2
apr

Uomini e bestie

Inviato venerdì 2 aprile 2010 alle 15:23 da Francesco

Nei giorni scorsi ho noleggiato una bicicletta per muovermi più velocemente e ieri sono andato al Taipei Zoo per trascorrere un paio d’ore a contemplare la natura in una campana di vetro. Ho visto un panda ‘ndranghetista che ho ribattezzato in questo modo perché mi è parso in regime di 41 bis a causa dello spazio angusto che gli è stato destinato. Ho immortalato la detenzione pubblica di vari animali tra cui: gibboni, macachi, giraffe, zebre, elefanti, rettili (specialmente serpenti), pinguini, gufi, e perfino una tigre del Bengala. Non mi hanno mai entusiasmato gli animali in gabbia né negli acquari, tuttavia riconosco il valore didattico di certi luoghi e allo stesso tempo non ne nego il carattere liberticida. Dopo la visita zoologica mi sono recato a Shipai per giocare una partita di calcio. Al match mancava soltanto il patrocinio dell’UNICEF poiché il campo ha sfoggiato molte nazionalità: un panamense, due statunitensi, un canadese, un messicano, diversi inglesi, uno spagnolo, un ragazzo di Singapore, un austriaco, un taiwanese e altre persone di cui non rammento né il nome né la patria natia. Eventi del genere rafforzano la mia inclinazione cosmopolitica. Insomma, la partita è stata un vero melting pot. Un mio coetaneo mi ha parlato un po’ di sé e mi ha raccontato di avere già due figli per i quali ha cambiato lavoro poiché il suo impiego precedente non gli permetteva di stare con loro quanto desiderava. Là in mezzo ero l’unico a non avere motivi di studio né di lavoro a Taiwan. “Just traveling” mi sono trovato a rispondere più volte. Dopo la partita ho fatto un po’ di strada assieme al panamense e allo spagnolo. Abbiamo scherzato sulla nostra natura latina e abbiamo concordato su un paio di punti. La gente a Taiwan è amichevole e intrattiene buoni rapporti con gli occidentali, tuttavia non c’è tra le persone autoctone e gli stranieri quel feeling particolare che invece è diffuso in Europa e nelle Americhe. Ho scherzato un po’ con il ragazzo panamense che si sorpreso quando gli ho ricordato il nome di un suo illustre connazionale: Manuel Noriega. Per certi versi ho trovato la conferma a un’impressione che ho appuntato qualche giorno fa su queste pagine al riguardo della sicurezza dell’isola e alla fine ho detto ai miei interlocutori: “Well, Taiwan is too sfae, it lacks of drama!”. Giù risate. Adoro momenti come questi, perle autentiche di socializzazione che scaturiscono dal caso; periodi brevi che brillano di luce propria. All’estero incontro sempre qualcuno sulla mia lunghezza d’onda e immagino che questo dipenda dall’inclinazione cosmopolitica a cui mi sono già riferito. Anche tra i miei connazionali figurano individui interessanti benché io ne conosca un numero esiguo, tuttavia mi ripeto sempre che gli sproloqui noiosi dei miei compatrioti, la loro mancanza d’autoironia e le loro fisime sono il prezzo da pagare per vivere nelle meraviglie paesaggistiche dell’Italia. Io sono l’ultimo dei campanilisti e ancor oggi continuo a dimostrarlo, ma per quanto mi è possibile cerco d’insidiare il podio ogniqualvolta l’obiettività si trovi ad attendermi al traguardo.

