29
Apr

Altre distanze

Inviato martedì 29 Aprile 2014 alle 07:52 da Francesco

Domenica ho debuttato su quella che per me è una distanza breve, ovvero la mezza maratona. Di norma uso i ventuno chilometri (più alcune centinaia di metri) come allenamento di base ed è raro che in una sessione io corra di meno, tuttavia in futuro apporterò delle modifiche a questa abitudinarietà per compiere degli esperimenti: spero che il mio corpo non se ne abbia a male.  Su 389 atleti che hanno tagliato il traguardo (gli iscritti erano oltre quattrocento) sono arrivato decimo col tempo di 1 ora, 21 minuti e 55 secondi. Ho corso a una media di 3’53” e ho gestito la gara in modo egregio. All’inizio ho trainato un gruppetto dal quale mi sono staccato all’altezza dell’undicesimo chilometro. Durante la parte del percorso che si snodava su una strada bianca (nella pineta della Feniglia) non ho forzato il ritmo e ho aspettato di tornare sull’asfalto prima di lanciare l’attacco ad un drappello che mi precedeva. Sono riuscito a correre gli ultimi chilometri in progressione e ho superato altri quattro atleti, ma uno di questi mi ha recuperato a sua volta negli ultimi trecento metri con un allungo eccezionale: costui mi ha dato due secondi, io invece ne ho dati tre all’undicesimo, perciò si è trattato di un arrivo in volata che mi ha esaltato molto.  Sono soddisfatto del risultato e ho anche guadagnato la medaglia d’argento della mia categoria perché la gara in questione valeva come campionato regionale UISP di mezza maratona. 
Oltre a questo decimo posto, due settimane prima ho partecipato ad uno short trail di 17,5km abbastanza impegnativo, specialmente sul piano muscolare, difatti il percorso prevedeva continui cambi di ritmo, con una dura alternanza di salite e discese: alla fine io sono arrivato nono su 148 e ho gradito la mia prestazione. Sono capace di divertirmi anche su distanze più brevi rispetto a quelle in cui vado a ricercare me stesso, ma ho già in programma un’altra ultramaratona, ovvero un altro viaggio introspettivo nonostante ormai abbia una certa conoscenza dei luoghi dentro e fuori di me. Vivo bei giorni e dormo sonni lieti, perciò mi ringrazio…

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27
Apr

Perfezionamenti postumi

Inviato domenica 27 Aprile 2014 alle 08:16 da Francesco

Anni fa sono stato contattato da una ragazza con cui ho poi dialogato per un certo periodo. In seguito, senza mai muovere il primo passo, ho interloquito vìs-à-vìs con altre esponenti del gentil sesso (ebbene sì, a tanto mi sono spinto!), però non ho approfondito nessuna di queste brevi e sporadiche conoscenze: non c’è mai stata insistenza né da parte mia né dall’altra, come in un tacito accordo di reciproco disinteresse. D’altronde le mie intuizioni sono amorevoli sorelle che talvolta assumono l’aspetto spaventevole delle Erinni.
Di S. ricordo una spiccata identificazione con il mondo della cultura, una voce adatta alle ottave basse e un volto asimmetrico, tuttavia questi elementi non rendono giustizia alla sua figura e io me ne frego: il tema è un altro e le auguro invece che la sua avvenenza sia rimasta la stessa. Lentamente, ma con costanza, prese a maturare in me un certo interesse nei suoi confronti, ma già all’inizio profetizzai quali sarebbero state le sorti di quelle nostre conversazioni e forse fu anche per questo che infine si realizzarono nei tempi e nei modi di un’irreversibile indifferenza. Con S. ho sperimentato per l’ultima volta una forma embrionale di desiderio. Vedevo in lei quello che era veramente? E lei, di sé, vedeva le stesse cose? Qual era la discrepanza tra l’immagine che io mi ero fatto di lei, che lei aveva di sé e quella reale? Lo stesso ordine di domande dovrei porlo anche per il sottoscritto, però i punti interrogativi in questo caso sono gli unici punti fermi. In un tentativo di rappresentazione grafica delle dinamiche di cui sopra sarebbe forse uscito un triangolo equilatero? Non oso immaginare quante spade di Damocle pendano su quegli angoli acuti e stretti che indicano una coppia, come nelle relazioni morbose, simbiotiche, ed entrambi a grande equidistanza dal vertice, ovvero da tutto ciò che è reale nell’altro e passa inosservato. Con S. ho commesso degli errori di forma che a distanza di tempo mi hanno fatto comprendere alcune leggi. Il mio sbaglio più grande è stato quello di specificare ogni cosa, di anticiparla e di prevederne i possibili sviluppi, come se avessi voluto rompere una tradizione e dei riti in nome della ragione, ma in questo caso è stata la paura a guidare il mio raziocinio: paradossale, direi. È troppo facile gettarsi in quel vuoto, al quale  tante parole ho tributato, con la certezza che il paracadute si apra. Ho rotto la magia che permea i silenzi e che ne precede la rottura, per questo il rito non s’è concluso e l’incanto è svanito prima ancora che potesse mostrarsi in pieno. Posso fingere lungimiranza e introspezione dal momento che effettivamente me ne avvalgo in termini solipsistici, ma è nella subordinazione alla paura che si trova la prova stessa di quanto queste pratiche utili e nobili diventino fandonie nelle questioni di cuore.
Ad esempio, in questo scritto ricorro all’introspezione, ma sono in un ambito autoreferenziale e dunque non sono chiamato ad affrontare le istanze contro cui finora ho dimostrato debolezza. Inoltre ho sbagliato a ritenere che certi comportamenti fossero per forza meccanici: la difficoltà a mio avviso sta nel compiere determinate azioni con la consapevolezza di farlo, così da renderle autentiche, come se l’autore fosse in grado di vedere se stesso invece di agire a testa bassa.  Quando S. mi propose di venirmi a trovare io subito frapposi tra me e quell’allettante iniziativa una moltitudine di parole che di fatto negarono l’incontro, perciò disinnescai ogni possibile esito, fosse anche stato un fuoco fatuo o una semplice condivisione di spazio e tempo.
In termini più specifici devo scendere a patti con l’inconscio collettivo. Non posso imporre il mio modus operandi per agire in piena sicurezza, altrimenti la fine sarà sempre la medesima, come nella più classica delle coazioni a ripetere. Ci sono riti a cui non posso sottrarmi qualora voglia davvero attuare un passaggio da me ad un’altra persona, perciò tutto dipende dal sottoscritto e questa consapevolezza mi solleva dall’onere di cercare al di fuori di me l’errore di fondo: non è un vantaggio di poco conto e chissà, forse già di per sé vale una vita intera.

