Procedevo adagio, sul cocchio, inebriato dai caldi venti degli inferi adiacenti. Ai bordi della strada non c’era nulla di cui rallegrarsi e le uniche risate erano isteriche, forzate, protratte oltre il limite della cosiddetta normalità. Non sapevo per quanto avrei dovuto battere quella via, perciò stavo attento a non abbassare la guardia. Sebbene non l’avessi mai contemplato con stupore né mai avesse esercitato su di me un forte fascino, mi mancava il volo radente dei piumaggi candidi.
Di tanto in tanto scorgevo dei corvi, quasi tutt’uno con il dominio del buio: servi alati che invece di librarsi altrove pilotavano le cadute altrui. Laggiù, aguzzando la vista, era possibile osservare in lontananza dei campi incolti da cui emergevano mani imploranti; puntualmente, quelle scene destavano in me un profondo senso d’inquietudine poiché non c’era nulla che le dita sporgenti potessero afferrare. Dalla parte opposta, lungo un crinale, procedevano in fila i corpi suicidati. Legati tra loro, quei finali anticipati sembravano dei plagi e ognuno accusava il vicino di avergli rubato l’idea quando invece tutti s’erano sottratti solamente la vita: battibecchi di fine mandato. Sul cocchio, continuavo adagio e attendevo che l’oscurità si diradasse, che nulla più la nutrisse.
Le fantasie s’intersecano liberamente, incuranti di tutto e dirette verso il nulla. Grandi dibattiti hanno luogo nei rami del parlamento e qualcheduno preferisce impiccarsi altrove per evitare di disturbarne il chiacchiericcio retribuito. Taluni nascono per sbaglio e muoiono nello stesso modo. Uomini ottusi puntano le amiche delle figlie e donne deluse si lasciano puntare dagli amici dei figli: promiscuità intergenerazionale. Le religioni mi hanno sempre schifato, specialmente quella cattolica in quanto ricorre alla Vergine Maria come testimonial: quest’ultima la considererei del tutto inadeguata persino per un clone di Postalmarket. Baruffe di terz’ordine, un po’ ovunque. Certe donne sono elettrici ingenue e si votano a coloro che sanno circuirle meglio. Quanto costa un rene nuovo? Al venditore
anni di vita, al compratore sensi di colpa rateizzabili. Alcune madri partoriscono pezzi di ricambio. Odo cose di cui non vorrei captare neanche gli scampoli. Aleggia troppa musica melensa in ogni dove. Benvenuti posteri, incrociamo le dita e confidiamo in una pioggia di meteoriti. Pelle nivea, capelli ambrati e aggettivazioni analoghe su figure a me ignote: non ne conosco l’odore naturale. A scuola si defunge e per questo motivo i banchi dovrebbero essere interrati. Se avessi potuto educarmi da solo oggi saprei molte cose in più. L’obbligo di frequenza tempo addietro mi rese incostante quando invece avrei potuto apprendere tantissimo. Cosa mi è dato imparare oggi? Bah, tutt’al più nozioni trascurabili per ammazzare il tempo. Mi porterà dei grandi vantaggi conseguire una certa familiarità con la tavola periodica degli elementi?
Corro, mangio bene e sborro nella carta igienica per godere: il resto è un contorno di stronzate a cui colpevolmente concedo credito per scongiurare la pazzia e la noia. Già, non mi annoio mai e me ne compiaccio. Porco dio. Al massimo mi sento useless nei miei confronti nelle rare volte in cui la spossatezza fisica mi sconquassa, tuttavia anche in quei momenti non vengo vinto dall’insofferenza. Paradiso ateo e terrestre, però anche paradossale e parossistico: io risiedo là, dirimpetto ai parassiti da cui discendo. Favorisca documenti e numeri vincenti. La merda esce dal buco del culo. Complimenti e condoglianze. E pensare che qualcuno rovista tra le minacce di morte per trovare dichiarazioni d’amore. C’è spazio anche per le favole, eccome, però sono interdette alle vite flebili. Disprezzo le bomboniere. I confetti sono duri da sgranocchiare, ma non lo sono abbastanza per lapidarci qualcuno in pubblica piazza: inutilità dolciaria. Bambini, immaginate la fine: sforzatevi o correteci dietro, come comunque farete. Quando muta in malattia, la tenerezza inespressa si estende da un capo all’altro della vita. Pare che la virilità granitica ad un certo punto diventi assai friabile. Si giustappongono immagini contrastanti in una commistione d’ispirazioni eterogenee. La logica si trova a debita distanza: torna subito.
