelli. Coperti dai sibili del vento e col favore delle tenebre che ci eravamo procurati tramite il sabotaggio dei lampioni perimetrali, noi avevamo scelto quella notte di gennaio per profanare le tombe di alcuni politici. Indisturbati, fortemente convinti, meticolosi e al contempo feroci, per quasi un’ora ci eravamo impegnati anima e corpo a fare scempio di chi non aveva mai avuto la prima né ormai poteva più disporre del secondo. Scritte assai ingiuriose, colate di vernice, urina sui marmi divelti e volantini d’accusa: tutto questo eravamo riusciti ad allestire con caotica perizia. Prima di andarcene io assolsi il compito d’immortalare con la fotocamera del cellulare cotanto sfregio: in seguito le immagini e i filmati sarebbero stati diffusi con il duplice scopo di informare e d’istigare ad atti d’emulazione.
Sulla strada del ritorno tacemmo tutti e quattro per precauzione, però non fiatammo nemmeno una volta giunti alle moto. Senza la luce indiscreta della Luna e con dei rumori nembiferi sempre più prossimi, salimmo in sella e ripercorremmo le strade sterrate che avevamo studiato a menadito per scongiurare eventuali controlli di polizia o carabinieri. Lungo il tragitto pensai alle mosse successive, ai piani a cui la nostra cellula si era dedicata per oltre due anni e che erano in procinto di concretizzarsi nel più efferato dei modi. In cuor mio sapevo che presto avremmo imboccato una strada senza ritorno, d’altronde la nostra era diventata una scelta obbligata che volevamo condividere con quanto l’aveva resa tale. Il nostro tempo era contato, come quello d’ogni altro, ma a tratti veniva scandito a mo’ di lentissima tortura.

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23
gen

Ritorsione a domicilio

Inviato venerdì 23 gennaio 2009 alle 19:49 da Francesco

Una sera invernale il signor Tommasini perse improvvisamente ogni motivo per vivere. Si trovava nell’abitazione che aveva acquistato quindici anni prima grazie a un mutuo trentennale, ma ormai non aveva più intenzione di onorare il suo impegno con la banca ed era in procinto di pagare un prezzo più alto per qualcosa di intangibile. La sua esistenza non era stata scossa da un avvenimento particolare, ma durante un pomeriggio assolato si era fermato a riflettere sulla sua vita e allo stesso tempo aveva finto di prestare attenzione ai progetti per le vacanze che un suo collega gli aveva esposto con entusiasmo; in quel momento di distensione apparente egli aveva iniziato ad approfondire la conoscenza dei suoi fantasmi. Il protagonista di questa breve storia era uno stronzo qualunque, uno di quei tipi che cercano una moglie insofferente per calarsi nei panni del martire sposato. Non era mai salito agli onori della cronaca e durante tutta la sua vita non aveva mai mostrato doti straordinarie in qualsivoglia campo, ma sfoggiava sempre banconote di grosso taglio quando voleva abbassare i pantaloni ai figli dei suoi vicini indigenti e le famiglie dei prostituti imberbi chiudevano sempre un occhio per aprire la mano a quel compenso torbido. Ormai anche le peggiori nefandezze non riuscivano più ad appagare la coscienza arida dell’uomo succitato. Il signor Tommasini si sentiva stanco e non riusciva più a placare i sensi di colpa che battevano forte contro le barriere omertose della sua interiorità, perciò era intenzionato a porre fine alla sua vita prima che il peso morale lo schiacciasse. La forza derivante dalla spinta suicida aveva indotto l’uomo a regolare i conti con alcune persone. Prima di togliersi la vita egli voleva uccidere coloro verso cui nutriva un odio profondo e ponderava la strage mentre affettava una mela davanti a un televisore spento. Non aveva bisogno di un’arma poiché possedeva già una pistola di piccolo calibro con la quale di tanto in tanto si dilettava a sparare presso un appezzamento di terra che uno zio gli aveva lasciato in eredità. La notte si era quasi esaurita nella sua oscurità e per il signor Tommasini stavano sorgendo le ultime luci. Nei piani dell’aspirante omicida era prevista una prima tappa a una scuola elementare in cui avrebbe ucciso i figli dei suoi nemici e poi si sarebbe introdotto negli uffici del comune per ferire i veri bersagli del suo risentimento e instillare traumi insanabili nelle loro menti. Costui sapeva bene come agire, ma aveva trascorso tutta la notte ad appuntare più volte le sue intenzioni sopra un vecchio quaderno a quadretti e ormai la punta della sua matita si era consumata come l’ultimo baluardo del suo raziocinio. Tutti i preparativi erano stati fatti e mancavano poche ore prima che un nuovo fatto di cronaca nera sconvolgesse per qualche giorno l’opinione pubblica e rimpinguasse i giornali. Tommasini uscì di casa con la pistola in tasca e la chiave dell’auto in mano, ma sul pianerottolo venne fermato da un giovane carabiniere dall’accento meridionale che gli chiese se si ricordasse di lui. Prima che Tommasini potesse rispondere il ragazzo del sud estrasse una nove millimetri che aveva sequestrato a un pregiudicato e sparò nell’orbita destra all’uomo che era andato a cercare. Il pubblico ufficiale gettò la pistola sul corpo esanime del suo obiettivo e poi si tolse il guanto in lattice con cui aveva impugnato l’arma, infine si voltò e uscì tranquillamente dal condominio come se non fosse accaduto nulla. Nelle settimane seguenti le indagini degli inquirenti non portarono a nulla e dopo alcuni anni il caso venne archiviato. Il carabiniere che aveva commesso l’omicidio era stato vittima degli abusi di Tommasini e senza saperlo, oltre a vendicarsi, aveva impedito che quest’ultimo compisse una strage, tuttavia era ugualmente in pace con sé stesso e quel gesto non gli pesava affatto.

