30
Ott

Vittorie e sconfitte

Pubblicato domenica 30 Ottobre 2016 alle 19:30 da Francesco

Non cerco di guardarmi da fuori per il solo gusto di ricavarne un autoritratto contemplativo, ma compio un tale sforzo per capire i miei processi interiori da una posizione che si dimostri quanto più possibile terza. Questo mio modus operandi va avanti da anni e malgrado i naturali incidenti di percorso devo ammettere che la mia vocazione introspettiva mi ha giovato sommamente.
Nell’ultimo periodo mi s’è ripresentata la ciclica questione dell’affettività, ma d’altro canto so che si tratta di un problema con cui devo convivere. Anche in me sussiste l’esigenza di reciprocità e mutua intesa, però questa a intervalli più o meno regolari si scontra con l’impossibilità della sua concretizzazione nella realtà e l’impatto che ne segue provoca immancabilmente delle scosse telluriche di cui i sismografi non dànno conto. In un modo o nell’altro ho sempre avuto ragione della malinconia e i rapidi passaggi di quest’ultima sulla mia esistenza non mi hanno mai ridotto in schiavitù, tuttavia alcuni momenti sono più difficili da superare rispetto ad altri.
C’è una sfida allettante nelle ombre più dense di certi frangenti dell’esistenza ed è come se un lontano richiamo destasse degli archetipi sì assopiti, ma sempre presenti. La parte più difficile di una sfida del genere è il riconoscimento di questa come tale, ma io posso squarciare il velo di Maya a sciabolate perché l’ho già fatto in passato. Mi basta scrivere queste parole per darmi il coraggio e l’incitamento che altrimenti non potrei ricevere da niente né da nessuno. Anche se il tempo passa io proprio come lui non posso tirarmi indietro. Devo chiudermi ancora un po’ di più in me stesso per poi ritornare ad aprirmi o, almeno, per rendere le mie aperture un’opzione percorribile in eventuali circostanze di un avvenire altrettanto incerto.
Sono sicuro che il mio sarà un inverno rigidissimo, al di là di quello che diranno i termometri o la clemenza di una stagione che non è più quella che fu. Anch’io non sono più quello che ero e chissà se un domani tornerò a essere ciò che ora sono. Non so come si chiudano i cerchi né se il tempo abbia la loro forma.

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27
Ott

Un po’ di comprensibile e incomodo sconforto

Pubblicato giovedì 27 Ottobre 2016 alle 03:28 da Francesco

È tarda notte e piove a dirotto come prevede la più scontata delle sceneggiature. Sono un po’  giù di morale e a ragion veduta, perciò ascolto un vecchio disco di Shawn Phillips che si chiama “Second Contribution” e intanto scrivo per medicare le mie ferite interiori.
Talvolta mi sento del tutto disarmato dinanzi al ciclico ripresentarsi di certe dinamiche, come se io scadessi davvero nella coazione a ripetere, ma non capisco mai quando e come avrei potuto imprimere un altro corso agli eventi. Altrove la terra trema e gli edifici crollano, invece dentro di me non sento scossa alcuna e non c’è nulla da abbattere perché nulla vi ho mai costruito, però la vita è fatta anche di silenzi e solitudini imperiture così come i deserti hanno il loro spazio su questo pianeta. Ormai ho sviluppato gli anticorpi per delle malattie a cui sono immune, tuttavia ancor mi beo d’un po’ di malinconia che in questa notte minacciosa e ferale scorre a fiumi.
Provo una sensazione agrodolce che in parte mi piace, ma questa non dipende affatto da quello che ho mangiato ieri sera in una bettola cinese ed è invece qualcosa che ho già esperito prima. Dieci anni fa uscivo spesso la notte per lunghe e solitarie camminate tra strade vuote che per me sono sempre rimaste tali anche di giorno. A un certo punto ho smesso di camminare e così ho cominciato a correre, ma alla fine ho superato anche le mie ombre e così, al posto delle strade già vuote, mi sono ritrovato al cospetto della desolazione.
Credo che sia sottovalutata la valenza sociale dei propri fantasmi, però è giusto che anch’essi godano di uno spettrale e meritato trattamento pensionistico. Non me la passo male e non mi posso lamentare di nulla, ma sarei disonesto se non ammettessi come anche in me ancora viva l’intramontabile desiderio di sentirmi al primo posto per una donna, e di sicuro non per la corona d’alloro ancorché questa abbia un suo fascino. Ogni tanto mi stupisco di come certe speranze sopravvivano al tempo e alla volontà di sradicarle, ma forse aveva ragione Battiato in un suo successo di parecchi anni fa: “I desideri non invecchiano quasi mai con l’età”.
Non mi resta altro che avanzare nel tempo mentre quest’ultimo procede contro di me presso il tribunale delle possibilità. Di certo non mi faccio trascinare dagli eventi e non mi reco alla deriva per conto di altri, ma è giusto che io dia voce (benché scritta) a questo mio umore passeggero.

