19
Ott

Un incipit e poco più

Pubblicato lunedì 19 Ottobre 2020 alle 17:30 da Francesco

Quello seguente è il testo iniziale d’un romanzo che non ho mai portato avanti e al quale ho deciso di negare ogni possibile sviluppo, perciò mi sono convinto a riversarlo su queste pagine virtuali.

Anche le fronde degli alberi erano esposte a mezz’asta e in quella giornata invernale di grandi sconvolgimenti non sembrava che fosse la tramontana a piegarle, bensì il loro avvilimento dava l’idea di una spontanea e arborea compassione. Il pronto soccorso era gremito di malati immaginari e di pazienti gravi, però infermieri e medici riservavano a entrambi il distacco di chi ormai si era assuefatto alle sventure altrui. Da un ginepraio di priorità policromatiche e confuse emerse improvvisamente un ambasciatore in camice bianco: costui non proferì parola poiché aveva imparato a rinunciarci come in un voto di silenzio e, nondimeno, con un lieve cenno del capo, fece intendere ai diretti interessati l’ineluttabilità della situazione, la perdita d’ogni speranza, la resa della medicina.
Guardai con la coda dell’occhio chi avevo accompagnato in quel luogo dove ogni dì si smistavano decessi e remissioni. Mi aspettai che all’improvviso il rumore di fondo fosse divelto da urla strazianti e da una scena madre di cui anche l’empatia più parca avrebbe dovuto dare conto, ma evidentemente il sipario era già calato su tutte le reazioni percepibili dall’esterno: il crollo del mondo finì per riguardare solamente quanti fossero tenuti a prendervi parte nelle rispettive coscienze. Alfredo e Monica si strinsero in un dolore di cui ignorai del tutto l’entità in quanto non ero un genitore e, soprattutto, non volevo diventarlo.
Non ci scambiammo manco una frase e a malapena i nostri sguardi s’incrociarono, tuttavia ci intendemmo sul daffarsi e quindi ci avviammo all’uscita, noi che ancora ne eravamo capaci sulle nostre gambe. Salimmo in macchina e mi misi al volante. Non appena inserii la chiave l’autoradio emise un successo di qualche decade prima, ma ebbi un attimo di esitazione a spegnerla poiché la melodia non mi dispiaceva affatto e avvertivo l’inopportuna voglia d’una certa leggerezza. Scrutavo la strada per non incombere in un’occhiata di troppo con i due e ascoltavo il silenzio imperfetto dell’utilitaria. Sorse in me una riflessione trascurabile appena scorsi alla mia sinistra delle persone allegre che socializzavano sotto il gazebo di un bar, al riparo dalla pioggia e probabilmente da altri aspetti ancor più precipitanti di quella loro quotidianità. Mi venne da pensare all’incommensurabile differenza che in quel preciso momento sussisteva tra il microcosmo là assiso e il dramma di cui mi ero ritrovato traghettatore e testimone, ovvero alla differenza di situazioni così opposte e prossime. Per l’ennesima volta fui investito da una conclusione che mi trascinò via con la portata di un’alluvione ciclica in una zona della mia mente a rischio idrogeologico, con straripamenti di liquido rachidiano, frane esistenzialistiche e lampi di gnosi. Quel giorno io ero del tutto equidistante dal dolore di chi mi stava vicino e dalla gioia di quanti invece avevo còlto a breve distanza con lo sguardo mio, però in altri periodi, allora già sfociati nel delta d’un passato più remoto rispetto a quello della presente narrazione, anch’io a mio modo e con gradazioni diverse ero stato un interprete di quegli stati emotivi. Possibile mai che l’esistenza si risolvesse in una successione di umori e sentimenti, ognuno dei quali avanzava senza ritegno né posa il primato della sua caduca reggenza? E quale cattivo gusto persuadeva taluni a industriarsi in opere d’ingegno per celebrare quelle polarizzazioni, a loro volta incensate da quanti sapevano rispecchiarsi in tutta quella pece?
Mi atterriva l’idea di come io stesso in una certa misura fossi ancora in balìa delle fluttuazioni emozionali e al contempo mi consolava il grado di affrancamento al quale ero assurto in quell’àmbito, però ne ravvisavo il suo segno più evidente e gravoso proprio in quest’ultimo rilievo che così ripartivo. Non potevo liquidare i moti più profondi dei recessi altrui con un’aspirazione stoica e anacoretica, anche perché non ne sarei stato capace con i miei, però ne ero oltremodo tentato. Dopo un po’, assorto com’ero in ragionamenti di tale risma e ramingo lungo tortuosità mentali assai diverse dal rettilineo asfaltato sul quale stavo avanzando meccanicamente, mi resi conto che avevo superato la prima uscita utile per giungere a casa dei miei passeggeri; con maggiore prontezza invece mi accorsi di come costoro non mi avessero detto nulla in merito sebbene avessero notato sùbito lo sbaglio.