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3
ago

Promemoria per la vita futura di uno sconosciuto: seconda parte

Inviato domenica 3 agosto 2008 alle 15:11 da Francesco

Trascorrerai molte ore sedentarie dinanzi a una cattedra, ma non troverai la tua chiave di lettura tra le pagine dei tomi che dovrai sfogliare. Alcuni servi dell’insicurezza ti proporranno i loro insegnamenti, ma gli intenti di questi figuri spesso non avranno nulla a che fare con la divulgazione del sapere e di rado potrai ottenere dalle loro parole più di quanto un qualsiasi essere pensante possa ricavare dalle proprie. In un primo tempo sarai scosso dalle bellezza delle tue conterranee, tuttavia dovrai essere accorto per non cedere agli inviti allettanti della carnalità. Taluni sminuiranno la tua forza di volontà e la confonderanno con un voto di castità, ma non ti dovrai curare del loro giudizio né delle dottrine religiose alle quali costoro assoceranno la tua condotta. In alcuni momenti la lungimiranza potrà sembrare avversa al tuo interesse e non potrai mai sapere se gli sforzi con la quale l’alimenterai saranno ripagati prima dell’avvento della morte. Non dovrai accettare mai le promesse di un futuro paradisiaco e la tua accortezza sarà obbligata a proibirti qualsiasi patto con i creatori delle divinità. Che tu lo voglia o meno vivrai sempre nel presente e potrai cavalcarlo in base alle abilità che svilupperai. Probabilmente non sarai in grado di cambiare le regole dell’assetto sociale della tua epoca, perciò dovrai seguirle nella misura in cui il tuo istinto di conservazione saprà tollerarle. Non dovrai mai essere timorato dell’autorità vigente, ma per difendere la tua coerenza sarai tenuto a non fare una propaganda sovversiva di fronte all’impossibilità di attuare i tuoi propositi. Guarderai le utopie da lontano e lascerai aumentare la distanza tra loro e il tuo cerebro. Annienterai queste parole e ne scriverai altre con la tua personalità futura, altrimenti ciò che rileggerai fino al punto attuale diventerà una declamazione stantia e la stessa sorte toccherà all’oggetto del suo interesse.

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31
lug

Promemoria per la vita futura di uno sconosciuto: prima parte

Inviato giovedì 31 luglio 2008 alle 09:53 da Francesco

Le fasce ti avvolgeranno e sceglierai le catene dalle quali ti dovrai liberare in seguito. La natura del tuo cominciamento subirà le riverenze dei giganti e ogni atto di cortesia verrà meno quando raggiungerai il tempo del dovere. Attorno alla tue percezioni si alterneranno impressioni di ogni tipo e la confusione sarà pronta ad accoglierti tra i suoi arti tentacolari. Le ricerche sbocceranno spontaneamente in te e le prime saranno rudimentali. Buona parte dei tuoi respiri dipenderanno dalla costanza con la quale ti adopererai per trovare un senso alle tue gesta, ma quest’ultimo sarà inaccessibile a lungo e spesso otterrai soltanto la sua negazione multiforme. I fiumi di parole non debelleranno l’aridità dei tuoi giorni e soltanto una pioggia di dubbi ragionevoli potrà garantirti la continuazione delle tue attese. Lungo la strada e a ridosso di essa incontrerai malfattori e mendicanti altrettanto disonesti, ma dovrai fare attenzione anche agli epigoni per evitare che la loro brama emulatrice ti contagi. Ti fermerai e farai passare le colonne delle ingiurie se la tua integrità ti sarà cara. Non ti lancerai all’inseguimento delle lodi se anteporrai la ragione alla vanità. Le tue azioni non avranno mai la certezza di una ricompensa congrua e l’anonimato, l’oblio e la dimenticanza ti vesseranno per istruirti, tuttavia se sarai all’altezza della tua felicità riuscirai a vedere la natura benevola di questi maltrattamenti apparenti. Dovrai accettare il tuo modo di evolverti e qualche evento ti ricorderà che non esiste una sola via per raggiungere un nuovo punto di partenza. Alcuni sforzi ti sembreranno inutili ed eccessivi, ma in realtà saranno soltanto il preambolo di un supplizio edificante. La tua volontà non ti potrà mai assicurare nulla né potranno le parole dei proselitisti. Esiterai soltanto tu al cospetto dei tuoi fallimenti e fino al termine di un cambiamento radicale avrai sempre il diritto di proclamarti miserabile. Arriverai a mettere in discussione la tua esistenza e quando avrai il coraggio per annientarla allora inizierai ad appropriartene completamente, ma i tuoi sforzi saranno vani se la porrai su un patibolo invece di educarla fino al suo termine naturale. Non dovrai credere a nulla e talvolta neanche a te stesso né alla tue capacità.

Foto di Grant MacDonald
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10
ago