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20
Mag

Quando le nubi si addensano e tutto resta com’è

Pubblicato venerdì 20 Maggio 2016 alle 00:43 da Francesco

Sono trascorsi più di dieci anni da quando vaticinavo al mio avvenire una decade d'isolamento emotivo, perciò le mie previsioni si sono rivelate giuste oltre ogni più rosea o tetra aspettativa. Talora ho udito il lontano richiamo di qualche sirena, tuttavia non mi sono mai infranto su una scogliera né su un seno e di quelle voci sibilline non mi è rimasta neanche un'allucinazione.
Ho vissuto da solo i momenti più intensi ed estatici della mia giovane esistenza, ma più volte mi sono ritrovato a domandarmi se una tale condizione sia stata davvero un privilegio e ogni volta qualcosa d'ineffabile mi ha risposto di sì.
Ho cercato dentro di me ciò che non sono mai riuscito a trovare fuori di me e, anche grazie alla proverbiale benevolenza della fortuna verso gli audaci, mi sono imbattuto in un fuoco interiore che sporadiche folate hanno affievolito solo in quei momenti bui di cui il dualismo stesso è fatto.
In alcune zone di questo pianeta la vita vale poco e anche lontano da quegli inferni terrestri le sue quotazioni non sono certo alle stelle, perciò sono contento che il mio unico bacio sia stato quello della summenzionata fortuna. Ho assistito alla caduta di parecchi individui e il fiume non sembra ancora pago di cadaveri; poco importa che certi morti sembrino ancora vivi.
Io penso a me stesso senza nuocere agli altri e sto riguadagnando il dovuto distacco da certe pretese del cuore per le quali evidentemente non ho ancora le spalle abbastanza larghe, però tutto questo non mi suona nuovo e quindi non mi resta che migliorare l'esecuzione di un vecchio spartito. Non voglio imparare niente da nessuno e non mi faccio un bagno di umiltà, ma intendo sporcarmi le mani per risvegliare le forze che in me sono sopite e della cui presenza non potrei dubitare neanche se lo volessi. Le mie parole sono autoreferenziali, ma d'altronde io esisto (per così dire, o qualsiasi cosa voglia dire) soltanto in relazione a me, perciò non spetta loro l'onere di alcuna spiegazione di cui non siano già munite: ecco le comodità del solipsismo.