L’uscita successiva non distava molto e il tragitto si sarebbe allungato di poco se Alfredo non avesse cambiato i piani col mesto placet della moglie: ne assecondai le richieste perché rispettavo il suo lutto e non avevo niente di meglio da fare. «Non ci va di tornare a casa, è troppo presto, fa ancora troppo male. Andiamo a mangiare qualcosa, non importa dove, fai tu» disse l’ormai ex pater familias dopo che ebbe poggiato la sua mano sulla mia spalla per richiamare l’attenzione, anch’essa di mia proprietà.
Sentii il peso di cotanta libertà e fui incerto su quale luogo scegliere per desinare, difatti da quella decisione sarebbero poi dipese le successive cacate. Non tenni affatto conto delle preferenze di terzi benché le conoscessi e optai per una pizzeria poiché quel giorno non volevo avere a che fare con altri cadaveri. Da un po’ di tempo non riuscivo più a consumare carne né pesce e mi pentivo profondamente per averlo fatto in passato, tuttavia non infastidivo il mio prossimo con le scelte etiche a cui mi ero risolto e cercavo per me un gusto superiore, qualcosa che rendesse naturali le piccole rinunce. Invero la mia preferenza non fu dettata soltanto da codeste inezie di carattere personale e dalla prospettiva di assumere grandi quantità di carboidrati, bensì pensai sul serio che una margherita o una quattro formaggi potessero aiutare qualcuno a superare la morte d’un figlio e, cotale idea, mi costrinse ad allungare la lista dei caduti, difatti già dalle prime e sconvenienti avvisaglie fui costretto a soffocare una risata fragorosa che, celere, mi era cresciuta dentro in piena autonomia.
Guardai il mondo attraverso il parabrezza per altri dieci chilometri e alla fine raggiunsi il centro desolato di un comune limitrofo. Quasi tutte le sparute anime che v’erano nei paraggi vestivano corpi avvizziti e crani canuti, ma era solamente una questione di tempo prima che i prodromi della bella stagione sottoponessero quell’isolamento e quella senescenza al salvifico vassallaggio dell’impero turistico.
Non fui costretto a lottare contro forze superiori per trovare un parcheggio e me ne rallegrai, ma ancora una volta fui attento a non lasciare che quella piccola frivolezza mi contaminasse il volto e si traducesse in un’espressione equivoca. Nel paese fantasma Alfredo e Monica sapevano confondersi meglio di me con gli evanescenti autoctoni, difatti negli ultimi mesi erano diventati le ombre di loro stessi; io invece mi sentivo come l’Alighieri nel suo viaggio agli inferi ancorché la mia catabasi assomigliasse di più a una gita fuori porta. M’incamminai lentamente verso il corso cittadino e appena vi misi piede fui rapito dai secoli che promanava, come se in qualche vita precedente avessi già respirato quell’aria antica. Non era la prima volta che in quel luogo o altrove qualcosa mi proiettasse verso un passato lontano, in erranza tra ricordi dalle nulle certezze e dal largo anticipo sulla mia nascita. Rallentai il passo e serrai gli occhi per consentire alla fantasia di riempire a piacimento i vuoti di memoria, autentici o apocrifi che fossero: non pretendevo verità né consolazioni. Mi fermai dopo pochi metri dall’inizio delle presunte reminiscenze e alle mie spalle percepii l’assenza della coppia in lutto. Alzai lo sguardo al cielo come per trovare una conferma a quella mia sensazione, tuttavia non ottenni aiuto dalla regia, qualunque essa fosse, così mi voltai per avere la certezza di quella mancanza.
La mia vista si perse oltre l’arco a tutto sesto che aggettava su un fosco orizzonte, ma non vi era traccia alcuna di terzi e forse costoro se le erano portate dietro in un repentino oblio.
Ripercorsi la brevissima andata, alla stregua di chi avverta l’imminenza della morte e rovisti tra i propri ricordi per trovarvi qualcosa da farle indossare a mo’ di senso apparente. Entrambi genuflessi, si consolavano a vicenda in un reciproco abbraccio e da tergo ne osservavo le schiene curve mentre udivo il di lei pianto: così pativano marito e moglie.
I due erano stati colpiti dalla vista di una targa che campeggiava all’ingresso del paese: le incisioni su quel marmo ingiallito commemoravano un ragazzo del posto, vittima di un incidente sul lavoro, ed erano state scritte nella lingua del lutto, la stessa in cui le avevano appena lette i tristi coniugi. Inavvertita e superflua, dalla mia comparsa trassi la prospettiva migliore per contemplare il grande struggimento della posa plastica nella quale ero incorso, una scena quasi scultorea che mi ricordò una pietà rinascimentale ed effettivamente i miei occhi vi si attardarono con quella chiave di lettura.

