Un uomo si allontana durante il tardo pomeriggio di un giorno novembrino e la sua giovane moglie lo segue con lo sguardo mentre stringe al petto il lembo di una tenda gialla. Un calesse percorre lentamente una via cittadina e lascia dietro di sé i rumori evanescenti del suo transito. Un lampionaio accende pazientemente le luci di una via che si trova a ridosso di un bastione inumidito e sembra che il suo volto mostri i segni della felicità. In un ampio salone le primogenite dell’aristocrazia sfoggiano i loro abiti sfarzosi e lanciano occhiate seducenti verso i cinque sensi dei loro pretendenti. Un ambasciatore firma un documento sopra un tavolo di mogano davanti al quale un messo attende diligentemente un incartamento da consegnare. I rintocchi di un campanile vibrano attraverso il torace di un passante distratto e come ogni sera destano i ricordi di un uomo canuto. In una stanza piena di bambole una donna volta le fotografie dei suoi familiari, poi spegne le luci di tutta la casa e torna completamente nuda nella luce lunare che avvolge la sua camera. Costei è una nobildonna e un’orientalista. D’un tratto ella si inginocchia di fronte a una platea di tetti spioventi e appoggia la lama di una wakazashi sopra la giugulare. Sangue e ritualità si intrecciano in una sera che appartiene a un secolo lontano.
Quattro ruote, due pedali e una mente
Inviato venerdì 23 novembre 2007 alle 02:49 da FrancescoPrima di guidare metto le mani sul volante e levo ogni peso dalla coscienza. Esco lentamente da un parcheggio e sfilo sotto le luci arancioni che sono deputate a indicare una via senza fine ai raminghi notturni. I miei pensieri volano ai lati dell’auto all’altezza degli specchietti e le loro evoluzioni non rassomigliano affatto a quelle di una descrizione paesaggistica piena di gabbiani, ma ricordano il transito oscuro di un pipistrello intimorito dalle fobie che alloggiano nei crani dell’homo sapiens. L’asfalto indossa gli stracci della notte e tenta vanamente di abbellirsi con gli orpelli lunari quando il cielo glielo consente. Accelero lievemente per non sorpassare i limiti della prudenza e seguo con lo sguardo un veicolo che sparisce nel buio assieme ai suoi fari. Il vento spira forte, ma le folate non riescono a piegare lo stelo fragile di una parte della memoria. Nel cuore della notte un distributore deserto emana un senso di desolazione che svuota i serbatoi delle aspirazioni individuali. Le ore piccole ingigantiscono ogni cosa e deformano il corso delle riflessioni. I fuochi fatui indicano la strada del ritorno, ma il punto di partenza e il motivo della sua ubicazione restano sconosciuti anche sotto la luce solare. Può risultare difficile capire dove andare senza conoscere la propria provenienza e può apparire altrettanto arduo annotare queste righe senza dare peso agli strascichi di banalità apparente che le seguono. Effettuo delle manovre semplici e spengo l’auto prima di scendere nel punto dal quale sovente mi stacco da terra per mettermi alla guida di un loop. Il cambio automatico mi consola.
Seguimmo puntualmente e inconsapevolmente le tracce di alcune coincidenze per incontrarci in un momento inaspettato. Ci lasciammo alle spalle i confini dell’indifferenza e valicammo una nuova forma di entusiasmo. Le nostre personalità si aprirono spontaneamente come certe presenze floreali durante la stagione primaverile. Le pulsazioni superarono le soglie precedenti, la mente indisse un festeggiamento mai visto prima, le giornate diventarono degli intervalli di tempo tra le funzioni vitali e le esplosioni di gioia, ma d’un tratto tutto scomparve come un’antica città degli abissi e sembrò lo scherzo da prete di un periodo ateo. Buttammo le nostre mutue speranze e le loro cornici. Tu non pagasti il dazio e io ti voltai le spalle quando facesti un passo verso un nuovo pilastro emotivo. I cardini del nostro idillio potenziale caddero senza fare rumore, infatti ci allontanammo silenziosamente e continuammo le nostre esistenze come se fosse veramente successo qualcosa. Vissi il prologo di una nuova era, ma restai ancorato alla staticità antiquata del presente. Rimontai sul mio Panzer per prendere a cannonate il passato e per farmi strada in direzione del tempo. Non ebbi modo di mostrarti il mio lato concreto e per questo motivo tu moristi nella mia memoria e continuai a chiedermi se alcuni sciamani dicessero il vero nei loro discorsi sulla reincarnazione ante mortem: un cominciamento nuovo e inatteso sulla falsariga del precedente.