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31
mar

Giornate piene

Inviato mercoledì 31 marzo 2010 alle 14:48 da Francesco

Taipei è una metropoli che nel corso della sua espansione non ha ignorato i bisogni della cittadinanza e difatti nei suoi spazi verdi serpeggiano chilometri e chilometri di percorsi ciclistici ai lati dei quali si trovano campi da basket, da tennis e da baseball in condizioni pressoché perfette. I parchi sono diffusi, puliti e ordinati. La povertà si presenta come un malattia rara e la gente nelle strade mi sembra piuttosto serena nelle sue faccende quotidiane, tanto nelle zone centrali quanto ai margini dell’urbe. Taiwan sembra anemica sotto il profilo drammatico, come se le mancasse la regolarità con cui certe tragedie attraversano altre società del globo. Non voglio lanciarmi in una disamina superficiale, ma sentivo la necessità di appuntare quest’impressione spontanea. Finora ho vistato soltanto un’altra città e non ho intenzione di recarmi a sud dell’isola, ma non escludo che nei prossimi giorni io possa recarmi sulla costa orientale. Mi trovo bene a Taipei e non mi costa nulla assecondare la tendenza stanziale di questo viaggio. Se avessi avuto più tempo prima della partenza, probabilmente mi sarei attrezzato per compiere il giro dell’isola in bicicletta. Un tour ciclistico sarebbe stato alla mia portata, ma avrei dovuto studiare i percorsi, munirmi di un GPS e accorciare la mia permanenza per non sforare il budget a mia disposizione. La prossima volta che tornerò in Estremo Oriente imposterò il viaggio a favore delle due ruote.

La foto soprastante mi ritrae a una certa altitudine sopra Taipei; l’ho scattata durante un’escursione che ho cominciato nei pressi di Jiantan. Lungo il cammino ho potuto apprezzare lo skyline della città da diverse angolazioni e quando sono arrivato a un punto che era prospiciente l’aeroporto di Songshan, mi sono fermato quasi un’ora a guardare gli aerei che decollavano e atterravano.

Il mio sguardo ha fagocitato un numero considerevole di strutture, templi e monumenti. Ho visto anche il cambio della guardia al Martyr’s Shrine, ma in quest’ultimo non sono entrato perché sulla soglia ho ritenuto inopportuna la mia visita occidentale a un luogo che commemora oltre trecentomila vittime e dunque mi sono limitato a scattare qualche fotografia all’esterno prima di fare dietrofront. Probabilmente in me non sarebbe sorto lo stesso pudore se mi fossi trovato davanti a un sito analogo in Europa, perciò sono portato a credere che in talune occasioni la discrezione e la solennità siano legate alle geografia più che alla morale.

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28
mar

Ottomila anni di storia

Inviato domenica 28 marzo 2010 alle 15:49 da Francesco

Qualche giorno fa ho visitato il National Palace Museum dove sono conservati circa ottomila anni di storia cinese che sono stati salvati da Chiang Kai-shek quando egli e il Kuomintang dovettero abbandonare la Cina che si apprestava alla deriva comunista. Il museo propone ai visitatori un numero elevato di pezzi e proprio a causa della grande quantità di materiale da esibire che ciclicamente la direzione avvicenda i manufatti nelle teche. Ho trascorso circa quattro ore a contemplare un arco di tempo che esordisce nel neolitico e termina nel ventesimo secolo con la dinastia Qing: ceramiche, dipinti, utensili, armi, gioielli, mobili e mappe. Ho visto persino dei trattati in cirillico che sancivano i vecchi confini tra la Cina e la Russia. Davanti a una statua del Buddha ho avuto una sensazione anomala, quasi ipnotica benché io sia immune alla sindrome di Stendhal ed estraneo agli insegnamenti di Siddharta Gautama. Ho notato anche degli oggetti che riportavano delle scritte in sanscrito. Non mi sono piaciuti tutti i pezzi in esposizione sebbene ne abbia apprezzato il valore storico. Certi manufatti non avrebbero mai trovato un posto nella mia abitazione né tra le fila di una fiera kitsch qualora avessi avuto la sventura di doverne organizzare una. Mi hanno impressionato fortemente i dettagli di un dipinto di circa dieci metri, uno shou juan, ovvero il formato in rotolo che si spiega orizzontalmente. Quest’ultimo proponeva all’estremità destra paesaggi bucolici e vita rurale mentre verso sinistra snocciolava progressivamente scene sempre più inurbate che alla fine culminavano nelle attività febbrili del centro cittadino. Anche le opere di calligrafia mi hanno colpito e mi hanno permesso di capire quanto siano incerti i miei tratti quando disegno i pochi ideogrammi che conosco. Dovrei spendere fiumane di parole per contenere l’incompletezza descrittiva che concerne la mia giornata al National Palace Museum, ma alla fine rischierei di essere prolisso. Ho respirato un’aria antica.