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10
Ott

L’ottimismo della catastrofe

Pubblicato sabato 10 Ottobre 2020 alle 00:41 da Francesco

Nei paraggi intravedo soltanto ragioni di conflitto che mi sforzo di non raccogliere dai rami marcescenti di un albero già morto. Non è facile coltivare buone energie in un contesto simile, ma io provo a fare del mio meglio e mi tutelo con un isolamento proficuo. Non conosco maestri vivi da ascoltare né sussistono premesse affinché io possa stringere alleanze di qualunque tipo: la traversata procede in solitaria e così ho tutto lo spazio per stare comodo nel mio tempo.
Un insolito ottimismo e una piacevole leggerezza aleggiano attorno a me, come se formassero uno strato di ozono contro le radiazioni altrui, ma al contempo il loro grado aumenta mentre il mio pensiero si distanzia sempre di più da certe pastoie e tutto ciò mi fa sentire in solipsistica espansione. Questo processo non avviene per mia diretta emanazione, bensì è l’effetto di molteplici cause su cui non ho pieno controllo e di cui apprezzo l’autonomia. Non ci sono punti fissi, però non sussiste neanche più la vaga esigenza di trovarne e per quanto mi riguarda può crollare la montagna con tutti i suoi possibili appigli. Sono attrezzato per ogni evenienza, foss’anche l’ultima. Si salvi chi può, ma soprattutto chi proprio non può. Se qualcuno capitasse su codeste parole dovrebbe portarsi a casa il mio migliore augurio per ciò a cui tiene tanto.
Io sono servito, come dicono i giocatori d’azzardo che hanno una buona mano, ma non abito in un castello di carte né passo il tempo a realizzarne e comunque mi alzo dal tavolo perché non voglio essere della partita. Non ho mai nutrito grande interesse per le zappe e non ho mai provato invidia verso chi si diletta a darsele sui piedi.