Un diadema di drammi

Inviato venerdì 10 agosto 2007 alle 02:21 da Francesco

Si trovava dinanzi alle porte dell’ennesima notte senza senso in una metropoli dal nome trascurabile. Portava sempre con sé delle velleità nichilistiche che tentava di incollare sopra ogni sua azione. Possedeva una buona cultura, ma le esperienze negative della vita lo avevano educato alla morte dello spirito. Come ogni notte le tenebre conferivano un’aria spettrale al grigiore della città e orchestravano cupamente i lamenti garbati delle anime insonni. Fabien vagava senza meta lungo le arterie urbane, tra i rifiuti pigri, le luci esauste e le angosce amorfe. I palazzi ostentavano virilmente l’indifferenza dei loro inquilini e non osavano venire meno al ruolo di oppressori architettonici. D’un tratto Fabien si precipitò verso il parapetto di un ponte e per qualche istante pensò di gettare i suoi trentasette anni nel vuoto, ma si arrestò quasi subito perché sapeva che la sua morte avrebbe generato solo delle pratiche burocratiche e non quel sentimento di compassione che da tempo aveva assunto le fattezze di un’utopia finale. Se in quel momento almeno una persona lo avesse amato probabilmente si sarebbe lanciato nell’acqua turpe di gennaio per lasciare una firma indelebile nella memoria di un suo simile. Appoggiò la schiena al parapetto, chiuse gli occhi e aprì i cancelli a quelle nostalgie che sono comuni a tutti gli uomini. Dopo alcuni minuti di reminiscenze iniziò ad avvertire i moti della frustrazione e per attenuare l’emorragia del suo pneuma lanciò un grido acuto, ma il suo sfogo plenilunare non riuscì a scuotere nemmeno una foglia morente e il suo latrato umano si perse davanti alla circospezione di un gatto randagio. Non c’era un solo pensiero anestetizzante che fosse disposto a paracadutarsi sulla sua mente. Fabien riprese il vagabondaggio in mezzo alle ombre degli idrocarburi e alle scorie della solitudine. Si sentiva oppresso da quella cella agorafobica, non gli importava un cazzo dei sorrisi vacui che aveva collezionato nelle ultime tre decadi e passo dopo passo gli restava soltanto un altro passo da fare. All’improvviso si accasciò volontariamente e appena raggiunto il suolo iniziò a strusciare la guancia destra sul marciapiede, poi aprì le mani e le sue palme cominciarono a scambiare il cemento per il seno di una donna. La follia voluttuosa fu breve e la strada non oppose resistenza. Dopo il coito immaginario Fabien assunse una posizione fetale e restò immobile per alcuni minuti in quell’incubatrice a cielo aperto. I fari indifferenti di una vecchia Volkswagen lo convinsero ad alzarsi. Con estrema dignità ripose sulla fronte il diadema intarsiato di drammi e mosse i primi passi verso la sua ultima destinazione. Camminava mestamente, i fianchi flaccidi oscillavano tra il serio e il faceto, la bocca non si serrava mai e le braccia pendevano come quelle di un impiccato. Dopo pochi metri di marcia la testa di Fabien iniziò a girare vorticosamente ed egli fu costretto d accettare l’aiuto di una panchina tatuata dalle infatuazioni adolescenziali. Si tolse il giubbotto e allentò la cintura dei pantaloni, poi fece un respiro profondo e con le dita iniziò a massaggiare le tempie. Alzò il capo verso la luna e dalle zone più recondite del passato emerse la figura aulica di sua madre. Fabien tese il braccio destro verso quell’allucinazione familiare e con voce gutturale disse: “Mamma, prega per me tu che hai un dio”. Chiuse gli occhi e la presenza illusoria della genitrice evaporò di fronte alla sua instabilità mentale. L’ipotermia si introdusse silenziosamente nel suo soliloquio e gli restò accanto fino all’ultimo respiro. Dalla finestra di un palazzo vittoriano un uomo distinto assisteva con severità alla lenta agonia di Fabien: la sua mano destra stringeva con forza un cellulare e la sinistra avviluppava con altrettanta energia la maniglia di una porta. Costui non chiamò un’ambulanza, non chiamò una volante, ma iniziò a piangere e il dolore paterno frammisto alla rassegnazione travolse i suoi sessantacinque anni. Un uomo perdeva la vita, un altro la immolava alla sofferenza. Lo scandalo e le condoglianze si preparavano ad assumere forme orali e floreali, mentre l’ennesima lezione di una tragedia umana si accingeva ad abbracciare l’indifferenza e l’incomprensione dei velocisti di ogni giorno.

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24
dic

La vigilia di Natale

Inviato domenica 24 dicembre 2006 alle 14:49 da Francesco

Era una giornata fredda e lui si trovava nella sua grande casa a fantasticare sul futuro. Per le strade c’era solo qualche anziano che come lui teneva a braccetto la solitudine natalizia. Le nuvole erano le solite e nessuno ci faceva caso. Era un ateo, un miscredente, un bestemmiatore, ma desiderava ardentemente il calore umano che gli era sempre mancato. Per ingannare il tempo di quell’ennesimo giorno desolato si era messo a scrivere un breve racconto in terza persona e, tra una parola scritta e un pensiero fulminante, dondolava lo sguardo da una parte all’altra della sua stanza silenziosa. Udiva la quieta allegria dei vicini e quelle voci pacatamente festose lo costringevano ad abbassare lo sguardo verso il suo vuoto. Credeva che qualcuno gli avesse sottratto la sua quota di felicità, ma in cuor suo riconosceva gli sbagli che aveva commesso e con i quali fino a quel momento si era condannato a vivere un’esistenza cinica, e sapeva perfettamente che solo la sua volontà gli avrebbe consentito di divellere le radici della tristezza. Cercava continuamente coraggio nei pertugi della sua intimità per affrontare gli innumerevoli spettri che popolavano le sue stagioni sterili. Non c’era nessuno che lo affiancasse nella cavalcata verso un nuovo scontro con se stesso. Si era abituato a non condividere il peso delle proprie sventure e portava il suo fardello con inutile dignità, ma sapeva di non essere l’unico uomo a battagliare per la propria rivincita. Era nato sconfitto come molti dei suoi simili, ma non aveva intenzione di vegetare in un destino che aveva la forma di una carcassa concava. Questi pensieri lirici aleggiavano nella sua mente da molto tempo ed emergevano fragorosamente ogni volta che si sentiva oppresso. Quella vigilia non lo riguardava e per lui non rappresentava nemmeno un banco di prova, ma spesso si era auspicato di trascorrerla laicamente nelle spire di un abbraccio trascendentale.