Il dottore passava in rassegna le incubatrici e ogni tanto estraeva un martello dal camice per colpire i crani dei neonati, ma l’infermiera che lo accompagnava gli chiedeva costantemente e cortesemente di non fracassare le teste dei nascituri. Purtroppo il dottore era un vero monello e dopo ogni dispetto fatale rideva sotto i baffi; alcune incubatrici diventavano bacinelle di sangue in men che non si dica. All’obitorio del nosocomio due simpaticoni giocavano a minigolf e come mazze usavano i femori che ogni volta si prendevano la briga di estrarre dai loro ospiti più alti. Altri due uomini nel parcheggio delle ambulanze si divertivano a tirarsi addosso un cuore che avrebbero dovuto consegnare al più presto per un trapianto molto importante. In una stanza un’infermiera annoiata staccava e riattaccava la macchina di ossigenazione extracorporea di una paziente anziana e di conseguenza a quest’ultima la morte compariva ad intermittenza. Fantastiche casette di marzapane e montagne di zucchero erano state approntate in una sala per i bambini affetti da gravi forme di diabete. Flebo di assenzio pendevano dall’alto e impacchi di tricloruro di arsenico venivano praticati a discrezione del personale sadico. Un chirurgo usava il bisturi per dare slancio alla propria vena artistica sulle vene altrui e tutt’intorno v’erano grida.
Un areo di carta attraversò la finestra di un balcone e lasciò cadere le sue parole sopra un cortile affollato. L’indomani un ragazzo disertò la chiamata alle armi per i corteggiamenti della sera sabbatica e passò la notte a leggere le lettere che sua madre aveva ricevuto da giovane. La luce fioca di una vecchia lampada illuminava le parole melense di quelle missive: propositi sepolti dal tempo e legami sciolti dal logorio dell’abitudine. Per il ragazzo non fu semplice immaginare le sfumature di quello scambio epistolare poiché tutto ciò che ne restava era un po’ di inchiostro sbiadito. Accanto alle lettere si trovavano le copertine ingiallite di vinili datati: musica orecchiabile, adatta alle masse e specialmente a chi le compone con la propria unicità. In mezzo al ciarpame della soffitta comparve una nostalgia sconosciuta che non apparteneva agli oggetti né a colui che li stava esaminando. Qualche pensiero inutile vagò sotto il coprifuoco dell’attenzione. Il ragazzo ripose le lettere in un dimenticatoio di legno e uscì di casa per scriverne altre di proprio pugno. Altrove una vecchia Mercedes si fermò davanti al parcheggio di una stazione di servizio. Il guidatore tenne il motore accesso mentre il passeggero si sporse dal finestrino per richiamare l’attenzione di un uomo che stava aprendo la portiera della sua macchina. Appena l’uomo si voltò fu freddato da tre colpi di pistola. La Mercedes partì velocemente e lasciò i segni dei pneumatici sull’asfalto. I clienti e i gestori dell’area di servizio accorsero subito, ma prima di chiamare le forze dell’ordine contemplarono per alcuni secondi l’agonia della vittima. I sicari si sbarazzarono dell’auto e rientrarono nelle loro abitazioni: entrambi salutarono le rispettive mogli dopo una giornata di lavoro. In uno scantinato un ragazzino di quattordici anni rise istericamente durante la preparazione del suo cappio e quand’ebbe finito fissò la corda a una trave del soffitto. Il ragazzino salì su una sedia impagliata, indossò lo strumento di morte e con un calcio allontanò le quattro zampe del suo patibolo. Dopo un paio d’ore la madre scoprì il suicidio del figlio e non disse nulla per quasi un minuto, ma alla fine lanciò un grido che anticipò il suo svenimento.
Una monaca anziana uscì lentamente dalla porta principale di un convento fatiscente e iniziò a dirigersi verso di me con il capo chinato. Io rimasi immobile e aspettai che la devota mi raggiungesse. Mi trovavo in mezzo all’erba alta di una prateria rigogliosa e sapevo di essere lontano da casa, ma non conoscevo l’ubicazione di quest’ultima e ignoravo l’esistenza di qualsiasi strada. Il mio nome era trasportato da un alito di vento e lo sentivo echeggiare in continuazione senza avvertire alcuna forma di disagio. Non ero spaventato, ma ero inconsapevole. Mi accorsi nuovamente della monaca quand’essa si fermò a pochi centimetri da me, tuttavia mantenni la mia immobilità senza batter ciglio e non feci domande a me stesso né alla donna. L’anziana alzò il capo e tra le sue rughe vistose intravidi un sorriso inebetito. Dopo alcuni secondi costei mi mostrò le sue mani lievemente insanguinate e compì questo gesto senza mutare espressione né la traiettoria del suo sguardo. All’improvviso alzai la testa verso il cielo e lo stupore mi costrinse ad aprire la bocca. Uno stormo di cacciabombardieri passò sopra di noi a bassa quota e l’ombra della formazione aerea attraversò la prateria verdeggiante. Abbassai la testa per qualche secondo e notai che la monaca non aveva mutato la sua espressione, ma le sue mani erano linde e assomigliavano a quella di una giovane pianista. Scattai senza proferire parole e cercai di inseguire le ombre degli aerei, ma la mia corsa si arrestò sull’orlo di un precipizio. Guardai verso il basso e scoprii una città completamente bianca. Le strade sembravano pavimentate con il marmo e ogni edificio era una scultura irripetibile.