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24
mar

Sul treno per Taoyuan, sull’autobus per Taipei

Inviato mercoledì 24 marzo 2010 alle 14:47 da Francesco

Due giorni fa mi sono recato in treno a Taoyuan, a ovest di Taipei. Ho trascorso il viaggio a parlare con un taiwanese di ottantadue anni che stava lasciando la capitale per raggiungere Kaohshiung, a sud dell’isola. Questo signore mi ha dato qualche consiglio e mi raccontato un po’ dei suoi viaggi: in uno di questi egli ha toccato anche l’Italia, precisamente Roma e Milano. Mi ha sorpreso la vitalità che ancora prorompeva dai gesti e dal tono dell’uomo anziano. Persone di questo genere rafforzano in me l’idea che l’invecchiamento non sia soltanto un declino biologico, bensì un’arte.

Ho girato le strade di Taoyuan senza una meta precisa, ma sotto un sole irremovibile. Mi sono trovato più volte tra i mercati: sulle bancarelle giacevano merci d’ogni tipo e più volte mi sono chiesto se alcune fossero davvero vendibili. La struttura urbana non mi ha colpito benché tenda meno alla verticalità rispetto alla capitale. Lungo il cammino mi sono trovato davanti a un numero indefinito di piccoli templi in ognuno dei quali ho sentito l’odore dell’incenso bruciato. Non ho assistito ad alcuna cerimonia, ma ho visto per caso dei semplici atti di devozione da parte di qualche passante.

Per tornare a Taipei ho preso un autobus, ma ho faticato un po’ a farmi comprendere dall’autista. Alla fine sono riuscito a scavalcare la barriera linguistica grazie a una ragazza che mi ha fatto da interprete. Il viaggio di ritorno l’ho trascorso a discorrere con costei e durante la nostra conversazione lei mi ha parlato di “Into The Wild”, un bel film che ho visto per la prima volta durante il volo per Hong Kong. Avrei voluto invitare la giovane taiwanese a mangiare qualcosa per ringraziarla dell’aiuto che mi aveva dato, ma a un certo punto mi sono detto: “Che cazzo hai intenzione di fare?”. Non ho mai invitato nessuna ragazza a uscire e non mi è sembrato il caso dei farlo per la prima volta a quasi diecimila chilometri di distanza dalla mia cameretta, tuttavia avrei voluto davvero che ella comprendesse la mia riconoscenza: pazienza. Nei giorni seguenti, ripensando a quest’ultimo aneddoto, ho intuito che probabilmente non avrò mai relazioni affettive, ma d’altronde sono così abituato a stare da solo che l’idea suddetta non mi spaventa affatto. Oltre alle prospettive future ho trovato anche i prodotti della Kinder in mandarino, come si può evincere dall’immagine sottostante.