Bonnie Byrne LeMay - Embrace Series

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18
nov

Sperma e sangue per svago

Inviato sabato 18 novembre 2006 alle 11:39 da Francesco

Tre ragazzi ordinari passeggiano insieme lungo le strade della loro cittadina. Diego è il capo del trio e la sua leadership è dovuta alla pistola di ordinanza che ha sottratto al padre. A un tratto Massimo, un altro membro del pericoloso gruppetto, lancia una proposta ai due compagni: “Ragazzi, andiamo in campagna e spaventiamo una famiglia in una casa isolata!”. Luca, il più giovane dei tre, annuisce all’amico con un ghigno che mette in mostra il giallume dei suoi denti storti. I tre figli di puttana salgono a bordo dell’Opel Corsa della madre di Diego e si dirigono verso l’uscita della cittadina. I centoventi battiti per minuto di un pezzo house rimbombano nell’auto e accompagnano i sorsi di Heineken e le boccate di fumo. Gli aspiranti delinquenti si apprestano a fottersi con le proprie mani. Dopo dodici chilometri l’auto si ferma vicino a una villetta isolata. Adesso la musica è appena percettibile, i sedili portano i segni della frenesia dei protagonisti e gli sguardi arrossati annunciano uno spettacolo di violenza frammista a sadismo. I tre scendono dall’auto, Diego mette il colpo in canna alla sua M9 e si incarica di suonare il campanello della villetta. Dopo alcuni secondi un viso femminile spunta da dietro una tenda e osserva con stupore le figure dei ragazzi. All’improvviso Massimo prende un sasso da terra e lo tira contro una finestra. In un primo momento i tre si mettono a ridere e subito dopo scavalcano a turno il cancello della casa. Diego non esita a sparare in testa al setter che si avventa contro di lui. Gli altri due sfondano la porta della veranda ed entrano nella casa. Poco dopo Diego raggiunge i compagni all’interno dell’abitazione e nota che una donna a carponi tenta di comporre un numero sul proprio cellulare. Anche Luca nota la donna e non perde tempo: si lancia contro di lei e sferra un calcio violentissimo al suo mento. La donna stramazza a terra e il cellulare si frantuma contro una parete. Non pago, Luca inveisce contro la donna: “Succhiami il cazzo, troia”. Massimo non si cura della violenza dell’amico e si avvia verso la cucina per prepararsi un panino. Diego sale al secondo piano per controllare le altre stanze della casa. Luca palpeggia la sua vittima che nel frattempo ha perso coscienza: la donna ha poco meno di quarant’anni, un seno abbondante ma un po’ cadente, una linea invidiabile e una chioma mora che mette in risalto la sua fisionomia mediterranea. Diego trova un bambino in una stanza del secondo piano. Il piccolo non sembra intimorito e probabilmente non si è accorto di nulla. Diego osserva il bambino e il bambino osserva Diego. Il bimbo sorride e saluta l’estraneo con la manina. La voce di uno dei due ragazzi che si trovano al piano di sotto deflagra improvvisamente: “Diego, Diego, dai dio cane, scendi!”. Diego preme la pistola contro il naso del bambino e poi spara senza guardare. Dopo il colpo Massimo grida: “Diego, che cazzo stai facendo? Che cazzo stai facendo?”. Mentre Diego scende le scale Luca abbassa i jeans, denuda un po’ la donna e inizia a sborrare sul suo petto. Come se non fosse successo nulla Massimo si rivolge a Luca: “Oh, ma stai sempre a menartelo”. La banda decide di andarsene. Massimo getta il suo panino, Luca si tra su i jeans e Diego nasconde la pistola sotto la camicia. I ragazzi tornano nella loro cittadina verso le nove di sera. L’Opel Corsa si ferma davanti al Jolly Bar. I tre si guardano e poi scendono. Massimo va a comprare un pacchetto di sigarette, Luca va a pisciare e Diego resta vicino all’auto. Un carabiniere arriva alle spalle di Diego e gli chiede i documenti. La tragica vicenda del pomeriggio ha messo in allerta le forze dell’ordine e sono scattati subito controlli a tappetto e posti di blocco. Diego non risponde al militare e si allontana un po’ senza tuttavia mostrare l’intenzione di fuggire. Il carabiniere metta mano alla pistola, ma Diego è più veloce e si spara in testa. Appena Massimo e Luca odono il colpo si precipitano in strada e vedono subito l’amico morto sotto un’impalcatura illuminata da una luce intermittente. Dopo una settimana Massimo e Luca si incontrano al solito posto sotto un cielo pulito: un po’ di luce scontrosa illumina i corrimano in legno sopra ai quali siedono in un equilibrio precario le ombre delle ombre.

