Qualche sera fa ho visto “Good Will Hunting” e l’ho apprezzato per buona parte della sua durata. Il film sotto certi aspetti mi ha ricordato “Scoprendo Forrester” (che è uscito tre anni dopo) e ovviamente “L’attimo Fuggente”. Probabilmente non riguarderò mai questa pellicola, tuttavia rivedrò volentieri un suo spezzone in cui Robin Williams parla al protagonista dando vita a quello che io ritengo il momento più alto di questa storia; si tratta di alcuni minuti che a mio avviso da soli valgono la visione di tutto il film. Mi auguro che il video sottostante non venga eliminato da YouTube affinché possa rivederlo in futuro senza doverlo appuntare nuovamente.
Qualche notte fa ho visto “La forza della mente”, il cui titolo originale è “Wit”. Il film inizia con la seguente frase: “Lei ha un cancro”. Il ruolo della protagonista è affidato a Emma Thompson che interpreta brillantemente un’insegnante universitaria di nome Vivian alla quale viene diagnosticato un cancro alle ovaie. Vivian si rivolge direttamente allo spettatore da un letto d’ospedale e parla della sua malattia intercalandone la descrizione con ricordi e citazioni letterarie, ma trova spazio anche per l’ironia che a mio avviso non risulta affatto fuori luogo poiché arricchisce la potenza emotiva della storia. Le inquadrature sono abbastanza statiche e ci sono molti primi piani che secondo me esaltano le capacità recitative di Emma Thompson. Devo ammettere che alcune scene sono toccanti e ritengo che tutto il film sia un pugno nello stomaco, nel senso buono, ovviamente. Mi piacciono i lungometraggi che hanno come tema una malattia terminale perché mi spingono a riflettere su evenienze tetre a cui nessuno è sicuro di sfuggire; la trattazione di un argomento del genere può portare con facilità a un risultato banale, ma questo non è il caso di “Wit” che a mio avviso perde un po’ del suo spessore soltanto nel finale, quando ormai lo spettatore (almeno nel mio caso) ha già tratto le proprie conclusioni. Su questo tema ricordo l’eccellente documentario “Near Death” di Frederick Wiseman che vidi due anni fa e di cui annotai qualcosa su queste pagine. Recentemente di Wiseman ho visto anche “Public Housing”, un documentario di dodici anni fa incentrato su una comunità prevalentemente afroamericana che viveva in un complesso di case popolari a Chicago. Sul tema del cancro ho provato a guardare anche un altro film, “La Mia Vita Senza di Me”, di Isabel Coixet, ma non sono riuscito a vederlo per intero perché mi ha annoiato terribilmente e l’ho trovato troppo piatto per i miei gusti.
Mi sento ritardato ogniqualvolta io mi trovi ad appuntare le mie impressioni su un film. Il mio interesse per il cinema è sempre stato moderato e non ho mai cercato di intensificarlo, ma è il mio modo di scriverne che mi lascia perplesso. Qualche giorno fa ho visto questa pellicola che prende il nome dal regista statunitense di cui narra la vita professionale. Ed Wood è considerato il director peggiore che sia mai esistito e la sua inettitudine cinematografica è testimoniata ancora dai b-movies che ha lasciato in eredità al genere umano prima di affogare nell’alcol, ma proprio queste opere di scarso valore lo hanno reso così speciale. Questo è il primo film con Johnny Depp che sono riuscito a vedere per intero e devo ammettere che la sua interpretazione mi è piaciuta molto, inoltre ho avuto la possibilità di scoprire la figura di Bela Lugosi che è rappresentata in modo stupefacente da Martin Landau. Nel cast compare anche Sarah Jessica Parker che io ricordo sempre per “Sex and The City” e per un altro teen movie di cui non ricordo il nome e nel quale recitava accanto a Helen Hunt. Per quanto mi riguarda “Ed Wood” è un bel film che non fa pesare affatto le due ore della sua durata e dai riconoscimenti che ha ricevuto pare che io non sia il solo a pensarla in questo modo. Ritengo che l’uso del bianco e nero sia stata un’ottima scelta per ricreare con maggiore fedeltà l’atmosfera originale in cui Ed Wood ha partorito gli obbrobri che in seguito sono stati rivalutati. Pare che con il tempo i b-movies acquistino valore e anche in Italia è accaduto qualcosa del genere con il revival dei film in cui figuravano Alvaro Vitali, la Fenech, Gloria Guida, Lino Banfi, Abatantuono, Mario Brega e tutti coloro che hanno fatto parte (alcuni non esclusivamente) del cosiddetto cinema di second’ordine.

Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera
Inviato sabato 8 marzo 2008 alle 15:15 da FrancescoDue settimane fa ho deciso di guardare un altro film di Kim Ki-duk e sono incappato in “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera”. Lo stile poetico del regista coreano mi ha incantato anche in questa occasione. Le scene parlano da sole grazie a una fotografia stupenda mentre i dialoghi sono pochi e si amalgamano bene con il resto. La storia si svolge prevalentemente sopra un piccolo tempio che galleggia in mezzo a un lago e questa scelta scenografica mi ha ricordato un altro film di Kim Ki-duk, ovvero “L’arco”. Il tempio galleggiante è abitato da un monaco e da un bambino e il plot si snoda attorno alle fasi della vita di quest’ultimo. Durante l’adolescenza il protagonista conosce una ragazza che viene portata al tempio per guarire da una malattia. Credo che la presenza femminile sottolinei la debolezza della carne di fronte alla possibilità di una passione fatua prima ancora che essa si concretizzi. La giovane cambia radicalmente la condotta del suo coetaneo, ma non intacca minimamente il comportamento ascetico del monaco che a mio avviso rappresenta l’ambizione inconscia dell’allievo. Il film è inframmezzato da una ritualistica poetica che si sposa in modo suggestivo con l’ambiente circostante. Suppongo che il titolo di questa opera di Kim Ki-duk sia una metafora dell’esistenza per descrivere l’evoluzione di un uomo nel corso delle sue stagioni. Amo questo tipo di cinema e penso che abbia degli effetti positivi sulla mia sensibilità, ma ogni tanto me ne allontano per ritrovarlo in seguito con più piacere.

Qualche ora fa ho visto l’ultima parte della trilogia dei colori di Krzysztof Kie?lowsk e mi è sembrata un’ottima conclusione. La protagonista è una studentessa di nome Valentine che vive da sola e lavora come modella. La giovane ha una relazione con un uomo che si trova all’estero con il quale scambia quotidianamente delle telefonate pregne di gelosia. Il film entra nel vivo quando Valentine incontra la figura enigmatica di un uomo anziano che vive in solitudine. Il vecchio in questione è un giudice in pensione che trascorre le sue giornate a spiare le conversazioni telefoniche dei vicini e si rapporta con Valentine in un modo misterioso che a tratti diventa divinatorio. Gli eventi si succedono con un ritmo perfetto e sono adornati da elementi ricorsivi che aggiungono un po’ di stupore alle sequenze. Il film non termina in maniera autoreferenziale, infatti il finale si lega anche i ai capitoli precedenti e sintetizza uno dei significati della trilogia prima che compaiano i titoli di coda. I tre colori di Kie?lowsk hanno dipinto alcuni dei miei pomeriggi grigi e mi hanno portato a riflettere sulla vita da un punto di vista che poggia sul destino e sul fatalismo, ma ho preso in esame questa prospettiva senza accettare completamente le comodità stupide e nocive della presunta ineluttabilità degli eventi.
