Inviato domenica 25 dicembre 2011 alle 12:03 da Francesco
L’anno volge al termine, perciò ne approfitto per stilare qualche classifica senza pretendere che vi sia una piena concordanza con le mie preferenze autentiche: purtroppo anche la soggettività ha vari strati. Anzitutto appunto la top ten dei dischi che mi hanno accompagnato nel corso dell’anno senza però limitarmi ad includere quelli che sono usciti negli ultimi dodici mesi.
Pathfinder – Beyond The Space, Beyond The Time (2010) Questo è un disco eccezionale che non presenta punti deboli. La title track è una delle cose più epiche che io abbia mai sentito e talvolta me ne avvalgo durante le sessioni di corsa con esiti prodigiosi. A mio avviso si tratta di un nuovo standard per il power metal e sono contento che sia giunto in un momento in cui il genere sembrava incapace di uscire dalla propria stagnazione. Devo sottolineare il grande passaggio di Roberto Tiranti (ospite del gruppo) proprio sulla title track, “Beyond The Space, Beyond The Time”, esattamente tra 6:24 e 6:55: ogni volta che ascolto quei trentuno secondi provo brividi reali.
Le Orme – La Via della Seta (2011) L’ingresso di Spitaleri ha permesso a questo storico gruppo di sfornare quello che a mio avviso è il punto più alto della propria discografia. Ho avuto modo di godermi due volte dal vivo questa nuova line-up che spero di rivedere in futuro. Le Orme hanno dimostrato che il prog italiano è vivo e gode di buona salute.
Demonaz – March of the Norse (2011) Adoro gli Immortal e provo una venerazione per il disco solistico di colui che reputo un maestro del riff. L’album ha atmosfere cupe in cui si sentono gli echi di “All Shall Fall” del duo norvegese, ma gode di una sua personalità che sfiora il black metal senza arenarsici: tra l’altro ho acquistato l’album in vinile dato che per me meritava l’esborso. Demonaz prova ancora una volta che la tendinite non gli impedisce di fare grandi cose.
Davide Spitaleri – Uomo Irregolare (1980) Grazie all’ultimo album de Le Orme ho scoperto la voce meravigliosa di Spitaleri e di conseguenza oltre a questo disco dovrei citare anche quelli dei Metamorfosi, ma lo spazio è tiranno! Le linee vocali di tutto “Uomo Irregolare” (di cui adoro la title track) hanno qualcosa che riesce a toccarmi in profondità: insomma, per me si tratta di un lavoro emozionate da parte di un’icona del prog italiano.
Sunless Rise – Promo (2009) Mi chiedo come mai questi sbarbatelli russi non abbiano ancora un contratto. Sono incappato per caso nel loro demo e ne sono rimasto folgorato. Costoro offrono un death metal melodico molto tecnico e non oso pensare a cosa potrebbero sfornare in un full length. Il promo può essere scaricato gratuitamente dal sito del gruppo.
Nightrage – Insidious (2011) Devo essere sincero: da questi ragazzi non mi aspettavo nulla di meno! La formula è sempre la stessa: death metal melodico di grande qualità, tutt’altro che banale e in cui io noto un ulteriore (l’ennesimo!) miglioramento della formazione svedese.
Apollo Brown – Clouds (2011) Mi sono allontanato parecchio dalle ultime uscite hip hop in quanto non riesco più a trovare delle produzioni in grado di appagarmi l’udito, però l’album esclusivamente strumentale di Apollo Brown è una piacevole eccezione a quest’arida regola. Tra le ventotto tracce la mia preferita è “Tao Te Ching”: favolosa.
Supreme Pain – Divine Incarnation (2011) Questo è un disco che non guarda in faccia nulla e nessuno: brutale dall’inizio alla fine. Non ci sono compromessi. Sonorità estreme, fedeli ad una scuola che oggi ha lasciato spazio a soluzioni più melodiche. Il death metal di questo gruppo è proprio tale, senza la necessità di doverlo allungare con aggettivi impropri.
Liquid Horizon – The Script of Life (2011) Sono venuto a conoscenza di questa band tramite una web radio e sono rimasto particolarmente colpito da un loro pezzo, “When Darkness Fall”: in seguito mi sono piaciute molte delle tracce che compongono l’album summenzionato.
