6
feb

E ancor sciabolo tra nembifere circostanze

Inviato lunedì 6 febbraio 2012 alle 12:47 da Francesco

Adesso tengo la bestia per il collo e stringo sempre di più la mia presa. Le riflessioni degli ultimi giorni e una lunga dormita mi hanno giovato oltremodo. La lotta ha smesso di essere impari, ma è ancora lontano il momento di cantar vittoria. Non c’è nessuno che mi possa aiutare e nessuno ha modo d’intromettersi in questo caso, ma per fortuna non ho motivo di preoccuparmi di una ingerenza poiché non vanto una scuderia di alleati né un harem da cui qualcuno possa tentare di lanciarsi in mio soccorso: il risparmio di inutili martirii!
Sono questi travasi di veleno nella psiche che mi esaltano ogniqualvolta mi renda conto di come non possano essermi fatali, difatti è l’incertezza della loro efficacia che puntualmente m’espone ai colpi sotto la cintura. La perdita della madre, il cancro, la povertà, la catastrofe atomica, ogni sconfitta possibile e ogni tradimento, tutto ciò io contemplo negli inferi presso cui possiedo una seconda casa; altro poi si aggiunge, amorfo e subdolo, pronto a strapparmi della vita prima che sia la vita stessa a disfarsi di me. Posso accusare i colpi e cadere molto in basso, posso financo accasciarmi e sembrare spacciato, ma c’è sempre una forza interiore che mi consente d’eseguire un colpo di reni. Non è cambiato nulla nella mia esistenza da quando la componente maligna si è acuita, ma sono rientrato in possesso della freschezza necessaria per far sì che la mia lucidità non mi serva soltanto a rendermi conto della profondità delle ferite.
Non esistono mercenari che possano affrontare simili battaglie, non c’è delega d’affibbiare né la consueta divisione della mia specie in uomini e caporali: col cazzo che io sto solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole, ma in equilibrio sulla ghiandola pineale vergato da rinnovato vigore: ed è subito acume. Fanculo Quasimodo, sono gli echi di Spartaco che devono giungermi. Non mi piacciono i tatuaggi, non vanto le cicatrici delle persone che si reputano vissute, bensì io ricorro alla levigatezza di una pelle nuova a ogni muta: mi svesto con le vipere. Andiamo avanti.

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1
feb

Meglio vivo che morto

Inviato mercoledì 1 febbraio 2012 alle 07:49 da Francesco

La mia psiche fatica. Sono ancora pervaso dalle lacerazioni affettive e tento di arginarle con un immobilismo temporaneo del pensiero. Potrei ripararmi in questioni più grandi di quelle che mi riguardano direttamente, però un espediente del genere mi consentirebbe soltanto di ritardare l’ennesimo confronto con le mancanze in me cronicizzatesi.
Sono dilaniato da un’arma a doppio taglio. Ho la piena consapevolezza di miei pregi quanto dei miei limiti, ma non riesco a trovare uno sbocco per i primi e i secondi non sono abbastanza forti da smemorarmi. In altre parole è come se fossi continuamente sottoposto ad un’operazione a cuore aperto senza anestesia in quanto la mia lucidità non si fa mai da parte. Di natura e forse per vissuto ho una sensibilità accentuata, ma questa mi ucciderebbe se non avessi un certo controllo su me stesso. Non mi manca la volontà di fare il passo decisivo, tuttavia non trovo un terreno su cui compierlo e per questa ragione mi tengo in equilibrio su una gamba sola. Le lotte interiori di cui sono protagonista non hanno nulla d’originale, ma posso imprimere univocità sul modo d’affrontarle. Devo vincermi, nel senso attivo e passivo che può avere tale espressione. Non ho i postumi di una crisi adolescenziale né anticipo quella di mezz’età: solo lungimiranza.

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27
dic

Se non ci fossi

Inviato martedì 27 dicembre 2011 alle 20:43 da Francesco

L’immagine sottostante del caro Eisenhower mi ricorda come talvolta la libertà sia solamente un punto di vista. Chissà quanti s’aggrappano alle speranze quando non stringono le sbarre d’una cella o di un’ossessione. Mi domando poi se quelle stesse speranze cambino forma e contenuto qualora le mani si trovino ad intrecciarne altre. Io che non conosco la prigionia né l’affetto non posso rispondermi, però se avessi i titoli per farlo dovrei stare attento a non deformare le mie considerazioni in base all’eventuale vissuto.
Ogni tanto mi sento vecchio, ma non si tratta mai di una manifestazione depressiva ed è invece un’esperienza breve nella quale domina un senso di pace che non riesco a trattenere del tutto. Forse sono in grado d’immaginare almeno un po’ cosa possa provare chi è in procinto di morire, ma io in più ho il vantaggio di avere ancora tutta la vita davanti. L’esistenza per me non è un problema, manco un fastidio, ma semplice bizzarria. Se fossi più cinico del dovuto scriverei che il domani è un’invenzione dalla dubbia utilità.