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13
mag

Polvere d’angelo

Inviato sabato 13 maggio 2006 alle 17:00 da Francesco

Tutto ebbe inizio la sera del diciotto giugno 1996. Sedevo al solito bar ed ero impegnato a rovinare il mio fegato con alcol e fumo. A un tratto sentii una mano sulla spalla, mi volsi e vidi Romano. Non dissi nulla, lui sedé dinanzi a me e ordinò un bloody mary. Dopo cinque minuti di silenzio mi guardò e mi disse: “Devo parlarti”. Feci un cenno d’assenso con la testa e lui proseguì: “Mi è stato chiesto di andare a prendere un carico di polvere d’angelo a Cartagena e ho bisogno di un partner”. Ero appena uscito di galera per rapina a mano armata e avevo pochi soldi che spendevo in liquori: a trentasette anni non me la sentivo di diventare un muratore, per questo accettai l’offerta di Romano. Ci accordammo per la partenza e tornai a casa a preparare la valigia per l’ennesima volta. L’indomani raggiunsi Fiumicino con la mia Lancia Thema e mi incontrai con Romano al check-in: ce l’avevamo scritto in faccia che andavamo in Colombia a raccogliere grammi di polvere. Il viaggio in aereo non fu altro che un un viaggio ad alta quota dentro me stesso. Le immagini confuse del mio passato si diedero appuntamento a undicimila metri. Dopo tre ore di volo chiesi un bicchiere d’acqua alla hostess per idratarmi e sostenere la carrellata di ricordi: Irene, la nostra casa, quella figlia non riconosciuta, la mie rapine, i miei traffici e la prima e unica violenza sessuale subita tra le mura delle carceri; le sere passate a fottere il mio organsimo con l’ambrosia nociva, le botte date a mio padre e le scopate laide con prostitute extracomunitarie dai nomi impronunciabili. Romano mi disse che appena scesi all’aereoporto di Bogotà, l’El Dorado, avremmo dovuto prendere un autobus e cercare il nostro contatto per raggiungere i dintorni di Cartagena. Il traffico di droga in realtà non è romantico come nei film: non sono più i tempi di Pablo Escobar e le traversie dei trafficanti non durano due ore e mezza come in “Scarface”, ma perdurano tutta una vita. Appena usciti dall’aeroporto un tassista si offrì di portarci in città, ma non avevamo tempo per farci rapinare, così fummo costretti a declinare l’offerta. Aspettamo l’autobus per venti minuti: appena giunse salimmo e ci accomodammo in fondo, tra occhi neri e parole spagnole. Durante il tragitto ci addormentammo come due coglioni e al risveglio non trovammo più le nostre valigie né i nostri portafogli. Era il colmo: due trafficanti di droga derubati durante il sonno da ladri di galline analfabeti. Non avevamo più i nostri passaporti e non potevamo rivolgerci al consolato italiano. In Colombia si parlano due lingue: la lingua spagnola e la lingua di fuoco. Avevamo bisogno di armi per ottenere dei passaporti falsi, ma tutto ciò che avevamo era appena sufficiente per accontentare la mano tesa di un mendicante. Scendemmo dall’autobus e decidemmo di trovare qualcuno che potesse darci un paio di pistole semiautomatiche. Sciacquai la mia faccia con l’acqua sporca di una fontanella e poi rincorsi Romano che si era già avviato verso un vicolo sporco. Appena lo raggiunsi lui si voltò, mi diede una spinta e poi mi disse: “È colpa tua, lurida testa di cazzo”. Io risposi: “Che cazzo dici? Romano, vaffanculo”. A un tratto due ragazzini comparvero alle spalle di Romano e iniziarono a tirargli la giacca. Romano si volse e urlò: “Ehi pezzi di merda, fuori dai coglioni hijos de puta”. Alle parole di Romano uno dei due ragazzini digrignò i denti, tirò fuori una pistola nascosta sotto la t-shirt, la impugnò con due mani e sparò sei volte. Il ragazzino armato cadde a terra per il rinculo dell’arma dopo l’esplosione dell’ultimo colpo che raggiunse il mio polmone destro. Il mio tentativo di fuga fu inutile. I ragazzini iniziarono a raziare i nostri corpi che erano in preda agli ultimi spasmi. Ora sono riverso a terra, vedo il cielo macchiato dai tubi di scappamento e sento il sangue che ebolle dalle mie budella. La mia vita si conclude tra i rifiuti di un vicolo senza nome nelle viscere di Bogotà.