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20
Apr

Cromie e cronologie

Inviato domenica 20 Aprile 2014 alle 07:53 da Francesco

In questa domenica di blande crocefissioni io voglio offrirmi al sole e alla prossimità delle acque marine. Mi accorgo di vivere bene allorché la mia percezione del tempo rallenta sensibilmente e questa circostanza è del tutto opposta a svariate testimonianze che ho raccolto in proposito. Quando ero bambino in effetti mi pareva che il divertimento accelerasse le ore e talvolta invece che terrestri i giorni mi parevano brevi come quelli di Giove, nondimeno il senso di oppressione di quell’epoca mi offre ancor oggi un’altra analogia col gigante gassoso: la sua forza di gravità. Fino all’adolescenza ho sofferto lunghi periodi di noia, tuttavia dalle prime introspezioni in poi è scemata sempre di più e infine si è estinta. Suppongo allora che la percezione del tempo in certi stati emotivi non dipenda in primo luogo da questi, ma dallo sfondo esistenziale su cui pulsano. Quante gradazioni può avere lo stesso sprazzo di felicità? E ognuna di queste dipende soltanto dallo stato generale dell’individuo, e dunque dal suo vissuto, o intervengono altre variabili?
Per fortuna non devo compiere ricerche che accrescano lo scibile umano o che soddisfino le mie ambizioni, e d’altronde non ne sarei neanche in grado, di conseguenza sono io l’unico oggetto delle mie speculazioni. Il rallentamento della mia percezione del tempo in presenza di emozioni piacevoli immagino che sia dovuto ad uno stato generale piuttosto favorevole, una condizione quest’ultima che non s’è mai radicata nel passato di cui sopra: tanto semplice quanto plausibile. In queste considerazioni ravviso un po’ di banalità malcelata, ma è l’utilità schematica che mi dà modo di tollerarne i passaggi più scontati. Al di là d’un linguaggio così freddo, quasi disincantato e autoptico, l’importante non è ciò che scrivo, bensì quello che provo e di cui puntualmente non sono in grado di rendere l’idea. D’altronde, se fossi bravo a spiegarmi, a quest’ora batterei sulla tastiera con più cautela per il timore di svegliare qualcuno: c’est la vie.