Keith Jarrett – My Foolish Heart (2007) Non so davvero quali parole spendere per questo mostro sacro e in realtà mi sento un po’ a disagio nel collocarlo al termine di questa top ten. Per certi stati d’animo il disco in questione incontra pochi rivali dentro di me.
In termini di tempo è più facile ascoltare un disco che leggere un libro, ma non è detto che una certa fruizione del primo richieda meno ore del secondo. Non intendo fare grandi commenti né tanto meno cimentarmi in riassunti prolissi, perciò sarò assai breve. A differenza della classifica musicale, quella dedicati ai libri l’ho stilata su letture che sono state tutte molto interessanti. D’altronde pongo molta attenzione a ciò che scelgo di leggere ed erro di rado, davvero di rado. Questa top three si basa su undici libri letti nel corso dell’ultimo anno.
Il maestro e Margherita – Michail Bulgakov Ho consumato questo classico in camminate da venti chilometri l’una (in gran parte lungo il percorso che solitamente faccio a corsa), con una tecnica di lettura che ho preso in prestito da certi monaci, ovviamente esasperata da me grazie alle doti podistiche. C’è un non so che di magico tra le pagine di Bulgakov, un magnetismo che attrae l’inquietudine e lo stupore senza chiedere permesso. Qualcosa di smile mi capitò quando lessi per la prima volta “Delitto e castigo”. Una tristezza assai profonda, una comicità tenue e un poderoso conforto rappresentano ciò che mi ha accompagnato pagina dopo pagina e ben oltre. Potrei anche aver intuito qualcosa in più sull’amore, ma devo lasciare al tempo il compito di svelarmelo.
Rigodon – Louis-Ferdinand Céline Per me è la parte migliore de “La trilogia del nord”. Ovviamente reputo “Viaggio al termine della notte” e “Morte a credito” su un altro pianeta, però anche in questo libro Céline riesce a mostrare il meglio e il peggio di sé, infatti nel suo stile caustico, come i resti delle città tedesche che attraversa, egli snocciola una sensibilità che non si banalizza mai. Céline tocca le corde più profonde dell’essere umano, tuttavia ha il buon gusto (o il cattivo, dipende dai punti di vista) di farlo partendo dal culo.
Il cervello e il mondo interno – Mark Solms, Oliver Turnbull Questo volume divulgativo ha espanso le mie conoscenze (sempre manchevoli) in merito alla psicoanalisi e al suo (nuovo) incontro con le neuroscienze. Alcune parti del testo hanno freddato un po’ la mia visione dell’esistenza, altre invece mi hanno spinto a chiedermi perché io sia giunto a tali conclusioni. Insomma, tra le nozioni e le ipotesi vi ho ricavato anche momenti d’introspezione.
Infine vorrei fare una menzione d’onore per ‘sto cazzo: doverosa un paio di palle!
Inviato venerdì 9 settembre 2011 alle 08:56 da Francesco
Sono abituato a guidare da solo lungo le strade di mezza Italia per assistere a grandi concerti. Mercoledì mi sono recato nella Città Eterna per un live straordinario al quale hanno partecipato Il Tempio delle Clessidre e Locanda delle Fate. Nei primi milita anche Stefano Galifi che nel 1973 cantò quel capolavoro del progressive rock italiano che s’intitola “Zarathustra” e il cui parto fu opera dei Museo Rosenbach: durante il live è stato suonato un pezzo di quel disco ed è inutile che adesso io cerchi di verbalizzarne i brividi. Invece la traccia che mi ha colpito di più tra quelle de Il Tempio delle Clessidre è stata La stanza nascosta: un duetto eccezionale tra la voce di Galifi e il tocco magistrale di Elisa Montaldo. Anche “Danza esoterica di datura” mi è piaciuto particolarmente come pezzo benché sia strumentale. Non so come incensare in modo adeguato la Locanda delle Fate. Ho ascoltato svariate volte il loro gioiello, “Forse le lucciole non si amano più” e proprio la settima traccia di quest’album che è stata eseguita dal vivo mi ha traghettato in un’altra dimensione: Vendesi saggezza. La voce e il carisma di Leonardo Sasso mi hanno incantato quanto la classe di Max Brignolo alla chitarra. Il tre settembre ho visto di nuovo Le Orme e conto di rivedere il gruppo veneziano per la quarta volta: La Via della Seta è un disco straordinario! Ci ho messo un po’ a capirlo, ma alla fine mi sono reso conto che alla voce di Tagliapietra io preferisco quella che le è subentrata, difatti la versione di Sguardo verso il cielo cantata da Jimmy Spitaleri è un pezzo in cui finalmente riesco a rispecchiarmi in pieno grazie alla potenza vocale di quest’ultimo: cazzo, mi fa vibrare le vertebre, davvero sublime.