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18
Set

Archivio onirico: sogno n. 22

Pubblicato venerdì 18 Settembre 2015 alle 03:40 da Francesco

Per quattro mesi non sono riuscito a trattenere ricordo alcuno della mia attività onirica: nei casi migliori ho rimediato dei frammenti del tutto inutilizzabili per miei sforzi interpretativi, dunque mi sono sorpreso quando qualche notte fa ho sognato che un serpente mi mordeva al collo.
Ho collegato la scena suddetta al lavoro d’esegesi che sto compiendo su Così parlò Zarathustra di Nietzsche, difatti in un capitolo dell’opera appare una vipera che morde Zarathustra alla gola. Nel testo il significato del morso è un attentato al Logos (tramite la gola), però là non ha effetto perché Zarathustra è un archetipo come il serpente e a questi dice persino di riprendersi il suo veleno perché non è abbastanza ricco da regalarglielo! Tale interpretazione proviene da Jung e non trova spazio nella mia realtà, non v’è modo di applicarvela, di conseguenza suppongo che il mio inconscio si sia servito di questa immagine per veicolarmi un messaggio che nulla ha a che fare con l’origine da cui ha tratto le proprie sembianze e con le quali mi si è palesato.
Credo che questo sogno presenti molteplici aspetti e, malgrado le mie sciocche resistenze, non intendo trascurare nessuna di quelle possibili interpretazioni che considero un po’ sconfortanti. Anzitutto il morso del serpente può rappresentare un monito dell’inconscio affinché mi svegli e prenda determinate decisioni, ovvero che io cambi pelle, però in questo caso tutto ciò scaturisce dalla mia sessualità inespressa e di ciò io sono certo. Quanto ho appena scritto si lega ad una concezione di Jung, quella secondo cui il serpente esprime il conflitto tra ragione e sentimento che in me si manifesta in un modo preciso; in altre parole una parte di me desidera la carnalità e al contempo un’altra mi costringe a rinunciarci (ecco il conflitto) perché io non voglio avere dei rapporti sessuali che non siano il coronamento di un profondo affetto né voglio dell’affetto che prescinda dalla passionalità (ed è per questo che non ho amiche).
Per Freud il serpente rappresenta il pene (tanto per cambiare), però non è per questa ragione che sessualizzo il sogno in questione e tutt’al più ci ritrovo un’ulteriore conferma oltre a quelle imprescindibili della mia esistenza cosciente.
In questo periodo la mia libido è al minimo storico e ricorro alla masturbazione solo come forma d’igiene per la prostata, quasi svogliatamente, perciò ipotizzo che in me si stia facendo strada una sorta di rassegnazione e probabilmente è da questa che l’inconscio mi mette in guarda: è come se stessi andando contro la mia natura. Non sono capace di conciliare la mia visione dell’amore con la realtà perché non dipende solo da me e sebbene io abbia imparato a non farmene più un problema, fin quasi al punto di rinunciarvi spontaneamente, non posso certo pretendere che di tanto in tanto il mio inconscio non scalci.
La figura del serpente nei sogni ha molteplici significati ed è una figura archetipica su cui potrei spendere molte parole, buone e non, ma preferisco fermarmi qui perché non intendo divagare.

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3
Apr

Fili karmici

Pubblicato venerdì 3 Aprile 2015 alle 01:30 da Francesco

Ogni tanto mi torna in mente chi mi parlò di fili karmici: l’ultima volta mi disse che il futuro giace sulle ginocchia di Giove. Mi domando dov’ella sia e quali vette avremmo toccato se fossimo stati in grado di conoscerci, però mi chiedo anche se quei fili ci leghino ancora impercettibilmente.
Eravamo su due vie simili, intenti a raggiungere una meta comune, al di fuori di noi e al di fuori delle relazioni con gli altri: strade parallele, sì, che per definizione non si sono mai incontrate. Può darsi che lei si trovi ancora nel deserto o abbia già lasciato le dune su cui io sono ancora nomade. Forse un giorno ci vedremo e non ci riconosceremo o magari scambieremo un saluto di primo acchito in altre dimensioni. Il viaggio sembra ancora lungo e le possibilità innumerevoli.
Persevero in forti esperienze di autoconoscenza e giorno dopo giorno sento i miei simili sempre più distanti, ma non m’illudo di essere poi così diverso da ciò a cui comunque non appartengo.
Avverto il bisogno della condivisione da quando ho memoria di me, tuttavia non posso accettare compromessi che minino l’autenticità dei miei propositi: è una situazione complicata, di difficile soluzione e da cui a volte ho l’impressione che non possa districarmi. Pago a caro prezzo tutta la mia lucidità, forse più di quanto valga. Nel deserto sussurro un nome ed è subito silenzio.
Proseguo.