Il paese era in subbuglio per un evento di cui non ricordo nulla. Le persone sedevano ovunque e alcuni ragazzi si arrampicavano con destrezza sugli alberi o sui cornicioni degli edifici per ottenere un posto dal quale assistere allo spettacolo che tutti attendevano spasmodicamente. Lungo le strade vigeva un’atmosfera irreale e il volgo era ipnotizzato da qualcosa di seducente che avrebbe potuto sedare qualsiasi tipo di sedizione. Io mi trovavo al secondo piano del mio palazzo ed ero immobile nel salotto della mia nonna materna. Davanti a me una bambina dondolava su una vecchia poltrona. La piccola aveva i capelli bruni e indossava un paio di occhiali da vista. Ogni tanto diceva cose prive di senso, ma io non le rispondevo e fissavo con sospetto un piccolo neo che si notava a malapena sul suo mento. D’un tratto un boato proruppe dall’esterno e il clamore della gente provocò un’onda d’urto che investì la stanza. La bambina uscì per aggregarsi alla calca mentre io rimasi al mio posto e tacqui. Chiusi gli occhi e dopo alcuni secondi mi ritrovai in una strada secondaria. Una donna che si spacciava per mia madre chiuse la saracinesca di un negozio e, con lo sguardo intriso di lacrime, mi guardò e mi disse: “La mamma di Bianca si è chiusa in casa!”. Riaprii le palpebre e mi affacciai alla finestra del salotto di mia nonna. Capii chi era Bianca quando vidi una bambina a terra con il cranio fracassato. La piccola era caduta da un’altezza notevole, ma nessuno sapeva dire da quale punto fosse volata nel vuoto. Mi voltai e diedi le spalle al resto del mondo. La morte tremenda di Bianca mi fece pensare alla perdita ipotetica della figlia che non avevo mai avuto. Non ricordo il seguito di questo sogno né l’epilogo della storia, ma suppongo che entrambi abbiano incontrato la loro fine come ogni altra cosa che non sia attribuibile a una qualsiasi forma di eternità.
La notte infonde nella mia volontà ciò che il giorno le nega con la sua luce fascinosa, ma non sono un fautore dell’oscurità e adoro quest’ultima quanto le ore diurne. La mia vita risplende nelle azioni che compio e trovo che il suo fulgore sia più importante d’ogni parola che si leghi ingenuamente ai fiocchi di un moto gioioso o alle spire di una tristezza strangolatoria. Non depenno le questioni secondarie dall’elenco dei miei impegni trascurabili, ma le tratto con un’indifferenza meticolosa che non ne mina il passaggio verso la concretizzazione. Saluto cortesemente chiunque provi a disegnare la forma della felicità con i tratti di un vaniloquio, ma né io né altri possiamo pretendere che il mio garbo diventi un attestato di stima nei confronti di certi imbonitori. A mio avviso la comicità forzata di uno scroto cascante che appaia in mezzo a queste parole può suscitare soltanto l’ilarità di chi abbia un senso dell’umorismo poco volitivo, ma in questo caso è un test che lascio nel passato affinché metta alla prova la mia rilettura futura. Non mi sento a mio agio ogniqualvolta io mi ritrovi a farcire i miei monologhi con termini impegnativi quali “materia” ed “energia”, ma questo è il prezzo della filosofia spicciola ed essa nel migliore dei casi consente soltanto un guadagno che veicoli la fragranza evocativa della cartamoneta. Non mi piacciono le stramberie che incentivino una curiosità dozzinale. L’interpretazione errata di uno scritto riesce a tediarmi quanto un calembour inflazionato, tuttavia la perseveranza di una visione inesatta riesce ancora a strapparmi un sorriso moderato. Le differenze vengono confuse con gli sbagli e viceversa, ma per fortuna la realtà mantiene l’ordine semantico che talvolta viene stravolto dalla pochezza ampollosa del linguaggio.