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21
giu

Houston, una donna mi ha toccato

Inviato martedì 21 giugno 2011 alle 11:32 da Francesco

L’altro ieri ho incontrato per caso una giovane conoscente e l’ho salutata. Tra una parola e l’altra costei ha cominciato a passare una delle sue mani delicate sulla mia fronte, sulle mie guance, su uno degli avambracci e su uno dei bicipiti. Io ci ho messo un po’ a capire che stava scacciando le zanzare dalla mia pelle, però alla fine mi sono stranito ugualmente per quelle carezze apparenti. Costei è una donna bellissima che ha circa dieci anni più di me. Non penso affatto che ci sia stata malizia nei suoi gesti né tanto meno un secondo fine. Non è raro che avvenga qualcosa del genere tra le persone, però la mia sorpresa è stata grande perché non ero mai stato toccato in quella maniera da chicchessia. Ho provato qualcosa di strano, tuttavia non sono ancora riuscito a comprendere se sia giusto addebitare la sensazione al tocco delle mani o al fraintendimento che per svariati secondi ha aleggiato in me. Nel mio mondo interiore questo avvenimento ha avuto una portata epocale. Forse non lo posso paragonare allo sbarco dell’uomo sulla Luna, tuttavia non troverei inappropriato equipararlo al lancio dello Sputnik 1 o alla missione Mercury-Atlas 6 che portò in orbita il primo astronauta yankee. Diamine, se si equivalessero davvero le tempistiche dei programmi spaziali e quelle dei miei progressi con il gentil sesso, tutto ciò si tradurrebbe in un’attesa tra i sette e i dodici anni per il mio primo allunaggio! Servono pressioni sul Congresso per accelerare i tempi. “Houston, una donna mi ha toccato! Ripeto, una donna mi ha toccato!”.