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7
Gen

Ricapitolazione d’inizio anno e cromatismi alchemici

Pubblicato mercoledì 7 Gennaio 2015 alle 08:01 da Francesco

Già intravedo la vigilia della mia partenza nonostante manchino ancora due settimane al lungo ritorno in Italia, perciò ne approfitto per un excursus che esula dalla solita cronaca di viaggio. Non sento il fiato sul collo, però vorrei sperimentare questa sensazione che per me è ancora inedita in ogni suo senso, specie quello in cui sono coinvolti tutti gli altri cinque.
In patria con la mia lingua madre mi sento figlio unico, ma non lamento uno stato di solitudine al quale devo comunque molto. Una volta a casa riprenderò a coltivare quei nuovi interessi che ho dovuto trascurare per partire; inoltre mi farò carico di certe incombenze che ho rimandato per lo stesso motivo. Può darsi che in cielo un’avaria, una turbolenza anomala o un jihadista mettano fine ai miei propositi e a tutto ciò che può ancora accadere: memento mori!
Questo viaggio è stato il più lungo ed intenso che abbia mai fatto, ma è stato anche iniziatico. Seguendo una certa terminologia alchemica posso riassumere i miei ultimi dieci anni in almeno due parti. Prima vi è stata la nigredo, una fase in cui ho iniziato a praticare  l’introspezione e ho cambiato il mio fisico: ho distrutto quello che ero, dall’adipe ai desideri meccanici e ho tagliato i ponti con quasi tutti i miei consanguinei; una tabula rasa era indispensabile, tant’è che anche la mia ombra ci è andata di mezzo.
Quasi un lustro più tardi è giunta la cosiddetta fase dell’albedo, un periodo in cui ho cominciato a provare una certa padronanza della mia persona che si è poi riverberata lungo tutto il raggio dei miei interessi. Nello stesso arco di tempo sono riuscito a profondere ulteriori sforzi dai quali ho tratto altri benefici e piccole soddisfazioni, ovvero nient’altro che appendici dell’essenza di tale processo. In questo decennio, a cui io mi riferisco come epoca della sublimazione (che ormai ritengo conclusa), le fasi di cui sopra non sono state lineari e d’altronde non potevano esserlo. Le mie cadute hanno avuto sempre la stessa matrice: la totale mancanza di reciprocità; come in una sorta di supplizio di Tantalo non sono ancora riuscito a raggiungere il cuore di nessuno. Queste mancanze e i rari tentativi di colmarle (sempre dettati dal caso e da sincere intuizioni) talora mi hanno fatto vacillare sulla mia via e altre volte mi hanno proprio atterrato (o atterrito). Col senno di poi penso che ogni passo in quella direzione mi sia servito e forse ne avrei dovuti compiere di più decisi. I fallimenti mi hanno creato le condizioni ideali per perorare lo sviluppo personale, tuttavia non penso che possano più darmi alcunché: ormai ne conosco le dinamiche a menadito e nel migliore dei casi (o nel peggiore, che tanto è uguale) potrei provarne di nuovo le amarezze che l’Ego spaccia per uniche, ma di cui io invece ravviso chiaramente gli stereotipi.

Mi rendo conto che quanto mi appresto a scrivere possa sembrare arrogante ad uno sguardo estraneo e non lo appunterei se queste parole non avessero come destinatario il sottoscritto o se non contenessero già in nuce quell’autoreferenzialità da cui non ho modo di svincolarle.
Ora che ho messo le mani avanti posso annotare qualcosa sulla posizione altrettanto avanzata dei miei passi. In altre parole mi sento alle porte di quella che l’alchimia designa come rubedo, tuttavia non escludo che qui mi stia appropriando in maniera indebita di un termine per riferirmi a qualcosa di diverso: solo io posso conoscere la risposta e non è detto che sia quella giusta.
Ad ogni modo, mi domando se a fornirmi una prima e superficiale prova di questa transizione sia stato l’improvviso riguardo che ho preso a nutrire verso qualche tramonto, parte della giornata di cui per lungo tempo non mi sono spiegato l’altrui fascinazione: assonanze cromatiche.

