30
Ott

Vittorie e sconfitte

Inviato domenica 30 Ottobre 2016 alle 19:30 da Francesco

Non cerco di guardarmi da fuori per il solo gusto di ricavarne un autoritratto contemplativo, ma compio un tale sforzo per capire i miei processi interiori da una posizione che si dimostri quanto più possibile terza. Questo mio modus operandi va avanti da anni e malgrado i naturali incidenti di percorso devo ammettere che la mia vocazione introspettiva mi ha giovato sommamente.
Nell’ultimo periodo mi s’è ripresentata la ciclica questione dell’affettività, ma d’altro canto so che si tratta di un problema con cui devo convivere. Anche in me sussiste l’esigenza di reciprocità e mutua intesa, però questa a intervalli più o meno regolari si scontra con l’impossibilità della sua concretizzazione nella realtà e l’impatto che ne segue provoca immancabilmente delle scosse telluriche di cui i sismografi non dànno conto. In un modo o nell’altro ho sempre avuto ragione della malinconia e i rapidi passaggi di quest’ultima sulla mia esistenza non mi hanno mai ridotto in schiavitù, tuttavia alcuni momenti sono più difficili da superare rispetto ad altri.
C’è una sfida allettante nelle ombre più dense di certi frangenti dell’esistenza ed è come se un lontano richiamo destasse degli archetipi sì assopiti, ma sempre presenti. La parte più difficile di una sfida del genere è il riconoscimento di questa come tale, ma io posso squarciare il velo di Maya a sciabolate perché l’ho già fatto in passato. Mi basta scrivere queste parole per darmi il coraggio e l’incitamento che altrimenti non potrei ricevere da niente né da nessuno. Anche se il tempo passa io proprio come lui non posso tirarmi indietro. Devo chiudermi ancora un po’ di più in me stesso per poi ritornare ad aprirmi o, almeno, per rendere le mie aperture un’opzione percorribile in eventuali circostanze di un avvenire altrettanto incerto.
Sono sicuro che il mio sarà un inverno rigidissimo, al di là di quello che diranno i termometri o la clemenza di una stagione che non è più quella che fu. Anch’io non sono più quello che ero e chissà se un domani tornerò a essere ciò che ora sono. Non so come si chiudano i cerchi né se il tempo abbia la loro forma.

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27
Ott

Un po’ di comprensibile e incomodo sconforto

Inviato giovedì 27 Ottobre 2016 alle 03:28 da Francesco

È tarda notte e piove a dirotto come prevede la più scontata delle sceneggiature. Sono un po’  giù di morale e a ragion veduta, perciò ascolto un vecchio disco di Shawn Phillips che si chiama “Second Contribution” e intanto scrivo per medicare le mie ferite interiori.
Talvolta mi sento del tutto disarmato dinanzi al ciclico ripresentarsi di certe dinamiche, come se io scadessi davvero nella coazione a ripetere, ma non capisco mai quando e come avrei potuto imprimere un altro corso agli eventi. Altrove la terra trema e gli edifici crollano, invece dentro di me non sento scossa alcuna e non c’è nulla da abbattere perché nulla vi ho mai costruito, però la vita è fatta anche di silenzi e solitudini imperiture così come i deserti hanno il loro spazio su questo pianeta. Ormai ho sviluppato gli anticorpi per delle malattie a cui sono immune, tuttavia ancor mi beo d’un po’ di malinconia che in questa notte minacciosa e ferale scorre a fiumi.
Provo una sensazione agrodolce che in parte mi piace, ma questa non dipende affatto da quello che ho mangiato ieri sera in una bettola cinese ed è invece qualcosa che ho già esperito prima. Dieci anni fa uscivo spesso la notte per lunghe e solitarie camminate tra strade vuote che per me sono sempre rimaste tali anche di giorno. A un certo punto ho smesso di camminare e così ho cominciato a correre, ma alla fine ho superato anche le mie ombre e così, al posto delle strade già vuote, mi sono ritrovato al cospetto della desolazione.
Credo che sia sottovalutata la valenza sociale dei propri fantasmi, però è giusto che anch’essi godano di uno spettrale e meritato trattamento pensionistico. Non me la passo male e non mi posso lamentare di nulla, ma sarei disonesto se non ammettessi come anche in me ancora viva l’intramontabile desiderio di sentirmi al primo posto per una donna, e di sicuro non per la corona d’alloro ancorché questa abbia un suo fascino. Ogni tanto mi stupisco di come certe speranze sopravvivano al tempo e alla volontà di sradicarle, ma forse aveva ragione Battiato in un suo successo di parecchi anni fa: “I desideri non invecchiano quasi mai con l’età”.
Non mi resta altro che avanzare nel tempo mentre quest’ultimo procede contro di me presso il tribunale delle possibilità. Di certo non mi faccio trascinare dagli eventi e non mi reco alla deriva per conto di altri, ma è giusto che io dia voce (benché scritta) a questo mio umore passeggero.