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21
mar

Peregrinazioni insulari

Inviato domenica 21 marzo 2010 alle 00:11 da Francesco

Ieri mi sono avventurato per la prima volta nel cuore di Taipei City. Io, che risiedo nella Taipei County, quando percorro i sei chilometri che mi separano dal centro della capitale, mi sento un po’ come Renato Pozzetto in “Ragazzo di campagna”. Sono passato sopra il fiume Xindian attraverso il ponte Zhongzheng e ho raggiunto per caso il tempio di Longshan al quale tuttavia dovrò pestare una visita più approfondita. Nel mio peregrinare mi sono ritrovato al Chiang Kai-shek Memorial Hall dove ho potuto mirare l’imponenza architettonica degli edifici e gli ampi spazi che ne separano i perimetri. Mi sono anche fermato a guardare i movimenti lenti e accurati di alcune persone che praticavano Tai Chi in un giardino attiguo al sito suddetto. Qualcuno crede che Taiwan faccia parte della Cina, ma in realtà è una nazione indipendente a cui Chiang Kai-shek ha dato vita dopo la sua dipartita dalla Cina continentale (con le riserve auree al seguito) che avvenne quando Mao assurse al potere in quel di Pechino. A me pare buffa e grottesca la politica estera di quelle nazioni che si rifiutano di riconoscere l’indipendenza di Taiwan per non incrinare i rapporti diplomatici con la Cina. A proposito di tensioni politiche: ho portato con me la maglia della nazionale giapponese di calcio, ma ovviamente non la indosso per le strade di Taipei e la uso esclusivamente per dormire.

Questo è il memorial.

In quest’ultima fotografia mi sono immortalato presso il fiume Xindian. In lontananza è visibile il ponte Zhongzheng. Avevo appena mangiato un baozi e forse stavo pensando a come fosse identico in tutto al nikuman giapponese benché sia quest’ultimo a derivare dal primo.

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19
mar

Lo sbarco a Taipei

Inviato venerdì 19 marzo 2010 alle 11:13 da Francesco

Sono arrivato a Taipei tramite due voli della Cathay Pacific. Ho preso in affitto una stamberga nelle periferia della città e ho inalato quantità letali di smog. Sono circondato da palazzi fatiscenti e da mille esercizi commerciali che spuntano ovunque come le macchie di Köplik durante il morbillo. Il caos della città mi ricorda quello di Seoul sebbene la capitale sudcoreana abbia dimensioni maggiori. Il cibo non costa molto, specialmente alle innumerevoli bancarelle che occupano i marciapiedi e confinano con le officine: adoro questo scenario decadente! Io mi trovo nei pressi di Jingan, a Jhonghe City, ovvero a circa sei chilometri dal centro della capitale. Ho fatto un giro di perlustrazione della mia zona e non ho incontrato neanche un occidentale tra le strade del suburbio. La vista della mia stanza dà su due palazzi che a mio modesto avviso non hanno nulla da invidiare alle Vele di Scampia. Mi aggrada la sistemazione che mi sono trovato e malgrado le apparenze non credo che i dintorni formino una zona malfamata. A Taiwan il tasso di criminalità è piuttosto basso, ma io sono sempre guardingo anche se non lascio trasparire la mia prudenza. Nel vicinato figura anche un bambino che si esercita con il flauto (o con qualche altro strumento a fiato) e questo musicista in erba allieta tutti con lo stile incerto delle sue stonature. Non conosco neanche una parola di mandarino, ma riesco a farmi comprendere attraverso gesti semplici e sufficientemente eloquenti. In giro sono già riuscito a riconoscere il significato di qualche ideogramma che ho incontrato più volte nel mio blando approccio alla lingua giapponese. Nei prossimi giorni mi dedicherò alla visita di Taipei per poi fare qualche salto in altri punti dell’isola, ma prima devo riprendermi dal jet lag che questa volta si è fatto sentire pesantemente su di me. Le prime impressioni sono buone e so già che ne avrò persino di migliori.