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4
apr

La grande città

Inviato martedì 4 aprile 2006 alle 13:13 da Francesco

La metropolitana è un purgatorio dove anime scontrose si illudono di guidare il loro destino; lui lo sapeva, per questo manteneva sempre un contegno decoroso quando si trovava nelle viscere del Caronte metallico. Aveva imparato l’indifferenza, quella stessa indifferenza che gli occhi urbani hanno congenita. Stava tornando a casa mentre la città si vestiva di nero e di grigi orpelli. Il ciclo continuo delle cose lo aveva reso immune a qualsiasi spiraglio vitale, era un nuovo soldato dell’esercito della mestizia architettonica, reclutato dopo anni di addestramento sul campo della vacuità urbana. Se solo si fosse chiesto per quale motivo continuava a vivere si sarebbe ucciso immediatamente, come molti altri d’altronde. Preferiva non farsi domande e intrattenersi in un colloquio passivo con il tubo catodico come faceva ormai dal suo primo giorno di reclutamento urbano. Lavorava come contabile in una piccola società. Guadagnava. Sì, guadagnava abbastanza per mantenere il suo appartamento anonimo e quel gatto sconosciuto legato a lui solo da vincoli di sussistenza felina. Da alcuni giorni qualcosa era cambiato in lui, non capiva per quale motivo ma un forte dissidio interiore faceva capolino dalla sua anima meccanica. Vedeva sovente tossici e barboni al ritorno verso casa, si chiedeva come potessero esistere e resistere. Non aveva risposta. Quell’interrogativo sull’esistenza di uomini in simbiosi con la morte aveva fatto nascere in lui un interrogativo ben maggiore sul proprio essere. Cosa lo differenziava dagli eroinomani e dai clochard, d’altronde anche lui conduceva una vita che non desiderava, un’esistenza meccanica che danzava al ritmo di freddi documenti e numeri in tinta unita. Il sole stava scomparendo e i suoi ultimi raggi vedevano morire la speranza di filtrare attraverso i fumi chimici. Progressivamente l’urbe andava illuminandosi artificialmente e le strade iniziavano il loro riposo notturno. Il protagonista della mia storia quella sera non aveva voglia di rimanere nella sua cella a pigione e decise di uscire nel freddo buio novembrino. Percorse una lunga via, opposta a quella che seguiva la mattina per andare a lavoro. Alla sua destra si innalzava l’autostrada mentre a sinistra edifici tutti uguali lo guardavano dall’alto del loro grigiore. Passo dopo passo lasciava dietro di sé metri e metri di marciapiede illuminati dalle perpendicolari luci arancioni dei lampioni immobili. Sentiva continui rumori provenire là dove la sua vista non arrivava, non erano rumori anormali, ma semplici e comuni decibel serali che assumevano un altro aspetto nella sua mente, prendevano le sembianze di reminiscenze e di ricordi confusi; tempi passati che salivano come una spirale di spavento. Ora aumentava il passo, ora lo diminuiva, seguiva il ritmo del suo udito ipocondriaco. Dopo circa un chilometro in questa danza con il passato decise di svoltare ad un angolo per avviarsi verso la metropolitana. Scendendo le scale l’errata intermittenza del neon illuminò la sua iride e un getto d’aria calda fece contatto con le sue sinapsi. Si fermò per ardere una dose di nicotina; una prima boccata e il suo viso uscì dalla nuvola di fumo appena formatasi e già sparita nell’etere come alla chiusura di un sipario. Scese le ultime gradinate che portavano alla fermata della Linea B e scorse due ragazzi. I giovani gli si avvicinarono squadrandolo con cattiveria. I due si fermarono, si guardarono un secondo e poi proseguirono verso di lui. Nella tasca destra del suo pastrano economico teneva sempre delle forbici con le quali sistemava la difettosa stampante dell’ufficio; mise la mano nella stasca sinistra e tirò fuori un temperino, lo aprì velocemente con abile manualità e sferrò un fendente al collo del ragazzo più vicino prima che questi potesse chiedergli un’informazione. Aveva lo sguardo alienato ed era rimasto tremante nella posizione finale con cui aveva reciso la giugulare al giovane; il ragazzo era in terra, agonizzante, emetteva lamenti che sembravano latrati spezzati mentre l’amico era immobile e solo il suo sguardo riusciva a muoversi facendo la spola dal lago di sangue alla lama del temperino. Non vi era rumore, tutto sembrava essersi fermato, ma non era una sensazione perché in realtà tutto era fermo. Si udivano silenzi profondi che erano veramente puri solo quando i gemiti si arrestavano per pochi secondi. Irruppe un rumore forte, progressivo e violento; tutto si arrestò di colpo. Le entrate del Caronte metallico si aprirono, lui mosse solo il capo e poi volgendo il corpo entrò nella metro con il temperino ancora alla mano. Una vecchia con un bambino e tante buste si allontanò alla sua vista, ma lui non ci fece caso e si sedé lentamente osservando il vuoto con sguardo immobile. Iniziò a ridere pacatamente, subito dopo chiuse la sua arma di fortuna e la ripose in tasca come nulla fosse. Il motivo della sua ilarità era legato alla comprensione dei gesti dei due ragazzi alla fermata: non avevano cattive intenzioni nei suoi confronti. Ciò che lo faceva ridere ancor di più era il fatto d’averlo capito prima di sferrare il colpo mortale alla giovane vittima. Non rideva perché era un sadico, ma perché era un contabile omicida. Il Caronte stava rallentando perché era prossimo all’ultima fermata mentre lui mutava lo sguardo e i pensieri. Stava realizzando di essere diventanto un ingranaggio difettoso nella macchina sociale che aveva servito con zelo per diciassette anni. Un momento di paura e un’azione esagerata avevano segnato la sua fine come uomo, non era più un soldato dell’esercito urbano, ma era diventato membro ad honorem della resistenza dei dannati, dei derelitti, compagno di coloro che spesso facevano sorgere in lui la domanda di come potessero esistere e resistere. Adesso avrebbe risposto a quell’interrogativo con il resto della propria esistenza. Repentinamente si svegliò da una sorta di stasi mentale grazie all’aprirsi delle viscere del Caronte metallico che davano sull’ultima fermata, esattamente dalla parte opposta della grande città in cui viveva. Uscì e si guardò attorno, la vecchia con il bambino che prima si era allontanata da lui lo scorse di nuovo ed emise un breve grido portandosi il pugno chiuso alla bocca, poi fece cadere una delle buste e senza mai distogliere lo sguardo da lui afferrò l’involucro fallendo nei primi tentativi di presa, infine si dileguò velocemente guardando spesso dietro di sé. Lui aspettò che la vecchia si fosse allontanata e poi si diresse anch’egli verso l’uscita. La notte iniziava la propria pubertà e quest’oggi aveva un nuovo figlio, un uomo un tempo dabbene e ora omicida senza meta. Una volta uscito dalla metropolitana e dopo aver camminato per un po’ iniziò a inalare gli odori nauseabondi delle fogne, così forti che lo penetravano a fondo, fino all’anima. Non aveva nulla da offrire alla notte se non i propri peccati e i silenziosi vaneggiamenti che lo cullavano