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23
Ott

Greg Howe e Stu Hamm a Roma

Inviato domenica 23 Ottobre 2016 alle 15:59 da Francesco

Venerdì mi sono recato nella capitale per un grande concerto fusion di Greg Howe con Stuart Hamm! Il secondo lo avevo già visto alcuni anni fa con Frank Gambale sempre nei dintorni della città eterna. Quest’evento è stata anche una buona occasione per condividere il tragitto con un altro appassionato di virtuosi: era da molto tempo che non andavo a un concerto con qualcuno. L’esibizione è stata fortissima e Stu Hamm è davvero un bassista fenomenale, ma anche Greg Howe è un chitarrista fuori dal comune e insieme all’ex batterista dei Flower Kings hanno dato sfoggio tanto di tecnica quanto di gusto. Prima di questo fantastico trio ha suonato un bel duo che tuttavia non mi ha rapito particolarmente e poi un chitarrista acustico, Jeff Aug, che invece mi è piaciuto molto. Ho visto tanti chitarristi superlativi negli ultimi dieci anni e adesso posso aggiungere Greg Howe alla mia scuderia che è composta da Allan Holdsworth, John McLaughlin, Mike Stern, Andy Timmons, Frank Gambale, Ralph Towner, Kiko Loureiro, Guthrie Govan, Neil Zaza e Vinnie Moore, ma suppongo che me ne sia dimenticato qualcuno e di certo qualcun altro manca ancora all’appello. D’altro canto il tempo passa, i concerti si accavallano e così il bagaglio di buone vibrazioni s’incrementa nella perenne positività della sua indefessa eco.

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18
Ott

Parma Marathon, prima edizione

Inviato martedì 18 Ottobre 2016 alle 13:27 da Francesco

Sabato ho attraversato per l’ennesima volta una parte d’Italia da solo e con la mia auto sono arrivato in quel di Parma per prendere parte l’indomani alla prima edizione della maratona cittadina, una gara organizzata bene che ho completato in 2h55’11”, il mio secondo miglior tempo di sempre sulla distanza regina. Mi sono classificato undicesimo assoluto su novecento arrivati e secondo di categoria: un ottimo piazzamento che non avevo mai conseguito prima.
Le gambe non hanno girato a pieno regime, tuttavia i primi ventiseimila metri se ne sono andati tranquillamente. Ho bevuto mezzo bicchiere d’acqua al ristoro del trentesimo chilometro e un altro mezzo al ristoro del trentacinquesimo.
Avevo con me due gel che non ho usato perché ho avvertito un disturbo allo stomaco e quindi, per non rischiare una crisi, ho corso senza altra integrazione che la suddetta H²O.
Ho affrontato interi tratti della gara da solo, più distante dal gruppo degli inseguitori che da quello di cui vedevo le schiene, però la tenuta mentale è stata buona e l’ultimo sorpasso l’ho effettuato a metà del quarantesimo chilometro.
Sono soddisfatto perché nell’arco di due settimane sono riuscito a correre due maratone sotto le tre ore e la seconda meglio della prima. Ho preparato entrambe le gare senza lavori specifici per la velocità, ma solo con degli allenamenti medi e lunghi.
Sono l’allenatore di me stesso e ho dei metodi poco ortodossi, ma per come sono fatto non conosco un altro approccio possibile da parte mia a questa disciplina.
Da una libreria del centro di Parma ho acquistato "L’essere e il nulla" di Sartre che sarà oggetto di mie future, doverose ed esistenzialistiche letture.