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1
Ott

La ricerca di senso non è pervenuta

Pubblicato giovedì 1 Ottobre 2020 alle 00:30 da Francesco

Traggo ispirazione dai rapidi pensieri che si avvicendano nei miei sobborghi corticali e così sopravanzo la stanchezza serale. Mi rallegra l’atmosfera da disastro imminente che aleggia in ogni dove e la respiro come se non mi riguardasse affatto. La fine è inevitabile, altrimenti se così non fosse qualunque inizio subirebbe un vulnus cronologico. Non ho bisogno di piegarmi alle regole del tempo più di quanto sia già previsto dal grado di realtà nel quale soggiorno attualmente, perciò evito di appesantirmi troppo prima di prendere sonno per sempre.
Le incertezze del domani sono le figlie viziate del presente ed è per questa ragione che io caldeggio la sterilità a tutto tondo. Una soluzione può esistere soltanto a fronte di un problema, perciò chi voglia la prima è costretto a porsi il secondo e non di rado tale processo scaturisce dalla noia piuttosto che da cause di forza maggiore. Talora mi pare che certuni vivano il tempo come un’emorragia da tamponare con qualunque mezzo, foss’anche dannoso od ostativo. Sono così disabituato al possesso di alcune illusioni che non ne rammento i meccanismi, quindi mostro sempre un po’ di stupore al cospetto della loro puntuale efficacia. Se avessi un consiglio da dispensare forse lo terrei per me poiché mi mancherebbe comunque l’indirizzo a cui spedirlo. Posso dialogare con me stesso, in un monologo di proporzioni soggettive, a mio uso e consumo, nel nome del mio nome e di quanto può essere ascritto all’identità che mi sono costruito su convinzioni biodegradabili. Non mi manca nulla di quanto non ho mai avuto e mi chiedo se la cosa sia reciproca, ma l’ordinaria equidistanza tra le entità in oggetto assume un velo di silenzio come supplente d’una risposta incompleta. Non ho idea di quale sia l’entrata del mio mondo, invero non so neanche se io abbia lasciato il portone o l’occipite aperti, ma qualora qualcuno volesse entrare può bussare a se stesso per sentire gli echi dei propri vuoti e così desistere dall’idea di improvvide spedizioni. Non mi assumo le responsabilità degli altri, ognuno stipuli i suoi contratti con le rispettive dipendenze: io, per mia fortuna, non ne ho né ne voglio. Qual è il senso di tutto questo e di tutto quello che questo non è? Se di tale domanda m’importasse davvero qualcosa allora me la porrei di proposito per non trovarle risposta, ammesso poi che ve ne sia una sul mercato.

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30
Set

Giro del lago di Chiusi 2020

Pubblicato mercoledì 30 Settembre 2020 alle 23:12 da Francesco

A me questo mese ricorda sempre i fedayin di Settembre Nero, ma le mode cambiano e le organizzazioni terroristiche si avvicendano sulla cresta dell’onda o sulla mezzaluna. Sto convivendo con un po’ di sciatalgia, ma almeno non rischio una condanna per uxoricidio a differenza di quanti scelgano con troppa fretta il ruolo di family man. In ventinove giorni ho corso 433 chilometri a una media di 4’20” con un dislivello totale di appena 1200 metri. Da luglio mi sono lasciato alle spalle 1488 chilometri, perciò qualche fastidio rientra nell’ordine delle cose come i danni collaterali in guerra e le vincite nella ludopatia. Domenica, dopo sette mesi, sono tornato a gareggiare in occasione del giro del lago di Chiusi, un percorso in parte sterrato e in parte asfaltato con salite impegnative, inoltre quest’anno ai suoi canonici diciotto chilometri si sono aggiunti quattrocento metri per una deviazione obbligatoria. Ho fatto il mio passo, non ho seguito nessuno, mi sono gestito bene e sul finale ho ripreso vari atleti.
Il quindicesimo chilometro in discesa sono riuscito a correrlo addirittura in 3’14” e quando sono tornato in pianura ho compiuto altri sorpassi. Stavo bene e ho vinto anche uno scatto finale sul rettilineo del traguardo. La media è stata di 3’43” al chilometro (benché Icron riporti 3’48” poiché lo calcola su 18 chilometri). Per me questo significa che su una mezza maratona piatta devo provare a tenere un’andatura di almeno 3’39” al chilometro, tuttavia mi faciliterei le cose se cominciassi a stringere amicizia con il signor Tapering: chissà, prima o poi.