Inviato sabato 23 luglio 2011 alle 14:40 da Francesco
Last night I was in Civitella Marittima to attend a progressive rock concert. There were many middle-aged persons among the audience. The event was open by a local group followed by an Emerson, Lake & Palmer tribute band that I enjoyed a lot. The main act was Le Orme, one of the most important bands in the history of Italian progressive rock scene and before midnight they started to play. A couple of years ago I saw Le Orme with a different line-up in the same place and even that time they did a great performance. Events like these feed my spirit and makes me feel stronger than anything. I was happy to be alone among the crowd and I had a good time but many more await me in this life, I’m sure of it.
Inviato mercoledì 1 giugno 2011 alle 14:13 da Francesco
Fatico a trovare musica italiana che mi piaccia, tuttavia ci sono ancora dei gruppi in grado di suscitare in me una profonda approvazione e in queste righe voglio segnalare due dischi per non essere troppo dispersivo, comunque è soltanto il secondo che reputo un capolavoro. Il primo album è Il Più Antico dei Giorni dei Magnifiqat. Di solito non apprezzo il gothic metal, ma questa è una piacevole eccezione a cui non mi sottraggo. Il platter non contiene tecnicismi esagerati, scale supersoniche né tanto meno tutto l’ambaradan virtuosistico tanto caro a certi ascoltatori (come d’altronde lo è anche a me, talvolta), però molte tracce sono attraversate da un’atmosfera evocativa, onirica e malinconica, in cui compare un soprano in più di un’occasione a caricarle d’ulteriore intensità. Mi piace molto il cantato quasi sussurrato e trovo che si sposi benissimo con i pezzi strumentali. La mia traccia preferita è Diadema: delicatissima e solenne. Petali di Fuoco è il secondo album a cui voglio tributare lodi per me doverose. Partorito da un gruppo progressive rock italiano che corrisponde al nome de La Maschera di Cera, il disco in questione è un susseguirsi di pezzi meravigliosi che fanno tornare la mente indietro di decenni, fino a rievocare i Museo Rosenbach, la Premiata Forneria Marconi, Le Orme e il Banco del Mutuo Soccorso, insomma la crème del progressive italiano degli anni settanta (la lista è ben più lunga!), tuttavia non ne sono affatto semplici epigoni, anzi, tutt’altro. Anche in questo caso si sprecano le atmosfere oniriche, ma qui il tasso tecnico è elevato, i pezzi sono più articolati come impongono i canoni del progressive rock e al contempo mi pare che scorrano benissimo. Tutto risulta orecchiabile e non scorgo virtuosismi fini a loro stessi, o quantomeno a me sembra che siano sempre a servizio della struttura dei pezzi anziché al soldo del narcisismo a cui talvolta certi musicisti si asserviscono. La voce di Alessandro Corvaglia è davvero notevole e mi ha colpito fin da subito, inoltre veicola testi che a mio avviso sono scritti bene. Insomma, “Petali di Fuoco” è un album che alla prima traccia mi ha fatto dire “ah, però” e dopo, dalla quarta in poi: “Me cojoni!”. Coadiuvato da opere del genere il mio morale è alla stregua del Barone Rosso, soltanto più difficile da abbattere. Non so scegliere una traccia sola come mia preferita, perciò ne segnalo due: Tra Due Petali di Fuoco e D-Sigma di cui purtroppo non c’è uno streaming sul web.
Inviato domenica 22 maggio 2011 alle 16:29 da Francesco
In quest’ultimo periodo riesco a fare bene soltanto nell’allenamento fisico, ma non me ne faccio un cruccio e conto di riportare presto la luce anche nel res cogitans.