in una qualche forma di triste illusione sul suo futuro. A un tratto si fermò davanti a una saracinesca chiusa solo a metà, vi si appoggiò con la schiena e tastando il pastrano mise mano al portafogli. Al momento aveva un po’ di contante e il fedele bancomat sul quale effettuava versamenti puntuali da anni e che per la prima volta nella sua vita si sarebbe reso utile al fine di dare inizio all’imminente ridda di sensazioni dannate. Presto un ago lo avrebbe iniziato ai piaceri sintetici, sapeva dove andare e come ottenere il kit della soluzione liquida, ma non sapeva dove trovare un bancomat nelle vicinanze. Iniziò a girovagare senza capire se era già passato nel posto in cui si trovava, era confuso e a tratti incapace di distinguere il cielo dal selciato. Dopo continui giri tra auto dormienti e segnali ammiccanti vide una luce fioca, deboli raggi illuminavano un tastierino numerico e presentavano in pompa magna un sottile ingresso simile a quello per le schede telefoniche. Trasse il bancomat e rimase stordito per alcuni secondi dal suo stato confusionale, poi fece per andarsene, ma appena riaffiorarono in lui le proprie intenzioni si risolse a prendere il denaro. Avrebbe voluto prendere tutto ciò che possedeva sul proprio conto, ma dovette accontentarsi solo della massima cifra erogabile, tuttavia non indifferente. Mise nelle tasche i preziosi e nobili fogli di carta con fare rapido e grezzo, come se li avesse rubati. Il suo portamento oscillava tra il goffo e il circospetto, la sempre più rara lucidità che faceva breccia nella sua mente lasciava spesso il posto a un’oscura alienazione mentale. Il tempo si squagliava lentamente e questo gli dava modo di raggiungere con tutta calma un ragazzo che conosceva di vista. Il personaggio al quale stava per andare a far visita era un piccolo spacciatore che anni addietro aveva vissuto nel suo stesso quartiere e per questa ragione lui lo conosceva, non molto, ma quanto bastava per procurarsi una spada. Arrivò ai piedi di un condominio e iniziò a battere il pugno sui tasti del citofono. Qualcuno aprì il portone sicuramente per sbaglio e lui pur essendosene accorto continuò a battere forte al suono delle imprecazioni di alcuni inquilini. Dopo essersi risolto a entrare prese l’ascensore e arrivato al settimo piano scese le scale per raggiungere il quarto pianerottolo. Tirò su con il naso e nello stesso momento colpì le sue narici con il pollice destro, poi con nonchalance picchiò forte sulla porta davanti alla quale si trovava. La porta venne aperta e apparì una figura trasandata, vestita con una maglietta bianca e dei boxer. Vi fu un breve dialogo che non riporterò, occhiate e mimiche facciali che lascio all’immaginazione e altri dettagli che potrei riportare con una descrizione certosina solo se stessi scrivendo un racconto. Se qualcosa di importante vi è in questa narrazione ampollosa è il fatto che dopo una ventina di minuti lui venne fuori con un buco sul collo e una serie di ammenicoli in tasca che spesso ornano gli scaffali polverosi dei depositi della polizia. Era chimicamente appagato e aveva un’altra cartuccia da spararsi più tardi. Era nuovamente sulla strada, lattine vuote e bicchieri di plastica venivano trasportati da un vento gelido che si era appena alzato, luci bianche e diafane illuminavano un piccolo piazzale colmo di mozziconi. Stava portando la sua carcassa verso il porto, ma le banchine distavano ancora molto. Giunse in un vicolo buio in cui echeggiavano perpetue gocce cadenti di panni stesi al plenilunio. Uscì dal vicolo e notò alla sua destra un’auto; vi era una macchina della polizia di fronte ad un Bar che stava per chiudere. Volse lo sguardo a sinistra e si mosse verso destra. I suoi occhi s’incrociarono con quelli di un uomo in divisa blu. I due continuarono a compiere le proprie geometrie e a scrutarsi per alcuni secondi senza proferire parola. I due poliziotti salirono in macchina e lui proseguì avanti. Gli abbaglianti della gazzella illuminarono la sua schiena fino ad accecarla. L’auto gli si affiancò procedendo a passo d’uomo e una voce giovane e forte gli chiese cosa cazzo stesse facendo da quelle parti. Lui si fermò e il poliziotto alla guida arrestò l’auto, spense addirittura il motore e i fari. Il buio e il mutismo umano regnarono per tre secondi dopodiché una chiamata fece rimettere in moto le quattro ruote della giustizia che si allontanarono con celerità. Lui riprese a camminare toccandosi il foro sul collo attraverso cui aveva fatto penetrare un po’ di piacere. Ancora strade e muri addobbati con manifesti litiganti che si trovavano l’uno sopra l’altro. Egli notò un panificio in un vicolo e vi si avvicinò silenziosamente, davanti alla porta della bottega c’era del pane caldo all’interno di casse di plastica bianca. Il padrone vide il mio protagonista, gli chiese se desiderasse qualcosa e lui disse che voleva del pane arabo. Il negoziante annuì e si recò nel retrobottega con un portamento esperto, i suoi erano movimenti che denotavano anni passati a portare pane arabo ad acquirenti notturni. D’un tratto lui, il protagonista senza nome, uscì, prese una cassa di pane, si allontanò per alcuni metri e si rifugiò in un vicolo. Intanto il panettiere era tornato con in mano un sacchetto con del pane arabo, aveva lo sguardo basso e, non accortosi che il lunatico cliente non c’era più, disse il prezzo. Il fornaio alzò lo sguardo, capì, e la farina bianca continuò a cadere leggera dalle sue ciglia altrettanto canute. Nel vicolo dove il nostro protagonista aveva portato il pane vi era un silenzio tombale e puzzo di merda. Non toccò il pane e con un gesto di stizza alzò la cassa sopra la propria testa per far cadere quelle sculture di lievito, acqua e farina. Lanciò la cassa di plastica contro un muro, gettò un po’ di monete e banconote a terrà e se ne andò. Si accese la luce di una stanza nel palazzo di fronte al quale egli aveva gettato i pani e da una tenda ricamata con motivi banali apparve un viso rugoso che scrutò la strada; pochi secondi ancora e quella curva nella continua e veneranda linearità dell’anziana bipede sarebbe divenuta passato. Egli probabilmente non si rendeva conto di ciò che faceva, o si potrebbe ipotizzare che solo una parte del suo essere avesse coscienza delle proprie azioni. La parte lucida dell’Ego era il luogo pieno di frustrazioni e risentimenti, di occasioni mancate e mancanti; o più semplicemente non amava né i panettieri né il loro pane. Sicuramente da qualche parte una candela ardeva tremula e così il tempo continuava a liquefarsi rimanendo sempre distante dalle porte dell’alba. Non sembra essere una storia convincente pur essendo vera. O falsa. Vi è una mancanza di situazioni intriganti e di personaggi carismatici, sono presenti solo descrizioni astruse ed episodi irrazionali che avvengono solo nella realtà. Maurizio chiuse gli occhi e li riaprì rapidamente. Raggiunse l’inizio di una strada che scendeva ripida; era una strada senza uscita, come il labirinto della sua vita e come la costruzione di questo racconto.