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19
Set

A ridosso della mezzanotte

Pubblicato sabato 19 Settembre 2020 alle 23:46 da Francesco

Mi rallegra la fermezza con cui il moto unidirezionale del tempo sa restringere le possibilità individuali: si tratta di un’ottima dieta esistenziale per il girovita. Quando avevo qualche anno di meno mi dovevo trascinare dietro molte aspettative in più, ma a un certo punto ho cominciato a smarrirle e non ne ho mai denunciato la scomparsa. Non ho idea di cosa sia davvero la libertà perché ancor oggi associo a questa parola un concetto sfuggente, forse addirittura latitante, però ho sempre avuto la netta impressione che il suo ostinato inseguimento conduca al suo esatto contrario: per quest’ultima suggestione ringrazio il mio sponsor, ovvero la vita degli altri.
È l’ultimo sabato estivo quello da cui trasmetto in differita, tuttavia non mi trovo sulla lunghezza d’onda di terzi né conosco prime donne e secondo me anche i secondi contano poco: per De Coubertin l’importante è partecipare e io dissento anche su questo; insomma, non me ne va bene una, come le guerre mondiali alla Germania o le cure ordinarie ai malati terminali. Qual è il mio ruolo, esattamente? Non ho tutta questa fretta di entrare in campo, anzi, vorrei prima scaldarmi un po’ con un’ecpirosi. Purtroppo sono smemorato e della vita precedente non ricordo né quale luogo né quale data io abbia concordato con la mia anima gemella per l’appuntamento in quest’incarnazione, ma spero di rimediare in capo a qualche secolo con una scatola di dolciumi: zuccheri e grassi saturi sono ambasciatori e pacieri ideali in molte occasioni. Ci sarà tempo e modo, almeno finché ci sarà tempo e modo.
Nell’universo e nei suoi immediati dintorni ci sono tanti posti da scoprire, ma conto di restare ancora un po’ sulla Terra per scrivere meglio la recensione che le lascerò quando lascerò il corpo. Forse dovrei volare basso, ma se potessi farlo davvero andrei persino oltre e mi recherei in apnea sul fondo della fossa delle Marianne per una foto di gruppo con gli abissi. Ho una vita interiore così ricca che non m’interessa cosa passa per la testa agli altri, preferisco le mie prime visioni, quindi non proverei mai a spiare quella di un suicida che fosse così incauto da lasciare una tempia aperta.

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13
Set

Scampoli di crepuscoli

Pubblicato domenica 13 Settembre 2020 alle 11:33 da Francesco

Mi aggiro tra i fantasmi e le rovine nascenti di un’epoca decadente, ne contemplo i disaccordi e le contraddizioni mentre il cielo perde pezzi d’intonaco. Il tempo precipita rovinosamente all’indietro e le lancette dei suoi estimatori ne indicano le gravi ferite. Tra i nembi gli angeli sono in crisi d’astinenza per la mancanza di salvezza e piangono lacrime acide mentre perdono le piume dalle ali consunte. Tutt’attorno ogni cosa brilla di luce propria, l’ultima, e lo Spirito Santo soffia sulla candele delle chiese per spegnere anch’esse: la nuova tendenza è la tinta unita, visione corvina, total black in ossequio al black out definitivo.
I culti salvifici terminano i saldi sulle giacenze dei magazzini e si preparano ad abbassare le saracinesche: i mercanti del Tempio se la passano male e gli usurai s’indebitano con le proprie certezze. Il prezzo delle anime è in caduta libera, ultimo atto d’arbitrio, come lo fu l’avvento di Lucifero poiché a breve anche il Diavolo non saprà più cosa farne né come liquidare quelle ancora in suo possesso, perciò mentre tutto si esaurisce in sé non resta che iniziare il conto alla rovescia degli eoni. Il silenzio si prepara ad accamparsi per una notte che non passerà mai. L’addio a ogni forma di addio, la perfezione del nulla, la cancellazione ultima e pristina di ciò che fu come se non fosse mai stato. Nessuna preoccupazione può più destarsi dal sonno della ragione, ma d’altro canto nell’oscurità le macchie di vita non risalterebbero neanche se davvero ne sporcassero l’omogeneo dominio. La disgregazione diventa obsoleta e subisce anch’essa la sorte di cui è dispensatrice, difatti le viene a mancare quella terra sotto i piedi sulla quale basa la propria epifania.

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6
Set

Velocità, resistenza, entusiasmo

Pubblicato domenica 6 Settembre 2020 alle 06:30 da Francesco

Il turno dell’estate si approssima alla conclusione e io la sto salutando con gli ultimi bagni nelle acque cristalline della mia zona, ma certi anni, con il permesso delle condizioni atmosferiche, prolungo il refrigerio salmastro fino a novembre.
A parte i congedi stagionali v’è altro di cui intendo scrivere. Mi sto allenando con regolarità dal primo di giugno e sto raccogliendo i frutti della mia costanza. A luglio ho corso 448 chilometri, ad agosto 607 e proprio in quest’ultimo mese ho battuto il mio record personale di uscite consecutive: sono arrivato a farne ventisette. Mi serve ancora un po’ di tempo per riprendere e persino migliorare la velocità di punta, ma sono nella direzione giusta, qualunque essa sia. Guardo con ottimismo alle mie statistiche in ragione di un test che ho svolto da solo un paio di giorni fa, ovvero 18,5 chilometri a una media di 3’50” al chilometro, con seimila metri di strada bianca dovuti al passaggio in pineta.
Mi piace allenarmi e non mi pesa l’assenza della competizione, ma a tempo debito cercherò di capitalizzare in gara i piacevoli sforzi a cui mi sottopongo per i fatti miei. Non ho ancora espresso il mio massimo e conto di farlo negli anni venturi.