Questi i miei intertempi:
10KM: 41’29"
Mezza maratona: 1h27’20"
30KM: 2h01’56"

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12
Ott

In confidenza

Inviato mercoledì 12 Ottobre 2016 alle 00:58 da Francesco

Qualcosa d’inaspettato mi pervade in questa notte d’autunno e anche per me si chiude da solo un capitolo che non è mai stato aperto. Non mi riapproprio di nulla, ma accolgo dal suo letargo il mio spirito più affine: è un gioco di scatole cinesi, una sovrapposizione di intenti spontanei.
Tutto è com’era e non posso neanche scrivere di un’avvenuta trasformazione né di un ripetersi degli eventi poiché invero finanche tutte le virgole sono rimaste al loro posto: inveterata fedeltà allo status quo. Mi chiedo chi sono e non posso che domandarlo a me stesso, ma qualche volta vorrei che il mio volto fosse quello di Giano per interloquire con qualcuno di mia conoscenza.
Esisto benché nessuno se ne avveda e per fortuna il mio tempo non cerca il proprio significato in ragioni eteronome. M’è dato di guardare verso ciò che crolla e ciò che emerge: perciò di volta in volta assisto ai disastri compiuti e a quelli solo annunciati. È nella piena lontananza che vedo sotto la più vera delle luci ciò che comunque non è mai in ombra. Avanzo nel tempo perché esso stesso mi avanza. Mi chiedo se esista davvero un luogo natio che non sia quello di cui le carte d’identità e i passaporti dànno notizia; un luogo primigenio al quale tributare la più incerta delle nostalgie. La fine non mi spaventa e l’inizio è già passato, perciò non posso che augurarmi un buon proseguimento. S’alimenta di piccole e grandi ambizioni il fuoco dell’avvenire (il sol invece è tramontato da quel dì), ma la stasi stessa è un’ambizione di un certo ordine: esiste una fuga dalla ragion d’essere? Qualcuno scriveva e parlava di slancio vitale, laggiù tra il diciannovesimo secolo e quello che venne dopo, ma non si può ragionare con un moto irrazionale e allora non ci resta che piangere. Non amo il plurale maiestatis e vi ricorro solo per fare ironia di terz’ordine a cui solo io, unico presente, sorrido con gusto. Rispondo all’appello e sul resto taccio.

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6
Ott

Turin Marathon 2016

Inviato giovedì 6 Ottobre 2016 alle 14:15 da Francesco

Domenica ho corso la maratona di Torino che valeva anche come campionato mondiale militare e campionato italiano interforze, perciò vi si respirava un clima solenne. Quando sono andato a ritirare il mio pettorale, il giorno prima della partenza, ho assistito anche alla sfilata degli atleti che l’indomani si sarebbero dati battaglia per il summenzionato titolo del mondo. 
La mia è stata una gara senza infamia e senza gloria, tuttavia posso ritenermene soddisfatto. Sono partito forte perché le sensazioni erano buone, di conseguenza mi sono attestato su un passo di poco inferiore ai quattro minuti al chilometro e fino al trentatreesimo ho mantenuto una media di quattro minuti netti, ma poco dopo quest’ultima frazione ho sentito una fitta al fianco destro: sua maestà il fegato! Ho camminato per almeno tre minuti, ho fatto dei respiri profondi e alla fine ho ripreso a correre con l’intenzione di giungere comunque al traguardo sotto le tre ore: in qualche modo ci sono riuscito! Suppongo che la mia crisi sia scaturita dal mio approccio aggressivo che si è scontrato con il caldo della seconda metà di gara e con un tracciato un po’ ostico ancorché non durissimo. Ho tagliato il traguardo in 2 ore, 58 minuti e 58 secondi, così mi sono classificato centotredicesimo e quinto di categoria.
Anche questa mia sesta maratona l’ho conclusa sotto le tre ore, perciò sono contento perché non è da tutti gli amatori l’abbattimento regolare di questo muro psicologico, ma alcune volte risulta più facile di altre e non escludo che prima o poi io possa sbatterci il muso.
Come premio di categoria ho ricevuto un buono di benzina da venti euro che ho usato subito e una bella felpa. Ho osato e questa volta sotto il profilo cronometrico non è andata benissimo, infatti se avessi distribuito meglio lo sforzo avrei fatto registrare un tempo più basso e mi sarei stancato di meno, però sono davvero felice perché ho recuperato una gara compromessa e ne è uscito un ottimo allenamento in prospettiva di altre maratone.
Ho intenzione di ripetermi a breve e l’altro ieri, appena due giorni dopo la maratona, ho sciolto un po’ le gambe con venti chilometri e mezzo a 4’49” di media: per me, niente male!
Oltre al lato sportivo voglio aprire una parentesi personale. Il mio ritorno nella città sabauda, precisamente il mio secondo soggiorno torinese, mi ha fatto ricordare dei bei momenti che là vi vissi tre anni or sono per conto mio. Sono anche tornato a mangiare nello stesso ristorante giapponese dove cenai la prima volta e ho persino riconosciuto la cameriera che già allora mi servì svogliatamente. Trovo qualcosa di buffo nell’eterno ritorno delle cose. Ad maiora.

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