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10
mag

Princìpi d’amore

Inviato martedì 10 maggio 2011 alle 16:41 da Francesco

Ultimamente dalle mie parole s’alzano verso la coscienza le mancanze affettive di cui io sono un portatore sano. Forse le spire della primavera, in cui paiono volteggiare le creazioni più sublimi, acuiscono in me una nostalgia che non posso definire tale perché antecede la separazione dalla quale solitamente si origina. Credo che ogni cosa buona si generi autonomamente e allo stesso tempo conceda agli esseri senzienti l’illusione di potersene ascrivere i meriti.
Ricorre in me la mancanza di una controparte e l’incompletezza che ne deriva. Talvolta mi sento come un invalido emotivo benché mi renda perfettamente conto di quanto io sia predisposto ad amare. Le incursioni dell’autocommiserazione vorrebbero minare la mia autostima, ma riescono soltanto a produrre frustrazioni di scarsa portata che puntualmente riciclo per produrre energia durante l’attività fisica. La tristezza non mi domina sebbene tenti in ogni modo d’impadronirsi di me, ma qualche volta credo che sia opportuno cedere  po’ di terreno alle forze antagoniste per poi metterle in fuga. Questa lotta interiore dimostra quanto io sia in salute sotto ogni aspetto. Se non provassi nulla o se mi fossi arenato in quella bieca idiozia che è il fatalismo, allora forse sfoggerei un’atarassia insincera. Il travaglio precede il parto e quest’ultimo attesta la creazione. Senza ingiuriare troppo la modestia, io mi sento come un tesoro da scoprire, immerso nel tempo corrente e nascosto dagli schemi consuetudinari delle relazioni interpersonali.
La mia inclinazione monogama desta spavento e agli occhi altrui produce congetture sbagliate. Non si tratta di una gara benché l’amore sia effettivamente una disciplina olimpica, ma ammetto di non conoscere persona alcuna che sia in grado di essere all’altezza d’un sentimento univoco. Concedersi a molti o a nessuno è cosa assai comune e semplice, perciò a qualsiasi livello, fisico o platonico, taluni e talune tengono i piedi in più scarpe, ma proiettare il tempo e le attenzioni verso un unico individuo senza ingenerare dipendenza reciproca è un atto miracoloso.
Non è una semplice unione dilatata nel tempo ad elevare l’animo umano, altrimenti basterebbe omologarsi ai falsi valori di qualche stupida religione per toccare il cielo con un dito, bensì è la consapevolezza e l’autenticità dei sentimenti reciproci a determinare una compiutezza duplice. Dall’istinto si può evadere soltanto con la ragione e secondo me è un percorso razionale quello che conduce all’amore sebbene io creda che quest’ultimo non rientri nel primo né nella seconda. La poesia e il romanticismo spicciolo alimentano i rapporti di dipendenza, nascondendone i tratti insinceri con parole quali “alchimia” e “magia”, ma io non conferisco all’amore soprannaturalità e per questo motivo lo elevo al livello dell’essere umano invece di confinarlo nella superstizione. La mancanza che provo è naturale così come lo è ciò che può dissolverla, di conseguenza tutto è nell’ordine delle cose e per me è un grande privilegio rendermene conto.
Chiunque venga sopraffatto dalla tristezza per l’assenza d’amore nella propria esistenza forse riduce a quest’ultima l’intera realtà, ma la natura e le regole che la sottendono non sono affatto il riflesso di un’esperienza soggettiva. Un tempo gli esseri umani si limitavano a riprodursi, ma poi alla necessità di figliare s’aggiunse quella di amare nel senso più profondo che da qualche secolo viene attribuito a questo verbo, erede di parole diverse e sito nell’etimologia quanto lo è l’amore nella filogenesi. Non mi si parli d’amore quando due solitudini annoiate si ritrovano a giocare con i loro sessi: quello è un passatempo istintuale che se venisse praticato in misura maggiore renderebbe questo pianeta meno frustrato e non è affatto paradossale che io scriva ciò. Quanto mi auguro non s’eredita né si compra, non si patteggia né si può pretendere, perciò è meglio che io aguzzi lo sguardo per ravvisarlo nel susseguirsi degli eventi.
Nessuna idealizzazione deve colonizzarmi e non devo tributare nulla ai pensieri perché questi non esistono a meno che non abbiano dei garanti nella realtà in grado di avvalorarne l’essenza. Nella realtà quotidiana quanto ho scritto finora non si tradurrebbe né si traduce affatto in un asservimento mutuo e sfuggirebbe (difatti sfugge) di certo ai toni ampollosi di questo appunto, perciò conterebbe (e solo può contare) sull’ironia, perno di ogni istanza che abbia la sua origine nelle regioni più nobili e autentiche della personalità. Io non devo identificarmi nell’altra né delegarle la mia sopravvivenza, bensì rassicurarla per andarci di pari passo.

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8
apr

Terapia notturna

Inviato venerdì 8 aprile 2011 alle 23:46 da Francesco

Fatico ancora ad addormentarmi e quando non mi alleno sono pervaso da una sensazione di stanchezza che non è imputabile agli sforzi fisici benché questi siano intensi e prolungati. Ogni tanto mi ricordo di avere quasi ventisette anni, però nel mio passato non c’è traccia d’amore che non sia quella materna e, con la complicità dell’insonnia, questa constatazione mi toglie sempre il fiato. Certe volte vorrei accelerare il tempo ed essere già anziano, almeno potrei stare in pace per gli ultimi anni della mia esistenza. Anche la sofferenza deve scomparire prima o poi perché neppure a lei è concessa l’eternità. Questi pensieri arrendevoli si presentano a me appena appoggio la nuca sul cuscino, però al risveglio scompaiono quasi tutti, come se venissero inceneriti dalla luce di ogni nuovo giorno. In passato la notte era il mio regno solitario, ora invece mi sento un clandestino tra le sue ore. Mi sembra di essere tornato adolescente dato che per calmare le mie ansie devo masturbarmi due volte al giorno.
Mi sto rendendo conto che presto o tardi dovrò scegliere se lasciare il mio cuore aperto o cospargerlo di cemento armato. Per tutti questi anni sono riuscito a stare da solo e allo stesso tempo sono stato pronto ad abbassare tutte le difese ogni volta che ne valesse la pena, ma sono sempre stato trafitto da delusioni potentissime. Se conservassi almeno un ricordo piacevole delle occasioni perse, se almeno avessi assaporato un po’ la complicità, fosse anche per un periodo brevissimo, allora oggi, forse, potrei resistere più a lungo. Sono giovane, ma non sono più un pischello e ormai fatico a tenere in equilibrio la solitudine assieme al desiderio d’amare: non ci sarà sempre posto per entrambi. Non provo rancore verso nessuno, ma non posso fare più di quanto le mie forze mi consentano. Se in passato fossi stato più superficiale e avessi cercato relazioni prettamente carnali forse la mia vita privata sarebbe stata più semplice, o almeno sarebbe esistita. Il sesso non mi incuriosisce perché immagino che senza amore sia soltanto una sega più articolata, ma suppongo che la mia inesperienza qualche volta abbia contribuito a precludermi certe occasioni. Forse anche la migliore delle donne vuole che altre l’abbiano preceduta, come a certificare la qualità del suo uomo. Sono certo che tutto passerà.