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6
Set

Crisi esistenziale nel senso di vuoto

Pubblicato sabato 6 Settembre 2014 alle 18:05 da Francesco

Dopo dieci anni la mia sublimazione è terminata e ora è come se dovessi combattere disarmato. Anche se continuo a correre e ad apprendere, non riesco più a dirottare in queste attività tutte quelle forze che invece esigono uno sbocco nella vita affettiva.
A trent’anni non so ancora cosa siano un bacio, un abbraccio, una scopata, non ho idea di come i sensi esultino nella piena complicità di due corpi. Non so cosa significa primeggiare nei pensieri di qualcuno, non conosco i brividi di un’intesa fisica e platonica. Posso contare su meno di dieci dita le volte in cui ho aperto il cuore, ma ogni volta ho pensato che ne valesse la pena e non me ne sono mai pentito. Potrei trovare dei rapporti carnali o delle amicizie femminili molto profonde senza troppi sforzi, ma mi deprime l’incompletezza che percepisco nei primi come nelle seconde e a questi rapporti imperfetti preferisco la solitudine perché mi nuoce di meno.
Per me è tutto o niente: io non conosco mezze misure ed è anche per questa ragione che ho sempre tagliato i ponti in maniera definitiva quando le cose non sono andate per il verso giusto. Un tempo mi bastava intensificare qualche allenamento o protrarre le mie letture oltre il solito per trovare subito sollievo e per instradarmi verso nuovi orizzonti, ma ora tutto ciò non funziona più e Freud aveva ragione: la sublimazione non può durare per sempre.
Non so dove sbattere la testa e sono in balìa degli eventi. Cerco di pensare il meno possibile e tendo gli addominali quando sento le fitte della frustrazione. Ovviamente questo stato emotivo m’indispone e così, anche se dovesse capitarmi l’occasione di conoscere una ragazza, non sarei in grado di mostrarmi per quello che sono, ma nel migliore dei casi potrei dare solo una pallida imitazione di me stesso. Non ho mai usato droghe, non ho mai fumato, non ho mai pregato, non ho mai assunto psicofarmaci e non ho mai bevuto alcolici, perciò non ho anestetici di alcun tipo ed è solamente la corsa che mi ha permesso di alzare la mia soglia di sopportazione del dolore.
Questa crisi esistenziale non dipende dall’ultimo rifiuto che ho ricevuto, bensì dal modo in cui mi ha indotto a fare un bilancio della mia esistenza e dalla sua concomitanza con la perdita della mia capacità di sublimazione.
Non c’è nessuno che possa aiutarmi perché devo uscirne da solo, ma è come se avessi le mani legate e qualche pensiero oscuro trova uno spazio in me che prima non avrebbe mai reclamato.
Ci sono parole note che mi ripeto : “Per te non sorga il giorno che alla tua gioia sia compenso di dolore […] sii forte e sereno anche nei giorni dell’avverso fato”.
Mi sento lo spettro di me stesso ed è come se non fossi mai esistito. Mi ritrovo ad affrontare ciò che sono riuscito solo a contenere per lungo tempo. Non trovo un appiglio, una direzione, fosse anche quella sbagliata. Ho soltanto la mia lucidità, tuttavia è anche attraverso quest’ultima che provo per intero le sferzate del senso di vuoto. Non mi piace il vittimismo e non voglio essere ingiusto verso me stesso, ma non posso neanche sottovalutare la portata di tutto quello che mi sta succedendo dentro. Ancora una volta Eros e Thanatos lottano instancabilmente.