Con l’avvento dell’estate gli uomini più vanitosi e stupidi s’improvvisano atleti nella disarmante illusione di trafiggere cuori e fiche durante il periodo estivo. Breaking news: probabilmente non succederà. Comunque, anche per la categoria di cui sopra annoto la quinta compilation che ho realizzato. Nel lettore mp3 carico la musica come un mujaheddin carica il proprio kalashnikov contro gli infedeli, però non adopero sempre le raccolte che metto insieme e talvolta cambio le tracce che ho in memoria come se potessi adoperare un cambio sequenziale a livello emotivo. Questa compilation è più breve delle altre poiché ho ridotto l’attività aerobica a favore di quella con i pesi e degli esercizi a corpo libero, tuttavia si presta anche allo svolgimento delle attività anaerobiche e di conseguenza può essere riciclata con qualche repeat.
La risposta del cerebro alla musica è soggettiva, perciò questo ammasso di tracce di sicuro non potrà essere d’aiuto a chiunque, ma a qualcuno potrebbe dare lo spunto per andare alla ricerca di stimoli a lui più congeniali. Per quanto mi riguarda il punto più alto di questa raccolta si trova nella quarta traccia, “Resistir” degli Helker: adoro l’interpretazione vocale del pezzo e per i miei gusti è una delle migliori degli ultimi anni, davvero esaltante e straordinaria.
Inviato sabato 16 aprile 2011 alle 15:15 da Francesco
Per me la musica con la emme maiuscola ha canoni precisi che si esprimono attraverso stili piuttosto diversi. Ancora sedicenne, i Liquid Tension Experiment nel loro album di debutto contribuirono significativamente a suggerirmi la direzione verso cui tendere le orecchie. Il gruppo era composto per tre quarti da membri dei Dream Theater con l’aggiunta di Tony Levin (quest’uomo è ovunque!) al basso. Il progetto durò appena due dischi, entrambi prettamente strumentali e, almeno per quanto mi riguarda, molto prossimi alla perfezione. Sono legato alla traccia sottostante e insieme all’intro il momento di massima esaltazione per me è l’assolo di Tony Levin con lo stick bass oltre, ovviamente, a quello di Petrucci. Se non mi fossi avvicinato a certi generi musicali la mia esistenza sarebbe stata meno semplice.
Inviato venerdì 11 marzo 2011 alle 11:14 da Francesco
Conosco da tempo questi sbarbatelli russi che inspiegabilmente nessuno ha ancora messo sotto contratto. Per adesso hanno realizzato soltanto un promo di quattro tracce che malgrado la brevità a me risulta intenso e perfetto. Appunto l’unico video che ad oggi hanno girato poiché i loro pezzi mi stanno supportando nel mio allenamento. Un misto di tecnica, velocità, potenza che veicola melodie memorabili: era da tempo che non sentivo in questo ambito un prodotto del genere. Questa roba per me è combustibile emotivo: brucio rabbia e produco benessere.
Inviato sabato 20 novembre 2010 alle 19:34 da Francesco
Giovedì, a dieci anni di distanza dal mio primo ascolto di “Coming To Your Senses”, sono riuscito a vedere Frank Gambale dal vivo al Crossoroads Club di Roma. Per la data capitolina il basso è stato affidato a Stu Hamm e non avrei davvero potuto chiedere di più! Gambale ha eseguito vari pezzi dal primo album che ho citato e alcune tracce del GHS, ovvero il progetto che porta l’iniziale di Gambale, Hamm e Smith; al posto di quest’ultimo durante il concerto ha suonato Joel Taylor alla batteria. Al momento, sulla Terra, non so chi possa offrire di meglio nell’ambito del jazz fusion.
Ad un tratto dagli amplificatori è uscita la voce soave di uno speaker di Radio Vaticana (o un’emittente del genere), ma questa interferenza ha dato vita a dei siparietti ironici di cui per altro Gambale si è reso protagonista per tutta la serata: battute e virtuosismi. Se riuscissi a rivederlo con il gruppo di Chick Corea poi la mia anima inesistente potrebbe riposare in pace. Finalmente posso dire d’aver visto dal vivo i miei tre chitarristi preferiti: Frank Gambale, Allan Holdsworth e John McLaughlin.