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6
apr

Kali Yuga

Inviato mercoledì 6 aprile 2011 alle 23:24 da Francesco

Ho commesso errori monumentali, come se avessi ancora bisogno di altre cattedrali nel deserto. Pago i miei sbagli senza buttarmi giù. Ultimamente faccio fatica ad addormentarmi, però non ho paura dei fantasmi che mi sfidano. Erano anni che non mi trovavo a combattere contro il dolore. Una parte di me vorrebbe abbattersi perché è più facile e consolante, ma non ci penso proprio a cadere. Conosco le astuzie dell’inconscio. Incasso i colpi che non riesco a schivare e mi sembra che qualcosa mi laceri dallo sterno fino all’ombelico, ma in questi casi ritraggo l’addome e me lo batto con colpi secchi per attenuare i picchi di frustrazione.
Se mi lasciassi andare allo sconforto per me sarebbe la fine e di certo non troverei mani tese ad aiutarmi. Non mi serve la comprensione, ma voglio meritarmi la possibilità di amare e per quanto sia difficile, la perderei irrimediabilmente se in primo luogo dimenticassi d’amare me stesso. Per quanto mia madre mi voglia bene, io non riesco a primeggiare neanche nel suo cuore e non la incolpo per questo, ma nel corso degli anni, di conseguenza, ho finito per credere che non sarei mai riuscito ad essere un punto di riferimento per una ragazza e anche a causa di questa convinzione sbagliata sono rimasto distante dall’altro sesso.
Mi sono concentrato troppo su me stesso, ma la mia unica alternativa era l’autodistruzione e se l’avessi scelta allora la croce invece di sfasciarla in terra me la sarei ritrovata due metri sopra il cranio. Avverto una sofferenza profonda che voglio sconfiggere benché per adesso riesca solo a conviverci. Qualcuno si anestetizza con il tabacco, con l’alcol, con la droga o con le parole degli amici, ma io non sono mai ricorso a nulla di tutto questo e oggi più di ieri voglio la lucidità al mio fianco per attraversare un periodo che si preannuncia lungo e denso di mestizia.
Pago sempre la mancanza di esperienza e dentro di me c’è molto d’inespresso che non riesce a trovare uno sbocco. Dopo anni di serenità solitaria forse era inevitabile che arrivassi a questo punto, ma ne sono contento perché mi sento vivo. Soltanto una malattia grave potrebbe avere qualche chance di annientarmi, perciò se un cancro volesse mettersi i guantoni… Adesso io non posso più vantare la brutta copia dell’atarassia, ma chissà, prima o poi potrei riappropriarmene.