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27
Apr

Perfezionamenti postumi

Pubblicato domenica 27 Aprile 2014 alle 08:16 da Francesco

Anni fa sono stato contattato da una ragazza con cui ho poi dialogato per un certo periodo. In seguito, senza mai muovere il primo passo, ho interloquito vìs-à-vìs con altre esponenti del gentil sesso (ebbene sì, a tanto mi sono spinto!), però non ho approfondito nessuna di queste brevi e sporadiche conoscenze: non c’è mai stata insistenza né da parte mia né dall’altra, come in un tacito accordo di reciproco disinteresse. D’altronde le mie intuizioni sono amorevoli sorelle che talvolta assumono l’aspetto spaventevole delle Erinni.
Di S. ricordo una spiccata identificazione con il mondo della cultura, una voce adatta alle ottave basse e un volto asimmetrico, tuttavia questi elementi non rendono giustizia alla sua figura e io me ne frego: il tema è un altro e le auguro invece che la sua avvenenza sia rimasta la stessa. Lentamente, ma con costanza, prese a maturare in me un certo interesse nei suoi confronti, ma già all’inizio profetizzai quali sarebbero state le sorti di quelle nostre conversazioni e forse fu anche per questo che infine si realizzarono nei tempi e nei modi di un’irreversibile indifferenza. Con S. ho sperimentato per l’ultima volta una forma embrionale di desiderio. Vedevo in lei quello che era veramente? E lei, di sé, vedeva le stesse cose? Qual era la discrepanza tra l’immagine che io mi ero fatto di lei, che lei aveva di sé e quella reale? Lo stesso ordine di domande dovrei porlo anche per il sottoscritto, però i punti interrogativi in questo caso sono gli unici punti fermi. In un tentativo di rappresentazione grafica delle dinamiche di cui sopra sarebbe forse uscito un triangolo equilatero? Non oso immaginare quante spade di Damocle pendano su quegli angoli acuti e stretti che indicano una coppia, come nelle relazioni morbose, simbiotiche, ed entrambi a grande equidistanza dal vertice, ovvero da tutto ciò che è reale nell’altro e passa inosservato. Con S. ho commesso degli errori di forma che a distanza di tempo mi hanno fatto comprendere alcune leggi. Il mio sbaglio più grande è stato quello di specificare ogni cosa, di anticiparla e di prevederne i possibili sviluppi, come se avessi voluto rompere una tradizione e dei riti in nome della ragione, ma in questo caso è stata la paura a guidare il mio raziocinio: paradossale, direi. È troppo facile gettarsi in quel vuoto, al quale  tante parole ho tributato, con la certezza che il paracadute si apra. Ho rotto la magia che permea i silenzi e che ne precede la rottura, per questo il rito non s’è concluso e l’incanto è svanito prima ancora che potesse mostrarsi in pieno. Posso fingere lungimiranza e introspezione dal momento che effettivamente me ne avvalgo in termini solipsistici, ma è nella subordinazione alla paura che si trova la prova stessa di quanto queste pratiche utili e nobili diventino fandonie nelle questioni di cuore.
Ad esempio, in questo scritto ricorro all’introspezione, ma sono in un ambito autoreferenziale e dunque non sono chiamato ad affrontare le istanze contro cui finora ho dimostrato debolezza. Inoltre ho sbagliato a ritenere che certi comportamenti fossero per forza meccanici: la difficoltà a mio avviso sta nel compiere determinate azioni con la consapevolezza di farlo, così da renderle autentiche, come se l’autore fosse in grado di vedere se stesso invece di agire a testa bassa.  Quando S. mi propose di venirmi a trovare io subito frapposi tra me e quell’allettante iniziativa una moltitudine di parole che di fatto negarono l’incontro, perciò disinnescai ogni possibile esito, fosse anche stato un fuoco fatuo o una semplice condivisione di spazio e tempo.
In termini più specifici devo scendere a patti con l’inconscio collettivo. Non posso imporre il mio modus operandi per agire in piena sicurezza, altrimenti la fine sarà sempre la medesima, come nella più classica delle coazioni a ripetere. Ci sono riti a cui non posso sottrarmi qualora voglia davvero attuare un passaggio da me ad un’altra persona, perciò tutto dipende dal sottoscritto e questa consapevolezza mi solleva dall’onere di cercare al di fuori di me l’errore di fondo: non è un vantaggio di poco conto e chissà, forse già di per sé vale una vita intera.