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16
Apr

Esercizio di stile

Inviato mercoledì 16 Aprile 2014 alle 07:39 da Francesco

Avrei avuto qualche angoscia in meno se, anni or sono, la Pizia di Delfi mi avesse dato contezza della tranquillità con cui oggi procedo verso la mia terza decade.
Credo che un’esatta lettura del passato ridimensioni quelle piccolezze che un tempo parevano attentare alla vita stessa. C’è chi soccombe alla nostalgia, specialmente nelle ore in cui gli occhi dovrebbero chiudersi per sospendere lo stato di coscienza, e così i fantasmi restano ipertrofici. Non posso salvare nessuno da se stesso e, per quanto mi riguarda, un legame profondo non può che ingenerarsi tra i sopravvissuti di Mnemosine: io sono dispensato dal dovere di piacere a tutti i costi perché so che basta un cenno per riconoscersi e il resto non è di mia competenza. Sono in grado di correre cento chilometri, ma non sono capace di fare il primo passo e questa inadempienza seduttiva è spesso fraintesa come anaffettività, superbia, distacco atarassico: è invece tutt’altra cosa e in tanti altri modi ancora si presta alle incomprensioni più fantasiose. Chissà io quante volte ho interpretato male certi atteggiamenti: succede e di fatto nulla cambia. Nell’aria avverto la stramba convinzione che il valore di una vita si misuri con le attenzioni che le sono tributate ed è così che molti microcosmi restano inesplorati, ma anche l’oblio fa parte del tutto e talvolta la dimenticanza non ha né inizio né fine. Non posso confrontarmi con chi non ha dimestichezza col vuoto perché se lo facessi finirei per crearne di minori, di questo sono sicuro. Le parole cadono su loro stesse, le pose si ripetono come in un immobile parossismo, e via con la guerra degli ossimori senza l’accordo dei contrari. Gli autoritratti digitali, ribattezzati con un anglicismo, sono chiamati a convogliare forze d’attrazione, oberati dalle aspettative dell’ipnosi e sottoposti a prospettive precise, ma non ci vedo nulla di male perché ogni epoca ha i suoi vezzi e talvolta io stesso sconfino in campi altrettanto vanesi. Le critiche passano come le mode a cui si rivolgono e io non posso fare altro che passarci attraverso o esserne un convinto autore, ma né in un caso né nell’altro si sposta una virgola della realtà: tutto rimane al grado di fonazione. 

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11
Apr

Bivio

Inviato venerdì 11 Aprile 2014 alle 07:21 da Francesco

Quasi per caso, dopo mesi di scarso interesse per la lettura, ho ripreso in mano un libricino del dottor Freud che io considero fondamentale e, invece di qualche petalo ingiallito, ci ho ritrovato la tentazione di scrivere. Voglio aspettare un paio di giorni per capire se si tratti davvero di un ritorno di fiamma o se non sia nient’altro che un fuoco fatuo, forse principiato dalla scintilla di un’identificazione estemporanea.
Le pagine freudiane a cui mi riferisco sono quelle de “Il disagio della civiltà”, diretta emanazione di un altro testo che nemmeno menziono perché non ho lettori né lettrici ai quali rendere conto. Oltre che su queste pagine, la mia scrittura ha subìto un lungo arresto in tutte le forme, perciò d’ora in avanti intendo riprendere con una certa regolarità la stesura di due libri ancora acerbi. Vorrei finire le parole, gli argomenti, anche i pensieri, tuttavia non la vita. Senza l’intervento di una drammatica afasia, non mi dispiacerebbe se qualcosa nient’affatto funesto mi dispensasse dal linguaggio, però non confido mai nei miracoli e ancor meno nella mia capacità di compierne.

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5
Apr

Di me, che nulla permane

Inviato sabato 5 Aprile 2014 alle 08:20 da Francesco

Intervallo piaceri e doveri senza che i primi avanzino pretese sui secondi o viceversa, perciò non ho nodi da sciogliere né conflitti da sanare. Tra alti e bassi, come se gli uni fossero realmente i contrari degli altri, mi diletto ancora ad affrontare le lunghe distanze e al contempo anelo altro. A marzo ho preso parte a tre gare. Il nove alla Strasimeno, una competizione di 57 chilometri in cui sono arrivato 41° con un tempo di 4 ore, 29 minuti e 18 secondi. Il ventitré è stata la volta della Maratona di Roma: nell’Urbe ho abbattuto ancora una volta il muro delle tre ore e ho conseguito il mio nuovo record personale sulla distanza classica: 2 ore, 58 minuti e 33 secondi. In questa edizione della gara capitolina sono giunti al traguardo ben 14875 podisti e io mi sono piazzato al 249° posto: è un risultato che mi ha gratificato molto e poi l’arrivo ai Fori Imperiali è stato davvero stupendo, così come il pubblico e la pioggia…

Il ventinove marzo mi sono imbarcato su un volo economico per Milano e l’indomani, a sette giorni dalla maratona suddetta, ho partecipato alla Cento Chilometri di Seregno, però là, nelle terre iperboree, Ermes non mi ha assistito e un’ingente perdita di sali minerali mi ha costretto ad abbandonare la gara al settantatreesimo chilometro: il caldo mi ha annientato.
Non ho vissuto male il ritiro poiché è un’evenienza che io metto sempre in conto sia nella corsa che nella vita, tuttavia, mutatis mutandis, vi ho scorto delle analogie con l’esperienza luttuosa e probabilmente ne avrei scritto qualcosa se in me non fosse venuta meno la volontà di redigere le mie analisi. È come se mi fossi voltato per vedere Euridice benché dietro di me in realtà non ci sia mai stata nessuna e così, dopo una sbirciatina al regno di Ade, sono tornato tra i miei simili. In questo periodo mi sento influenzato dalla lettura di Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani e forse in parte è anche per merito di questa gradevole contaminazione se guardo le cose con un accresciuto distacco: tanto gli effimeri successi quanto i bei fallimenti, così in alto come in basso.

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