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2
Set

Mala tempora currunt sed peiora parantur

Pubblicato mercoledì 2 Settembre 2020 alle 17:24 da Francesco

Di recente mi sono trovato a parlare vis-à-vis con una “giornalista” straniera, ma il risultato non è stato dei più edificanti. Minchia, se costei può fregiarsi di quel titolo io mi sento in grado di assumere la direzione di Le Monde.
È una di quelle subdole creature che dietro le già deprecabili apparenze del mondialismo perora la rivalsa della sua etnia. Il razzismo non è prerogativa dei bianchi, ma è “patrimonio” comune degli esseri umani e la crudele prova di ciò si trova nelle reciproche intolleranze che si possono trovare alle latitudini più disparate, nella storia delle civiltà e in quei conflitti ancora vivi che spesso non interessano molto l’Occidente.
Le ho fatto presente come il multiculturalismo stia fallendo ovunque e vi sia un antisemitismo di ritorno d’impronta islamica, specialmente in Francia, cloaca europea da cui alcuni ebrei transalpini se ne sono andati per trasferirsi in Israele su invito dello stesso governo di Netanyahu, ma a suo parere si tratta dell’effetto di paure infondate. Eh già, davvero inspiegabili alla luce degli attentati dell’ultimo lustro.
Poi le ho ricordato come nella civilissima Svezia i flussi migratori abbiano creato delle zone dove de facto vige la Shar’iah e nelle quali gli autoctoni sono stati abbandonati dal loro governo, con un incremento dell’insicurezza e un picco delle violenze sessuali.
L’ho invitata a controllare le statistiche della criminalità di Londra e ciò che viene fatto ai bianchi in Sudafrica, ove non di rado alcuni buontemponi s’introducono nottetempo nelle fattorie isolate per dare sfogo ai loro istinti più bestiali, ma la frequenza e l’efferatezza di quei casi non attecchisce sulla stampa quanto la morte di qualche criminale a cui viene data la patente di martire in virtù della sua melanina.
Poiché anche lei è stata in Giappone le ho chiesto se il Sol Levante potrebbe conservare il suo grado di sicurezza qualora accettasse grandi flussi migratori e le ho fatto l’esempio di Tokyo, una megalopoli in cui si può girare a qualsiasi ora del giorno e della notte senza temere alcunché.
Alla domanda retorica di cui sopra ne ho fatta seguire un’altra: “Come mai nazioni come la Polonia e l’Ungheria non vogliono arricchirsi culturalmente per mezzo di cotali meraviglie? Sai che non me lo spiego?”.
Le ho esposto le ovvie ragioni per cui la classe media statunitense ha votato per Trump e le ho suggerito quantomeno di dubitare che quel pacifico movimento chiamato BLM (burn, loot and murder) rappresenti l’intera comunità afroamericana; inoltre le ho fatto presente come una delle fondatrici di quella sigla (tale Yusra Khogali) sia altrettanto razzista quanto coloro contro cui dice di combattere poiché ebbe a definire così i bianchi: “White people are recessive genetic defects. This is factual“. L’invito è sempre quello di controllare motu proprio tali affermazioni.
Ah, poi siccome indossavo una maglietta di lode a Rodrigo Duterte le ho ricordato come prima da sindaco di Davao e poi da presidente delle Filippine egli abbia inflitto duri colpi al crimine con mezzi poco ortodossi, ma forse dal suo punto di vista è meglio avere tossici pericolosi e molesti in giro per le strade perché tanto contano solo le apparenze del cosiddetto stato di diritto, con buona pace di chi viene vessato dalla feccia e non ha modo di difendersi. Potrei aggiungere qualche parola sul Myanmar e su come l’Occidente abbia cambiato opinione in merito ad Aung San Suu Kyi, rea di proteggere il suo popolo, ma credo che questo mio trascurabile scritto sia già fin troppo lungo.
Mi sono scordato di invitarla a dare un’occhiata a com’era New York con la tolleranza zero di Rudolph Giuliani e cos’è invece oggi sotto l’inetta guida di Bill de Blasio, ma spero di tornare sull’argomento quando l’esasperazione della maggioranza silenziosa porterà alla nascita del Quarto Reich.