Un corpo nudo si muove lentamente sopra un’altura verdeggiante. Gli arti tracciano linee eteree ed eseguono con precisione una danza scheletrica. Un derviscio siede sopra una roccia e muove lievemente il capo per mostrare il suo consenso verso i movimenti delle nudità. I venti trasportano i sibili notturni del genere umano. Il tempo orchestra i gemiti delle tre dimensioni e rivisita alcune sinfonie antiche per attualizzarle. Le acque cristalline dei ruscelli trasportano lembi di pelle mentre un oceano sconosciuto si occupa di spingere alla deriva i sogni dei suoi bagnanti. L’entusiasmo affoga in un momento e riaffiora dopo un decennio nello stesso punto. La superficie marina nasconde i relitti che si trovano sui fondali: rottami inabissati e dimenticati. Ogni tanto un vascello incorre in una tempesta ormonale e perde il suo carico di gioia. La calma dell’acqua ammutolisce qualsiasi tipo di disperazione senza calmarla. Le memorie possono erodere le ossa come il mare erode le spiagge. Una madonna canuta si trova in ginocchio su un promontorio mentre la brezza scuote il suo chador. Ella ha le mani giunte e il capo chino, ma non si rivolge al suo dio né al pantheon che lo circonda, bensì affida un altro tipo di preghiera all’apparente infinità dell’orizzonte e nello stesso momento una fotografia versa qualche lacrima sopra la sua cornice.
Una premonizione funesta precede le ore del sonno, ma i primi segni del risveglio ne portano via ogni residuo. Lo sconforto cola lentamente dalle giornate caustiche e le sue gocce dense si scindono sopra la vette dell’indole. L’amnistia dei ricordi svuota le prigioni del tempo e chiude i cancelli del futuro, ma soltanto in una frazione del presente avviene l’evasione dalla discontinuità di quanto è accaduto e solamente una lungimiranza imparziale consente di evitare una pianificazione errata per ogni cosa che deve ancora succedere. L’accettazione della propria pochezza è un atto di umiltà sincera che non concede onori né premi prestigiosi, ma rappresenta il primo passo per saltare a piè pari nella verità individuale. Le parole spesso hanno un esito diverso da quello prospettato ed è questo uno dei motivi per cui non si può affidare a loro la custodia dei propri progressi. Un linguaggio istintivo veicola lo sviluppo più profondo dell’essere e ogni tentativo di decodificarlo razionalmente si perde nei confini della semantica. Sembra impossibile comprendere il meccanismo che consente la comprensione. Un problema stimola la ricerca della soluzione, ma pare che quest’ultima serva solamente ad attivare uno stadio seguente del moto perpetuo della conoscenza.
I lampioni avvampano prima dell’imbrunire e il buio si presenta in anticipo. L’ora solare getta delle ombre sull’umore della gente e sembra che le persone vivano di meno. I soprabiti avviluppano i corpi che temono un’improvvisata del freddo. Alle volte l’incedere dei passanti appare isterico e altre volte assomiglia a un movimento arrendevole verso un patibolo casalingo. Le buste dondolano dai polsi avvizziti di qualche signora anziana oppure pendono dalle dita curate di una vamp provinciale, ma in entrambi i casi pare che le compere diano una soddisfazione minore rispetto agli acquisti estivi. La beltà si presenta con più discrezione, gli abiti diventano meno succinti e sembra che le voci accompagnino il divertimento delle comitive per dovere invece che per diletto. Qualcuno riesce a trovare un po’ di refrigerio per la sua interiorità arida nel calore intimo e isolato delle lenzuola che si affacciano sulle steppe del riposo dalla penombra di una persiana semichiusa. Gli occhi si perdono nelle immagini tridimensionali di un monitor e nelle pubblicità televisive oppure subiscono l’attrazione letteraria di un libro, ma riescono a dare vita a uno spettacolo senza pari solo quando incrociano due colleghi. Per quanto mi riguarda attraverso le stagioni ombreggiate a forza di bracciate contro la corrente della mestizia. Sudo, incido parole e concedo ampi spazi al passaggio del silenzio. Ascolto le chitarre distorte di persone che sono sopravvissute agli anni ottanta, odo i falsetti di alcune ugole d’oro e attacco la mente al ritmo dell’hard bop che fuoriesce dai sassofoni di alcuni negri leggendari. Firmo un’altra volta la mia presenza su questo mondo e la consegno a me stesso come promemoria esistenziale.