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25
mar

Attestato di autostima

Inviato venerdì 25 marzo 2011 alle 01:16 da Francesco

Finalmente sono riuscito a liberarmi dai pensieri di colei che non era lei. È stato un aborto lungo e travagliato, ma alla fine è riuscito. Le cose buone accadono da sole anche quando sembra che i diretti interessati si sforzino molto per farle succedere, ma in questa occasione non v’erano manco le premesse. Probabilmente passerà qualche anno prima che il caso mi offra un’altra possibilità per conoscere qualcuno affine a me, però non me ne preoccupo affatto e sorrido con arroganza all’avvenire che vorrebbe farmi genuflettere ai piedi di un passato appena creato. Ormai sono vaccinato contro le delusioni, ma questo non mi rende freddo né distaccato, infatti sono sempre pronto ad abbassare tutte le difese e ad abbandonare le comodità della mia splendida solitudine per votarmi verso ciò che non ha pari in questo mondo e che forse non ne ha neppure altrove. A giugno compirò ventisette anni e, per amor del vero, benché ancora giovane, non posso negare che si stia chiudendo la mia finestra temporale per avere una relazione sentimentale. Già da tempo ho messo in conto quanto ora comincio a  scorgere all’orizzonte ed è proprio per questo motivo che non ne sono intimorito. Quando il dubbio si farà certezza il contraccolpo sarà forte, però saprò superarlo perché non c’è nulla dentro di me che possa annientarmi emotivamente. Io sono nato per vivere. Per spirito di solidarietà vorrei infondere la stessa forza in quelle persone che purtroppo si lasciano schiacciare da esiti o prospettive simili. Le croci non mi donano, perciò le spezzo e ciò che ne resta lo lancio verso il futuro per ricordare a quest’ultimo che volente o nolente dovrà prepararsi al mio arrivo. Io cado in piedi, ma per darmi uno slancio ancora maggiore verso l’alto. In circostanze come queste il mio amor proprio esonda e mi fa sentire ancor più vivo di quanto già io mi senta solitamente. Non ho sensi di colpa, non ho rimpianti né altre zavorre e potrei finire negli abissi soltanto se il mondo si capovolgesse. Sono contento di scrivere queste frasi, ma sono ancor più felice di custodire ciò da cui scaturiscono e voglio che per un po’ campeggino tra questi appunti scevri di polvere. Non voglio essere il riflesso di un mondo violento né di una falsa personalità che ceda e si accasci su se stessa, bensì voglio mantenere i legami con la mia infanzia e la serenità da cui non c’è modo che io mi separi. Mi piace l’autenticità e disprezzo quanto le sia ostile. S’intristisca chiunque lo voglia, ma io voglio e provo ben altro.

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21
ott

Quandunque il Sé si trasmetta in differita

Inviato giovedì 21 ottobre 2010 alle 00:14 da Francesco

Anni fa mi denigravo giustamente. Se non avessi insultato me stesso non sarei mai riuscito a svegliarmi dall’apatia. Non ho mai trovato un maestro né qualcosa che potesse guidarmi, sennò avrei risparmiato un po’ di tempo. Ho sempre ricevuto esempi negativi che fortunatamente sono stati ottenebrati dalla mia lungimiranza. Anche quando ero sfiduciato e versavo nella mestizia in me sopiva la forza interiore che ancor oggi mi permette di camminare a mezzo metro di altezza. Potrei essere invulnerabile emotivamente, ma se assecondassi questa tentazione arrogante e arida dimostrerei soltanto una forma di debolezza meno palese, invece sono ancora disposto ad abbassare ogni difesa qualora delle circostanze eccezionali lo richiedano e proprio in questa capacità venata di consapevolezza io intravedo la parte migliore di me: non sono affatto freddo.
Il mio approccio ai sentimenti non è passionale né razionale, ma è dettato dall’unione di Psiche ed Eros alla luce del sole e non tramite incontri al buio come nell’opera di Apuelio o nelle usanze pulsionali delle decadi più recenti.
Il tempo non mi inganna più benché io qualche volta riesca a buggerare lui. Sono giovane, però comincio a rischiare di non vivere alcun trasporto emotivo e non mi faccio fregare da un timore che dovrebbe sorgere in me: fanculo, io lascio che divori le energie di qualcun altro. Il futuro è in divenire per definizione e così come non lo metto nelle mani di una cartomante, non lo depongo neanche sulle paure millantatrici che tra l’altro non trovano spazio nella mia lettura della realtà. Nei paraggi della mia persona, dalle anime in pena si levano cassandre esagerate e previsioni cupe, pare inoltre che per costoro ogni passo avanti debba essere seguito da un salto indietro. Mi disgusta questo leitmotiv depressivo e tendo a non dare fiducia a chiunque non l’abbia in sé. Spesso avverto grandi reticenze, sovente più assordanti delle verità che nascondono. L’onestà nei confronti altrui è auspicabile per vivere bene, però credo che quella verso sé stessi diventi addirittura imprescindibile per sventare certi disastri. Proroghe continue, rinvii ingiustificati e vari ricorsi a impegni abituali possono ritardare molto l’incontro di un individuo con i limiti a cui prima o poi dovrà dare udienza. Un tumore che viene lasciato ingrandire, un nemico a cui si concede il tempo di rinforzarsi: a terribili infermità porta la ferma decisione di lasciare altrettanto ferme le questioni insolute a livello interiore. Non critico la società poiché è troppo eterogenea per prestare il fianco a dei giudizi attendibili, però cerco di comprenderne una parte per non farmi contagiare dalla cecità volontaria. Lo ripeto per l’ennesima volta: io non pretendo di cambiare il mondo, d’altronde sarebbe un moto infantile di romanticismo, ma compio gli sforzi intellettuali e fisici per evitare che accada l’esatto contrario. Insomma, i conflitti intestini hanno ripercussioni sull’esterno e prima di puntare il dito contro gli altri forse un individuo dovrebbe domandarsi se non sia stato lui per primo a commettere l’errore di avvicinarsi a persone incompatibili. Talvolta l’incompatibilità è del tutto artificiale e viene evocata per negare qualsiasi valenza ad un’affinità che oltre alla gioia porterebbe anche la necessità di un confronto personale in uno dei soggetti interessati. Credo che nei veri inetti la felicità sia subordinata alla sopravvivenza di determinate istanze psichiche malgrado la parvenza di normalità e d’integrazione sociale che può risultare da un’attività febbrile in più campi o dalla semplice ripetizione di una routine cristallizzata.
Nei mezzi d’informazione forse la questione dei suicidi non viene affrontata spesso per evitare un aumento del tasso di mortalità, ma non sono rari i casi in cui una mancanza di insight porta alla morte come se si trattasse di una carenza organica. Forse una morte vivente insorge anche in coloro che si adattano alla tristezza e dunque l’adattamento a livello personale non rientra nei principi della selezione naturale perché quest’ultima, secondo me e limitatamente al campo emotivo, si spinge al di là di quanto è stato teorizzato per la sopravvivenza. Non compatisco chi decide di togliersi la vita sebbene per questa regola io preveda doverose eccezioni, contenute nel numero e mai nelle circostanze. Il suicidio fisico e quello emozionale per me rappresentano le lezioni più convincenti della natura per quanto riguarda la salvaguardia di sé stessi.