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18
mar

In viaggio per Taipei

Inviato giovedì 18 marzo 2010 alle 08:01 da Francesco

Dopo l’annullamento del viaggio in Pakistan e Malesia ero convinto che sarebbe trascorso molto tempo prima che in me ricomparisse la voglia di partire, ma evidentemente mi sbagliavo. Ho riorganizzato le risorse materiali e la mia disposizione interiore in breve tempo. Come al solito mi sono occupato dei preparativi da solo per risparmiare denaro e così nell’arco di pochi giorni sono riuscito ad approntare ogni cosa: un vero blitz. Il mio modus operandi si rivela sempre efficace e consente alla mie tasche di non alleggerirsi più del necessario. La mia destinazione si trova ancora in Oriente e questa volta corrisponde al nome di Taiwan. Resterò sull’isola per quasi un mese, sempre che il mio aereo non precipiti. Farò un breve scalo a Hong Kong, ma là non mi fermerò neanche un giorno. Sì, per me è venuto il tempo di mangiare nuovamente con le bacchette. I miei compagni di viaggio sono sempre i soliti: la musica, la lettura, la riflessione e un’inclinazione naturale per le avventure solitarie. È la quarta volta che mi reco in Estremo Oriente e dunque posso vantare un po’ di esperienza in quell’angolo del mondo, tuttavia ciò non appiattisce minimamente il piacere dell’esplorazione. Finora, attraverso un approccio superficiale e discontinuo alla lingua giapponese, ho appreso il significato di almeno un centinaio di ideogrammi cinesi, perciò potrò riconoscere qualche insegna e qualche indicazione sebbene a Taiwan la diffusione dell’inglese sia maggiore rispetto alla Corea del Sud e al Giappone.

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10
mag

Riprese nipponiche

Inviato domenica 10 maggio 2009 alle 20:57 da Francesco

Finalmente mi sono deciso a spendere qualche minuto per montare le immagini che ho ripreso durante il mio ultimo soggiorno nel Sol Levante. Riguardo sempre con piacere i video dei miei viaggi, ma non vengo mai colto dalla nostalgia. Ho selezionato diciassette minuti da appuntare su queste pagine: adoro il secondo spezzone! Questa volta il materiale filmato è risultato più breve poiché parecchie cose le avevo già immortalate nel corso della mia prima esperienza nipponica.

Prima parte

Seconda parte

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13
apr

Verso occidente

Inviato lunedì 13 aprile 2009 alle 16:13 da Francesco

Ormai il giorno del mio ritorno in Italia è vicino, ma resterei da queste parti un altro po’ se ne avessi la possibilità. Il Giappone non è un’isola felice come ritengono certe persone ed è pieno di contraddizioni, tuttavia mantiene ancora un fascino che va di pari passo con il suo continuo sviluppo e trovo che questa armonia tra sacro e profano sia eccezionale. Ieri ho giocato di nuovo a calcio assieme al trio francese e ad alcuni giapponesi; bei momenti che non dimenticherò mai. Tra qualche mese spero di servire la bandiera sotto la quale sono nato. Nonostante la mia decisione di propormi volontario nell’esercito italiano per un anno, io mi sento ancora un apolide. Adoro la zona in cui sono nato e nella quale vivo tutt’ora: eremo stagionale che forse non abbandonerò mai definitivamente. Io non so come descrivere il benessere interiore che impera dentro di me da parecchio tempo. Non ho bisogno di nulla perché il mio vuoto interiore è meraviglioso, ma ancora una volta le parole non possono rendere giustizia al piacere di vivere che mi pervade di continuo. Il tempo passa e la bellezza della mia esistenza aumenta in modo esponenziale. Mi sento un eroe di fronte alla mia felicità solitaria, ma questo status positivo non ha toni epici benché allo stesso tempo risulti monumentale. Anche le immagini sanno parlare.

Hitachi, di fronte al Pacifico: questa ci ttadina ha un lungomare meraviglioso.

Due tratti caratteristici del Sol Levante: un ciliegio in fiore e un torii si compenetrano in perfetta armonia.

La fotocamera è puntata su di me con l’autoscatto mentre il mio sguardo è rivolto altrove.

