19
Feb

Archivio onirico: sogno n° 30

Inviato mercoledì 19 Febbraio 2020 alle 14:23 da Francesco

Stanotte ho vissuto un sogno molto intenso. Mi ritrovo in una stanza simile alla mia, ma sono ospite di una famiglia meridionale. Vicino a me siede una ragazza dai capelli corvini che identifico subito con una vecchia conoscenza: oltre a noi due vi sono anche sua sorella e suo fratello.
La ragazza è ostile nei miei confronti, insofferente, e assume comportamenti bizzarri, come se fosse posseduta. D’un tratto parlo di questa situazione a sua sorella e poi a suo fratello che invece si dimostrano pacati e ragionevoli, mentre lei nel frattempo si fa sempre più aggressiva.
A un certo punto il sogno cambia e si susseguono delle immagini che mostrano la ragazza nel pieno di vari amplessi, ma in quelle scene pornografiche percepisco la stessa forma di disprezzo nei miei confronti che già avevo avvertito all’inizio. Alla fine la sequenza lasciva cessa e io mi ritrovo all’esterno, ma non riesco a capire se sia sera o se siano imminenti le prime luci del giorno: questo è l’ultimo particolare che ricordo.

La spiegazione di questo sogno può essere ricondotta ancora una volta a quelle istanze che respingo dalla vita vigile, ma di cui quella inconscia non può sbarazzarsi. Si tratta della perpetua mancanza nella mia esistenza di relazioni sentimentali e di una profonda reciprocità con un altro essere umano, perciò ciclicamente tale condizione riaffiora nottetempo per chiedere udienza.
Questo movimento onirico mi ricorda quelli sistolici e diastolici, paragone che si presta anche a una metafora melensa, perciò non ci trovo niente di preoccupante. È normale amministrazione, il consueto via vai di pulsioni naturali e razionalità.

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12
Feb

I consueti limiti della specie

Inviato mercoledì 12 Febbraio 2020 alle 23:56 da Francesco

Non ho ragioni apparenti per cercarne di sostanziali e dunque mi oriento al di là di certe premesse che si legano alle loro naturali conseguenze. Attorno a me percepisco la vacuità di ogni linguaggio e la profonda incomunicabilità che caratterizza ogni tentativo dialogico.
Le parole non riescono a sostenere il peso di ciò che rappresentano e non di rado le reciproche incomprensioni risultano la massima espressione di una velleitaria autenticità. Secondo me i silenzi sono gli unici depositari delle domande e delle risposte a cui ognuno può accedere soltanto dentro di sé. Scrivo per me stesso e a me stesso parlo poiché le mie frasi non potrebbero raggiungere nessun altro neanche se fossero diffuse a reti unificate. Riconosco ovunque il dominio del soliloquio, anche quando presto attenzione ai miei interlocutori e sulla base di quest’ultima fornisco poi uno spontaneo contributo alla conversazione, ma ai miei occhi e alle mie orecchie la questione si risolve quasi sempre in un gioco di ruolo. Non mi disturbano simili dinamiche, anzi, talora sono contento di prendervi parte per mero diletto, come una serata in un luna park, però cerco di soppesarle per quello che sono, ovvero poca cosa, e quindi non mi aspetto nulla di quanto possono millantare.
Trovo che le speranze siano piuttosto ingombranti e, per mia somma fortuna, non so neanche se me ne sia rimasta qualcuna incastrata nel recente passato. Cerco di vivere con la maggiore leggerezza possibile, a volte come in uno stato di abbandono sull’orizzonte del fatalismo: in questo modo riesco a regalarmi molti momenti di quiete. Non m’interessa granché la vita altrui in quanto mi bastano i difetti del mio egocentrismo e non intendo farne una collezione. Sono autoreferenziale da molto tempo, ma forse certe cose sarebbe andate meglio se avessi cominciato da quand’ero in fasce. Talora l’esperienza è una insegnante tardiva e la sua supplente, l’intuizione, non si dimostra sempre pronta a subentrarle.

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3
Feb

Maratona della Maga Circe

Inviato lunedì 3 Febbraio 2020 alle 23:37 da Francesco

Sabato a Sabaudia: fine dell’allitterazione. Domenica nell’Agro Pontino ho preso parte alla prima edizione della Maratona della Maga Circe e l’ho chiusa al secondo posto in 2 ore, 47 minuti e 40 secondi. Quinto podio sulla distanza, ventiduesima maratona sotto le 2 ore e 50 minuti, trentaduesima su trentadue sotto le tre ore.
Il mio obiettivo era quello tornare a correre almeno sotto le 2 ore e 45 minuti, ma il percorso si è rivelato più muscolare di quanto mi aspettassi. Per fortuna Circe non ha invitato Eolo e difatti il vento è stato un assente ampiamente giustificato. Ho cercato di fare una gara in progressione e ho raggiunto il terzo attorno al ventesimo chilometro. Da lontano vedevo l’immenso Giorgio Calcaterra e fino al trentaduesimo chilometro ho provato ad avvicinarlo, ma poi lui ha fatto un cambio di passo magistrale e si è trasformato in una figura sempre più indefinita e lontana: alla fine gli ho detto che anch’io facevo il tifo per lui!
Al trentacinquesimo chilometro ho iniziato a rallentare, il trentottesimo l’ho corso addirittura in 4’31” e a un certo punto mi sono quasi rassegnato all’idea di finire fuori dal podio, ma dietro di me il terzo era ancora lontano e non sapevo dove fosse il quarto, perciò in quel momento avevo ancora un buon vantaggio da gestire. A un certo punto mi sono detto: “Rifiato fino al quarantesimo e cerco di spingere gli ultimi due chilometri”. E così negli ultimi duemila metri ho sofferto come un cane e ho provato a dare tutto quel poco che mi rimaneva.   
Una volta giunto al traguardo ho fatto qualche altro passo in avanti per non ingombrare l’arrivo e poi mi sono disteso sull’asfalto per almeno cinque minuti. Avevo i quadricipiti che chiedevano pietà. Poche altre volte sono stato al contempo così esausto e contento.
Non è stata la mia gara migliore, ho gestito malino le energie, in certi punti ho osato troppo e non sono riuscito a spingere nel finale, però ci ho messo davvero tanto cuore e devo confessare che alla fine un moto di commozione l’ho avuto anche se me lo sono tenuto dentro.
Condividere il podio con il mio idolo, il mio punto di riferimento, è già uno dei ricordi più belli che mi accompagnerà fino alla fine dei miei giorni: di ciò sono certo.

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