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26
Ago

D’estate e domani

Pubblicato mercoledì 26 Agosto 2020 alle 06:55 da Francesco

Quest’estate ho visto molte albe e pochi tramonti. Ho condiviso degli allenamenti estemporanei sulle strade lungo le quali sono solito allenarmi e così ho conosciuto varie persone, anch’esse amanti della corsa. Mi sono ripreso lo smalto che avevo perso nel corso della quarantena e ci sono riuscito in tempi brevi, perciò non ho nulla di cui lamentarmi.
Ho diversificato i miei investimenti di tempo e ne ho sottratto ampie quote alla lettura, tuttavia nei prossimi mesi conto di tornare a praticare quest’ultima con maggiore assiduità. Tra le mie intenzioni figura anche quella di scrivere un sesto libro, ma per adesso si tratta di un proposito embrionale al quale solo le circostanze e la mia costanza potranno accordare un serio sviluppo.
Non ho grandi progetti per il mio avvenire così come non ne ho mai avuti e non avverto il bisogno di farne. Se fosse possibile rallenterei sempre di più i ritmi della mia esistenza per finire a condurne una quasi del tutto contemplativa, ma anche quest’idea non costituisce né una priorità né uno scopo: tutto vada come deve andare.
Se qualcuno leggesse queste mie parole con scarso senno potrebbe attribuirle all’indolenza o all’apatia, ma qualora ciò accadesse davvero il problema non sarebbe di mia competenza, sfuggirebbe alla giurisdizione della soggettività di cui sono ambasciatore e troverebbe asilo nelle opinioni sommarie che dànno forma alle incomprensioni ordinarie.
Poco mi alletta dell’altrui quotidianità e cerco di parteciparvi in misura sempre minore, inoltre non escludo che in futuro possa optare per un espatrio definitivo che mi consenta un ulteriore allentamento in questo senso. Non ci tengo proprio a oberare il mio tempo con inezie e orpelli che nascondano il secondo fine di rimandare o celare l’idea della morte. Amo la luce.

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16
Ago

Al riguardo del livello di guardia

Pubblicato domenica 16 Agosto 2020 alle 13:05 da Francesco

Aumentano i contagi mentre l’idiozia resta stazionaria ai suoi massimi picchi. Nell’ubriacatura democratica e nell’entropia dell’informazione gli esperti e i minus habentes ricevono la stessa considerazione. La verità non è importante al cospetto delle convinzione, così come nei tribunali la ragione e il torto hanno un valore subalterno alle loro esposizioni formali: tutto torna nella sottrazione aritmetica che vede la costante diminuzione del già scarso buonsenso.
La coerenza dura al massimo qualche semestre, poi le idee cambiano per fare le troie con le nuove opportunità e tutto si risolve in un bacio saffico che in parte ricorda quello biblico di Giuda Iscariota. Qualcuno forse coltiva le speranze negli armadi, tra gli scheletri, e almeno evita il pericolo dei corvi. Ogni epoca ha i suoi impazzimenti e le proprie catastrofi che ispessiscono sempre di più i libri di storia e il tedio degli studenti.
Io mi trovo ai margini del presente e guardo in lontananza il fiume che porta a valle i cadaveri, ma ogni tanto assisto alle sue esondazioni e alla creatività del dissesto idrogeologico. Non ho idea di quale sia l’idea migliore né m’è dato sapere in quale direzione sarebbe opportuno che girasse quest’umile pianeta, ma credo che i bar, le osterie, gli stadi, le discoteche, le piazze di spaccio, i campi nomadi e le stanze delle questure trabocchino di possibili soluzioni, tutte sigillate ermeticamente in preziose scatole craniche. Non sono alle prese con chi prese il comando e in tutta onestà non vedo quale grande privilegio sia quello d’impartire ordini sulla biosfera: ognuno si diverte come può nei limiti della sua durata biologica. Ed è subito necrosi.

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