Le prime ombre del mattino esordiscono insieme alla luce e influenzano molte cose con il loro potere cromatico. Le acque della laguna riflettono i voli radenti degli uccelli e si aprono lievemente quando la chiglia di una barca ne infrange la superficie. I felini inurbati vivono il randagismo con somma nobiltà e il loro sostentamento rientra tra le preoccupazioni principali di alcune donne vecchie e sole. Ogni tanto si odono le parole slave di una badante o quelle di un operaio dell’Est che solleva e abbassa i bancali del suo datore di lavoro. L’acerbità del melting pot evidenzia le asprezze dell’immigrazione e alimenta con opulenza l’ostinazione qualunquista del razzismo provinciale. La noncuranza di taluni consente ai rifiuti di divertirsi: una parte galleggia allegramente a cavallo dei marosi e un’altra si rilassa sotto il sole e sotto la sabbia. Gaia avrebbe un aspetto migliore se ogni bottiglia abbandonata a causa del menefreghismo ecologico si mettesse in marcia per conficcarsi nel culo del suo ultimo proprietario. La quiete di certi momenti riempie lo spazio in cui viene percepita e bandisce ogni tipo di frastuono dai suoi confini. Le critiche piovono ovunque e molti individui reclamano inutilmente l’esattezza inconfutabile delle loro ciarlerie. Ai credenti non bastano più le preghiere e per questo motivo i fedeli più facoltosi comprano le indulgenze con il denaro dei paradisi fiscali. Un gabbiano si stacca da terra mentre qualcuno riposa sei piedi sotto il suolo.

Mantengo le distanze da ciò che non posso sfiorare e attendo che ogni nota venga suonata a tempo debito. Non mi interessano le nozioni di chi ha i titoli per dispensarle e curo la convulsione dei sensi con la volontà d’evolvere. Vivo quietamente e mi sento appagato, ma non voglio che la mia interiorità si sazi. Sono il risultato dell’alleanza tra la mia indole e le coincidenze. Mi sento fortunato e di tanto in tanto un’euforia leggera mi pervade. Alcuni frammenti della mia vita sembrano tratti dalla descrizione di un’ascesi, ma io non anelo a un’elevazione spirituale e non ho bisogno di credere a qualcosa per vivere. Mi sento completo anche nei periodi in cui le apparenti sciagure del mio stato d’animo mi inducono a formulare pensieri che talvolta esterno con un altro registro linguistico. Non bado eccessivamente alle bizzarrie capricciose della mente e ascolto quest’ultima quando si trova lontano dalle influenze nocive dell’impulsività. Non nego la bellezza di un fiume di bile, ma cerco di seguire il suo corso quando devo irrorare i canali della risolutezza e mi assicuro che non straripi durante la stagione dei monsoni. Tra un’ambage e l’altra mi diletto con le tessere del mio carattere mosaicato. Salto di pala in frasca e cerco di padroneggiare più di un modo con il quale esprimermi con me stesso per non cristallizzarmi in un soliloquio monocorde.
Delirio catartico: gli aborti maggiorenni
Inviato martedì 8 gennaio 2008 alle 06:35 da FrancescoSiamo tutti uguali nella nostra emarginazione e tra i nostri ranghi la classe sociale non ha importanza. Siamo visti con diffidenza dai coetanei a cui non ci siamo mai aggregati perché abbiamo preferito coltivare la nostra misantropia piuttosto che accodarci alle ipocrisie di certe amicizie. Sotto le nostre mani scorrono dischi di ogni tipo e di ogni era nello stesso modo in cui i globuli attraversano i vasi sanguigni. Non partecipiamo alle feste in cui dovremmo recitare una parte del cazzo e le disertiamo con la stessa convinzione di un giovane coscritto che non può tacitare la sua coscienza. Siamo abituati a stare da soli nelle nostre camere nelle quali trascorriamo intere giornate in compagnia di noi stessi, della nostra musica demoniaca e dei vessilli di qualche band che abbiamo eletto come nostra alleata nella catarsi sonora. Abbiamo una forte inclinazione per le tematiche macabre, ma sappiamo amare più di quanto si possa dedurre dai nostri modi. Siamo un esercito senza generali e marciamo con le cuffie in testa mentre tutti gli altri dormono. Rimaniamo fedeli a noi stessi anche quando la vita assomiglia a una copertina dei Cannibal Corpse. Mandiamo a fare in culo chi ci offre un po’ di felicità edulcorata e preferiamo la crudezza del nostro realismo che noi abbelliamo con un immaginario apocalittico grazie al quale riusciamo a sostenere il peso della nostra solitudine costruttiva. Siamo i figli di una rivoluzione personale che celebriamo ogni volta che decoriamo lo spazio attorno a noi con le note distorte e le voci acutissime di qualche album che consideriamo vitale come un pacemaker.