Un uomo malato di cancro passeggia in un giardino imbiancato mentre un pupazzo di neve lo guarda immobile e suda freddo. Il cervello di un suicida sborra sangue e non riesce a venire a capo delle sue volizioni. In una notte senza luna una donna propaga le sue urla a lungo e manda in frantumi tutte le vetrate del suo castello di carte. Le radici della discordia crescono e si snodano sotto i pavimenti degli alveari umani. Un giovane laureando lancia le sue proposte, ma rimbalzano tutte sopra dei muri di gomma e la sua insistenza assomiglia all’apatia di un carcerato che trascorre il tempo a tirare una pallina da tennis contro una parete della sua cella. Un drogato assume la sua razione quotidiana di curaro e pensa di essere in trance mentre attende il suo turno per morire, ma in realtà si trova nella sala d’attesa in cui si adunano tutte le comparse del malessere. Un bambino si getta dal balcone perché fiuta il futuro che lo attende e dopo essere morto lascia credere alla madre che abbia compiuto il suo ultimo gesto per intraprendere la carriera di serafino. Il coma di un perditempo è un atto di ribellione del tempo che decide di perdersi da sé nell’assopimento dei sensi invece di farsi bistrattare dal suo affittuario.
L’esperienza è una sarta rozza che usa le cicatrici per cucire la personalità, ma credo che un portamento particolare della volontà individuale possa compensare i difetti di un abito confezionato in modo maldestro. Il bavero sgradevole di questo indumento costringe alcuni dei suoi proprietari ad alzare le loro teste per osservare la tracotanza delle loro pretese. Qualcuno ritiene che basti non essere amati per pretendere di farsi amare, ma suppongo che occorra qualcosa in più. Penso che sia facile lamentarsi qualora non si abbia nulla e trovo che sia ancora più facile nel caso in cui si possegga tutto. Mi sembra che le ricerche ossessive ogni tanto rivelino un disinteresse totale verso l’oggetto apparentemente desiderato e mi pare che in casi simili si possa notare un attaccamento morboso verso il piacere di trovare qualcosa per iniziare a cercare qualcos’altro, ma probabilmente taluni vedono in questo processo ripetitivo una via per l’immortalità nello stesso modo in cui un bambino può scambiare un pezzo d’ottone per un pezzo d’oro. Esistono molti espedienti per sfuggire alla paura ingiustificata della propria finitezza ed è un peccato che nessuno di essi funzioni. La sofferenza affina la sensibilità e quest’ultima può essere utilizzata per recidere la carotide di un innocente o per incidere il proprio nome nella mente di una persona colpevole d’amare.
La notte getta ombre sulle inquietudini insonni. Ogni traccia del buio scompare quando le fronde incominciano a indossare i loro fregi luminescenti. Un bagliore intenso si manifesta tra due sguardi che si aprono in un risveglio intimo. Qualcuno continua a sognare durante il suo stato di veglia e qualcun altro protrae i suoi incubi dopo essersi destato. Parecchie vite hanno bisogno di un balocco narrativo, perciò afferrano ogni novità che entri nel campo gravitazionale della loro attenzione. I ricordi si infiammano sotto le coperte, ma un sonno ristoratore può diminuire una tale minaccia ed estinguere la sua origine. Gli occhi si serrano sotto la fermezza di un soffitto per concedere al resto del corpo di andare in licenza e questa vacanza onirica di qualche ora può riservare degli effetti salvifici più incisivi di quanto sia immaginabile attraverso l’abitudine necessaria di dormire. Gli esseri umani non dicono nulla di nuovo e si limitano a essere una cassa di risonanza per una eco ancestrale. Un barbone raccatta tutte quelle lettere passionali che non sono mai state spedite e che molte mani tremanti hanno cestinato dopo una stesura minuziosa. Le muraglie del silenzio separano i desideri dai loro mittenti e le parole che non sono mai state pronunciate si assommano a quelle che non sono mai state pensate.
Le strade portano i segni della pioggia notturna. L’acqua accentua i colori delle terrazze e adorna le piante che posano per lei sopra i vasi di terracotta. Le nuvole raminghe puntano verso un altro continente e ignorano il malumore che provocano ad alcuni dei loro spettatori. Un traghetto spopolato attraversa un breve tratto di mare mentre qualche certezza gli passa accanto per dirigersi alla deriva. In queste giornate gli orizzonti appaiono particolarmente sfocati e sembra che nascondano qualche segreto mistico. Lo sguardo di una segretaria fugge oltre la finestra chiusa del suo ufficio e si perde nel promemoria degli impegni, ma la sua solerzia non impedisce alle sua dita di produrre acrobazie irregolari con una penna tappata. Gli uffici postali si riempiono lentamente e si preparano a esibire una scenografia paziente e quasi inerte. Una ragazzina scosta le parole dell’insegnante e riempie gli spazi bianchi dei libri con le prime scritture della sua intimità, nel frattempo suo padre attende docilmente il giorno del pensionamento anticipato. Un agricoltore accoglie con piacere le condizioni atmosferiche e spera che piova di nuovo mentre ignora lo splendore che lo circonda con la stessa innocenza di chi non pone mente alla sua libertà perché è sempre stato libero.