Lo scorso pomeriggio ho visto il secondo capitolo della trilogia dei colori di Krzysztof Kie?lowski. Il film inizia in Francia, ma dopo l’introduzione dei personaggi principali si sposta in Polonia. Il protagonista è un parrucchiere polacco di nome Karol che si trova in Francia per amore, ma presto sua moglie Dominique, interpretata da una strepitosa Julie Delpy, lo lascia e a seguito di questo abbandono lui cade in disgrazia. Le sequenze della separazione tra Karol e la sua consorte mi sono sembrate ricche di pathos. Quando il parossismo svanisce dalle scene iniziali un nuovo personaggio di nome Mikolaj compare nella storia e contribuisce a mantenere costante il ritmo dello svolgimento dei fatti. Si avvicendano situazioni grottesche e scene quotidiane nel corso del film e credo che il finale pirandelliano sia stupefacente. Mi sembra che in “Tre Colori: Film Bianco” la regia indugi meno sui dettagli rispetto al primo episodio di questa trilogia dei colori, ma penso che riesca a mantenere inalterata l’efficienza narrativa della fotografia. Trovo che sia straordinario il modo in cui certi aspetti ordinari dell’umanità possano essere descritti senza procedure prevedibili e senza forzature per evitarle. Anche in questa occasione Julie Delpy mi è sembrata eccezionale per la sua espressività e ormai posso considerarla la mia attrice preferita dato che ho avuto il piacere di apprezzarla moltissimo in altre opere: “Prima dell’Alba”, “Prima del Tramonto” e “Delitto & Castigo”. Inoltre ho guardato con entusiasmo anche il suo cameo animato in “Waking Life”.

Ieri notte ho visto il primo film della trilogia dei colori di Krzysztof Kie?lowski e sono rimasto piacevolmente colpito dalla sua portata drammatica. La protagonista è una donna che sopravvive a un incidente stradale nel quale muoiono suo marito e sua figlia. L’eterogeneità delle riprese sottolinea la complessità drammatica della storia e contribuisce a delineare la crisi esistenziale della protagonista. Ho apprezzato molto le scene statiche e l’insistenza della regia su alcuni dettagli che insieme a una serie di dialoghi brillanti mettono in luce il rapido avvicendamento delle emozioni contrastanti della vedova trentenne. Comportamenti isterici e autolesionisti, riflessioni e fobie colmano buona parte delle sequenze, ma c’è anche spazio per un po’ di dolcezza. Il marito della protagonista era un compositore di fama internazionale e una sua opera incompiuta ricorre più volte nel frequente simbolismo che è incentrato sul concetto della perdita. Trovo che questo film a causa della sua forte componente musicale sia una sinfonia del dolore in una quotidianità verosimile che ai miei occhi appare convincente e coinvolgente. Non avevo mai assistito a una rappresentazione della sofferenza umana così viscerale come quella che è contenuta in “Tre Colori: Film Blu” la cui visione mi ha iniettato una tristezza autentica. Non sono un cineasta né un cinefilo, ma la recitazione di Juliette Binoche ha coinvolto il mio occhio spartano dall’inizio alla fine e ho trovato perfetto l’equilibrio tra la sua sensualità e l’utilizzo centellinato di quest’ultima con il tema dell’opera.
È da molto tempo che non annoto qualche impressione sulle mie visioni cinematografiche. Ieri mattina ho visto “L’arco”, un film di Kim Ki-Duk. Tutta la storia si svolge su una barca che si trova a largo di Seoul. Il natante appartiene a un vecchio uomo che lo divide con una ragazzina da dieci anni: quando lui l’ha trovata lei aveva sei anni e l’ha portata a vivere con sé. Il film è caratterizzato da molti silenzi, i dialoghi sono rari ed essenziali, ma le immagini parlano da sole. L’anziano per guadagnarsi da vivere offre la sua barca ai pescatori che lui stesso va a prendere e riporta a terra con un’imbarcazione più piccola. La ragazzina ha un viso molto espressivo e innocente. Il vecchio possiede un arco che usa nei modi più disparati e uno di questi è una strana divinazione che a me è parsa molto poetica. Quando qualcuno chiede al vecchio di leggergli il futuro la ragazzina si accomoda su un’altalena che rasenta l’acqua, lui invece si posiziona sull’imbarcazione minore e scocca le frecce sul fianco della barca sul quale è rappresentato un Buddha mentre lei dondola sorridendo. Trovo che “L’arco” sia un capolavoro di immagini e sentimenti conflittuali. Prima di questo film non avevo mai avuto modo di saggiare lo stile di Kim Ki-Duk e mi riprometto di guardare altre delle sue pellicole perché la solennità delle sue riprese mi ha coinvolto profondamente.