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17
ott

Contatto

Inviato domenica 17 ottobre 2010 alle 02:37 da Francesco

Suppongo che in una relazione amorosa la sessualità svolga una funzione capitale. Trovo banali e poveri i rapporti che offrano soltanto la carnalità o un appagamento platonico, insomma tutti quei legami incompleti che ancor oggi evito e derido, tuttavia mi domando se io sia all’altezza di sostenere un rapporto che racchiuda in sé un equilibrio perfetto tra istinto e intelletto.
Ormai credo che io abbia conseguito una certa esperienza sotto l’aspetto platonico, però sono completamente impreparato al contatto fisico. Una sciagurata che decidesse d’imbarcarsi in una relazione con me dovrebbe pazientare un po’ per raggiungere l’orgasmo. Probabilmente i primi tempi mostrerei la mia goffaggine e non sarei in grado di fottere come si conviene: ah, diamine! Immagino che una donna percepisca l’abilità del partner a toccarla e penso invece che un uomo difficilmente si renda conto di come i propri gesti impattino sulla cute femminile, tuttavia non mi preoccuperebbe la mancanza di tatto che potrei mostrare all’inizio e dunque neanche l’ansia da prestazione riuscirebbe a farsi spazio in me.
Dalla mia prima sega ne è passato di sperma sotto i ponti, tuttavia non credo che la pornografia mi abbia insegnato granché sul sesso: tanti calli e poche nozioni. Forse soltanto l’esperienza può insegnare le dinamiche dell’amplesso a chiunque sia disposto ad apprenderle senza curarsi subito del proprio appagamento. La sessualità è una dimensione piuttosto lontana da me e con una licenza poetica la definirei in perenne afelio dalla mia realtà, ma ne immagino il potenziale e credo che quest’ultimo sia sconosciuto anche a coloro i quali, pur sessualmente attivi, abbiano soltanto dei rapporti meccanici, improntanti a degli automatismi atavici. Io uso la masturbazione come valvola di sfogo per le pulsioni sessuali e nella mia vita la sua incidenza è tutt’altro che compulsiva, tuttavia non credo che quest’ultima possa svolgere un’altra funzione oltre a quella regolatrice per cui io la osanno.
Io vivo bene nonostante la mancanza d’amore perché ho la consapevolezza dalla mia parte e conosco, da spettatore estraneo ai fatti, quali danni inenarrabili possa subire una vita qualora forzi se stessa per obbedire alle debolezze. La pazienza è la virtù dei forti e talvolta non porta a nulla, ma io la ritengo preferibile a tutta la gamma di disastri annunciati che ormai tracima dai libri d’ogni epoca e dai volti di molta gente.

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