La presenza rosea dei ciliegi si rinnova spesso lungo le strade e continua ad attrarre la mia attenzione.
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9
apr

La polizia, il pappone e Juju

Inviato giovedì 9 aprile 2009 alle 02:17 da Francesco

Ieri ho rimediato una bicicletta economica e ho pedalato tutto il giorno per le vie di Tokyo, ma precedentemente, nel corso della mattina, ho fatto un giro a piedi dalle parti di Asakusa per vedere alcuni templi. Mi piace la fede pacata e discreta con la quale i giapponesi omaggiano i simulacri buddisti e scintoisti; trovo che sia una religiosità molto lontana da quella del peccato originale e dai sensi di colpa che caratterizzano alcune correnti cristiane di cui ritengo che il cattolicesimo sia l’esponente principale per quanto concerne questi aspetti. Nei pressi di Iidabashi sono stato fermato da due poliziotti per un controllo dei documenti. La coppia di agenti è stata molto gentile e alla fine mi sono messo in posa con uno dei due mentre l’altro ha effettuato lo scatto: incredibile. Penso che una cosa del genere non potrebbe mai accadere in Italia. Tra l’altro uno dei due poliziotti ha notato la maglia della nazionale giapponese che indossavo e mi ha detto per due volte: “Soccer!”. Prima di andarmene gli agenti si sono scusati per il controllo e poi mi hanno salutato: “Have a nice day and be careful”. Io a questo premuroso avvertimento ho alimentato la brutta fama dell’Italia: “Thank you but I think Tokyo is much safer than my country”.

Qualche giorno fa ho conosciuto Juju, un chitarrista di strada che ho incontrato dalle parti di Shinjuku e al quale ho anche comprato un disco. Costui ha pure una home page: http://fweb.midi.co.jp/~juju/. Mi sono avvicinato a lui seguendo il suono del suo grandioso tapping!

Sempre a Shinjuku ho conosciuto un personaggio davvero grottesco, un individuo che sembrava uscito da uno di quei film polizieschi degli anni ottanta che guardavo da ragazzino. Questo tizio è un pappone australiano che cerca clienti stranieri lungo le strade di Shinjuku e si fa chiamare Charlie; io a lui mi sono presentato con la stessa sincerità e gli ho detto di chiamarmi Raffaele. Charlie ha capito subito che non avrebbe rimediato uno yen bucato da me, ma evidentemente gli sono risultato simpatico poiché ha risposto a ruota libera ad alcune delle mie domande. Gli ho chiesto quale fosse oggigiorno l’attività principale della Yakuza e lui mi ha detto che l’organizzazione si dedica principalmente al traffico di droga e al gioco d’azzardo via Internet. A suo dire lui conosce qualche membro della Yakuza e prova rispetto per loro mentre nutre un odio immenso per i nigeriani che a suo avviso sono rei di essere dei “motherfuckers”. Alla fine ho fatto credere a Charlie di essere in Giappone per tastare il terreno in modo da capire se sia una terra fertile per cominciare un’attività poco legale e così mi ha detto quanto segue, a grandi linee e per quanto io ricordi: “I can sell everything for you in this area, if you can import ecstasy from overseas, that’s the best, here the police is weak, no experience”. Penso che prima o poi questo gioco del finto narcotrafficante finirà con il mettermi nei casini, ma lo trovo divertente, educativo e interessante. Quando mi sono congedato da Charlie sono stato fermato nuovamente da un negro che mi ha chiesto se volessi entrare in un locale, ma io gli ho risposto: “I’m from Italy, I know how it works”. Questo tizio ha sorriso e poi mi ha dato la mano: “Okay man, take care”. In realtà la mia nazionalità non c’entra nulla, la street knowledge ormai la si può ricavare estrapolando le parti autentiche da determinate forme di intrattenimento che si occupano di temi del genere e dalla cronaca nera sia nazionale che internazionale di cui sono sempre stato un po’ appassionato; questo è il caso di dire che tutto il mondo è paese. A parte le storie di qualche gangster della domenica, ogni giorno che passa trovo Tokyo sempre più bella e piacevole da vivere.

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