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23
Mag

Preludio ad una introspezione semovente

Pubblicato giovedì 23 Maggio 2013 alle 14:54 da Francesco

Si avvicina il giorno de Il Passatore, ma vivo questa attesa come il preludio di un cambiamento. Ieri ho corso gli ultimi ventuno chilometri della mia preparazione e stamattina mi sono svegliato bene dopo un’ottima dormita. Non c’è tensione in me. Mi sento leggero e determinato, perciò se dovessi fallire non avrei scuse a cui aggrapparmi. Le previsioni meteorologiche sono infauste e indicano pioggia da Firenze a Faenza per tutta la durata della manifestazione, ma in parte ne sono contento perché se dovessero risultare corrette l’ammanterebbero di ulteriore epicità.
Sfido me stesso perché non mi nascondo nei lambiccamenti sui massimi sistemi, bensì cerco di guadare oltre le tenebre dei miei recessi, laddove l’invito al suicidio non manca mai. È il pericolo dell’introspezione che corro, e per il quale corro. Non c’è “la società”, non c’è “la storia”, non c’è “la politica”, non c’è “la morale”, non c’è “la filosofia”: gli unici presenti sono il sottoscritto e i suoi limiti, senza possibilità di riparo o dissimulazione. Sono i passaggi intimisti di Yukio Mishima che mi corroborano il morale. Per me la corsa è l’humus perfetto in cui prendere il polso della situazione, anche a costo di non sentire più il mio; è il punto ideale (poiché privo di stabilità) nel quale il dinamismo dell’azione porta su di sé la gravità del pensiero e soltanto la mia volontà  sceglie se quella zavorra debba schiacciarmi o alleggerirmi. Io cerco un ritorno all’archetipo, ai primordi, quando ancora il linguaggio non aveva sviluppato quello strato di viltà che non di rado compone i filamenti del velo di Maya. Non è attraverso l’uso della parola o il consumo d’arte che io posso diventare ciò che sono, bensì solamente tramite l’azione. Questo appunto è superfluo ed è dettato dall’abitudine a scrivere, ma può aiutarmi ad aumentare la pressione della prova a cui sto per sottopormi. Avrò tempo e modo per riprendere il logos della situazione, però questo sarà sempre il subalterno di quanto ritengo ineffabile.

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29
Ago

Attrazioni: rettifiche

Pubblicato mercoledì 29 Agosto 2012 alle 14:56 da Francesco

Un po’ di tempo fa ho indicato una timida compaesana come possibile oggetto di attrazione, ma quando l’ho incrociata di nuovo ho avuto una sensazione sgradevole che l’ha fatta evaporare dalle mie elucubrazioni. Credo che di lei mi abbia disturbato il contrasto tra bellezza e mancanza di femminilità, oltre ad un’ostentazione innaturale delle sue forme in cui ho intravisto i segni di una forte insicurezza. Nel mio immaginario una vamp autentica non è la semplice somma di abiti succinti ed elaborato maquillage, ma consta anche e soprattutto di un’incantevole naturalezza. Non ho mai parlato con costei e di conseguenza potrei sbagliarmi, ma credo alle intuizioni e alle loro rettifiche. Nel mio cranio vagabondeggia ancora una puteolana nella quale ho ravvisato per lungo tempo un fascino che né l’astio né l’indifferenza hanno ancora estinto.
È normale che io incanali tutto il potenziale affettivo verso me stesso dato che per adesso non ho nessun altro in cui riversarlo e capisco che possa sembrare una rincorsa all’atarassia o una propensione all’isolamento, ma io mi limito ad aspettare un’occasione autentica e nel mentre mi prendo cura di me. D’altronde se non mi amassi come potrei amare qualcun altro? Certo, devo stare attento a non essere troppo autoreferenziale, però mi sembra di cavarmela su quell’esile filo che separa il proprio microcosmo da tutto il resto. Mi avvalgo dell’introspezione e dell’ironia per non prendermi eccessivamente sul serio e allo stesso tempo mantengo una linea che finora non mi ha mai deluso sebbene non mi abbia ancora dato modo di andare al di là di me stesso. Che il tempo si prenda se stesso.

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