Inviato venerdì 15 ottobre 2010 alle 00:04 da Francesco
Martedì mi sono recato nella capitale per assistere ad un concerto dei Dark Tranquillity. Il live è stato aperto dai Lunar Sea, un gruppo italiano che io non sono proprio riuscito ad apprezzare malgrado le indubbie qualità. Gli Insomnium sono stati i secondi a suonare e la band finlandese mi è piaciuta molto sotto ogni aspetto, ma d’altronde sapevo già cosa aspettarmi poiché l’ultimo album del gruppo, “Across The Dark”, è stato soggetto a più di un repeat da parte mia. L’unica nota dolente è stata l’acustica dell’Alpheus, appena sufficiente, almeno per me. I Dark Tranquillity hanno eseguito parecchi pezzi, alternando le tracce dell’ultimo disco alle loro creazioni più note. La voce di Stanne dal vivo è impressionante e mi ha colpito il modo in cui egli cerchi sempre un contatto con il pubblico, tanto che verso la fine del live ha avuto anche le palle di gettarsi tra gli avventori per compiere un po’ di sano stage diving. Erano quasi dieci anni che non ascoltavo nulla dei Dark Tranquillity e questo live mi ha permesso di riavvicinarmi al gruppo svedese, tanto da invogliarmi a rivedere una loro esibizione. Come al solito, durante questo genere di eventi, ho incontrato personaggi piuttosto folcloristici con i quali mi sono intrattenuto a discorrere un po’.
Inviato domenica 26 settembre 2010 alle 01:10 da Francesco
Ancora una volta semino annotazioni aperiodiche, brevi e prive d’impegno che concernono i miei gusti musicali: la grande giostra della soggettività.
Coats of Arms è l’ultima fatica dei Sabaton. Apprezzo molto questo album, sebbene lo ritenga inferiore al precedente The Art of War. Mi esalta molto la prima parte del disco e non mi piacciono granché le tracce conclusive. Ho l’impressione che rispetto ai lavori precedenti le tastiere trovino più spazio senza snaturare il suono tipico della band. “Uprising” è mio il pezzo prediletto ed è anche accompagnato da un video che a mio modesto avviso è un piccolo gioiello.
Questo disco degli Skelator sembra uscito dagli anni ottanta e invece appartiene all’anno corrente. Death To All Nations è un album solido, completo, ricco di passaggi esaltanti che mi inducono a stringere i pugni verso il basso e ad alzare il capo per eseguire qualche acuto in playback. Per certi versi il suono della band mi ricorda quello dei Sanctuary su Refuge Denied e questa associazione di idee è senz’altro il prodotto di un effetto positivo. Non ho una traccia preferita poiché apprezzo la prima, l’ultima e quelle che ci sono in mezzo, ma se dovessi sceglierne una probabilmente opterei per la seconda: “The Truth”.
The 3 Day Theory per me è l’album migliore di Killah Priest, leggendario rapper d’oltreoceano che gravita attorno al Wu-Tang Clan. In quest’ultimo lavoro il flow, i testi e le basi sono ai massimi livelli, almeno per i miei gusti. Le collaborazioni abbondano, ma non mi disturbano affatto. Sulle quindici tracce che compongono il disco per me svetta “Betrayal”, la quale contiene un campione meraviglioso di un pezzo soul di Millie Jackson, ovvero “Child of the God” (già usato da altri produttori seppur in maniera diversa).
Non ascolto molta musica classica, o almeno non quanta dovrei poiché richiede un certo grado di attenzione per un orecchio profano come il mio. Di solito prediligo i requiem, ma non sono prevenuto nei confronti delle composizioni e allo stesso tempo dubito che tutta la musica classica sia apprezzabile, malgrado la riverenza di certi ascoltatori. Die Kunst der Fuge è un’opera di Johann Sebastian Bach di cui io fruisco tramite un’esecuzione diretta da Jordi Savall e la riporto in queste righe perché ultimamente l’ho ascoltata più volte.
Mi chiamo Francesco, ho raggiunto il ventisettesimo anno della mia vita e abito a Orbetello, in provincia di Grosseto. Tra i miei interessi figurano: la scrittura, la lettura, la musica, la cronaca, la tecnologia, i viaggi immotivati e l'attività fisica per mantenermi in forma oltreché informato. Mi piace correre a lungo, andare in mountain bike, palleggiare e fare snorkeling. Non ho una fede in cui credere né un ideale al quale votarmi, ma bestemmio e cerco di masturbarmi con regolarità. Sono eterosessuale. Non e sottolineo non sono omosessuale: lo preciso per evitare che la mia verginità venga fraintesa.