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25
mar

Il pugno di ferro della noia giovanile

Inviato sabato 25 marzo 2006 alle 05:26 da Francesco

Per le strade di Marsiglia si aggiravano quattro balordi con il trip di Arancia Meccanica. I quattro giovani erano soliti inneggiare alla violenza gratuita e alla droga sintetizzata. Non è ancora il momento di parlare di loro. Un vecchio marsigliese di nome Henry era chiuso nel suo appartamento ed era intrappolato nel proprio lutto a causa della morte della moglie. Nella sua testa echeggiavano le parole di padre Antoine: “Cenere alla cenere, polvere alla polvere”. La sua Marie amava gli animali e ogni giorno portava del cibo ai cani e ai gatti della sua via. Il futuro aveva in serbo anni di solitudine e pasti freddi per la fase crepuscolare di Henry. Erano le sette di sera, il cielo di Marsiglia iniziava a tingersi di nero e le lampade incominciavano a verniciare le finestre dei palazzi con un giallore tenue. Henry decise di uscire per raggiungere il bar dove sovente aveva speso i suoi anni migliori e molti guadagni del suo lavoro di imbianchino. Raggiunse l’entrata del bar e notò, con dispiacere, che era chiuso. Non volle tornare a casa, perciò iniziò a fare lo slalom tra i lampioni, spinto dai ricordi della giovinezza e dai baci ventenni della sua Marie che proprio quel pomeriggio era andata a riposarsi due metri sottoterra. Alla sua destra vi era una lunga fila di panchine e su ognuna di esse si notavano scritte di speranza, di rabbia e d’amore fatte con i pennarelli. In terra, tra la ghiaia, c’erano piccoli tesori del consumismo: qualche lattina deformata di Coca-Cola, mozziconi di sigarette, fazzoletti arrotolati, tappi e buste di plastica. Alcuni pezzi di vetro verde, presenti sulla pavimentazione, giocavano con le luci dei lampioni e proiettavano i propri riflessi nelle retine di chi osava fissarli. Un quadrupede irruppe tra le gambe di Henry ed egli, in ricordo di sua moglie, lo osservò con malinconia e poi gli allungò uno snack alle nocciole sul palato. Prese ad accarezzare il pelo maculato dell’animale, si intenerì e decise di portare il cane con sé. Cambio inquadratura e inizio un primo piano del gruppo di quattro giovani che ho accennato all’inizio. Non ricordo i loro nomi, ma ricordo le loro facce: butterate, iniettate di sangue e devastate dall’abuso di alcol. I quattro si aggiravano per le strade di Marsiglia, a bordo di una Renault Clio, in cerca di vittime. Erano dediti ai pestaggi gratuiti e alle rapine dei passanti. Provenivano tutti da famiglie bianche e agiate. Adoravano praticare il razzismo e lanciavano grida e insulti contro i maghrebini. Tre di loro, una volta, scesero dall’auto per pestare un tunisino che aveva risposto ai loro insulti: il tunisino fu pestato a sangue e la sua ragazza fu spogliata e presa a calci nel ventre senza che nessuno intervenisse. I tre tornarono in macchina, l’autista fece marcia indietro e uno dei quattro giovani si sporse dallo sportello, sputò in faccia al tunisino e poi diede l’ordine di ripartire velocemente tra l’indifferenza dei passanti. Episodi analoghi erano all’ordine del giorno per questi squadristi transalpini. I quattro riabbiosi a bordo della Clio notarono la pesante figura di Henry e decisero di dare sfogo al loro sadismo; incominciarono a coprirlo di insulti, senza che lui reagisse. Henry era un uomo nero di sessantacinque anni, con pochi capelli bianchi e una pancia gonfia. I quattro s’incazzarono perché le loro parole non avevano effetto. Fermarono l’auto e tutta la quadriglia scese per dilettarsi in una pratica più antica della prostituzione: la sopraffazione del più debole. “Faccia di culo, dammi quel cane di merda”, esordì uno dei balordi. Henry rispose con un mugito e non disse una parola. “Dì un po’ vecchio, vuoi farmi incazzare?” continuò lo stesso ragazzo. A un tratto uno dei quattro fece un gesto improvviso e strappò il cane dalla stretta di Henry. L’anziano tentò di ribellarsi, ma due del gruppo lo colpirono e lo costrinsero a restare con la faccia sul selciato. Un terzo esponente della gang rideva e fumava, mentre il quarto ragazzo teneva il proprio piede sulla testa del cane. Henry guardava il cucciolo ed era straziato dal guaito dell’animale. Il cane guaì sempre più forte e smise quando la sua testa venne completamente schiacciata dal piede del ragazzo. “Vaffanculo, mi sono macchiato” disse il giovane omicida del cane che poi si tolse gli stivali sporchi di sangue per lanciarli contro la faccia di Henry. Lo spettatore del gruppo disse: “Andiamo a guardare i quarti di finali della Champions League, ho scommesso trenta euro su quella cazzo di partita”. I quattro risalirono in macchina e tutto continuò come non si era mai interrotto.

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