Qualche notte fa ho visto “Tokyo Decadence”, un film del 1991 che narra le vicende di una prostituta di alto borgo. Questa pellicola, basata su un romanzo, non mi è piaciuta e mi ha annoiato per buona parte della sua durata. Trovo che il ritmo sia eccessivamente lento e credo che l’insistenza sulle scene di parafilia, che si susseguono una dopo l’altra, sortisca un effetto soporifero. Il simbolismo di questo film non mi ha entusiasmato e anche i passaggi più crudi non mi hanno colpito. Una delle poche note positive di questo “Tokyo Decadence” è la sega che sono miracolosamente riuscito a spararmi grazie al pathos erotico di una delle tante scene di sesso. Credo che l’interpretazione di Miho Nikaido, che veste i panni della protagonista, Ai, una ragazza fragile, sottomessa, timida, e ossessionata dalla perdita del suo amore, sia l’aspetto migliore di questa fatica di Ryu Murakami. Penso che alla base del mio giudizio negativo ci siano delle aspettative eccessive per questi novanta minuti che hanno l’ambizione di descrivere il degrado morale della capitale nipponica. Mi attendevo un forte impatto emotivo, simile a quello che ho ricevuto da “Tokyo Fist”, che ho già commentato superficialmente su queste pagine, e di “Bullet Ballet”, di cui invece non ho mai fatto cenno su questo spazio virtuale, ma alla fine della visione ho provato solo una fastidiosa sensazione di incompiutezza.
Tre notti fa ho avuto il piacere di guardare questo film atipico. “84 Charlie Mopic” è stato girato come un documentario, ma non lo è. Credo che la vera protagonista di questa storia sia la cinepresa del cameraman che segue un esiguo gruppo di soldati statunitensi impegnati in Vietnam, infatti le riprese dell’intero film sono state effettuate come se il cineoperatore si trovasse veramente in mezzo a delle azioni di guerra. Ho apprezzato molto lo stile utilizzato da Patrick Sheane Duncan (il regista del film) e spero di rimediare qualche altra opera realizzata allo stesso modo. Il ritmo tra una scena e l’altra non cala mai fino alla fine e mette in mostra il perfetto equilibrio tra momenti di azioni crude e riflessioni nichilistiche che si alternano per un’ora e mezza. Ho notato alcune analogie tra “I Guerrieri della Palude Silenziosa” e “84 Charlie Mopic”, ma preferisco decisamente il secondo. Tra i vari personaggi mi ha colpito molto il sergente O’Donigan, OD per i suoi compagni e per gli spettatori. OD è un afroamericano duro, poco propenso a parlare, ma con una forte attitudine al comando, infatti è lui che guida il gruppo formato da Cracker, Pretty Boy, Hammer, Easy, il sottotenente Drewry e ovviamente Mopic. Cito un passaggio del film in lingua originale che mi ha strappato una risata: “Jingle bells, mortar shells, VC in the grass, you can take your Merry Christmas and stick it up your ass”. Una nota: “VC” sta per vietcong. Negli ultimi giorni ho scartato diversi film poliziotteschi e dato che non ne posso più della leggendaria faccia di Maurizio Merli credo che sposterò il mio interesse cinematografico verso i film di guerra.


