20
Feb

Ai limiti della verbigerazione

Inviato giovedì 20 Febbraio 2014 alle 15:21 da Francesco

Mi sforzo di scrivere benché non ne avverta l’urgenza. Le uniche parole da cui io posso trarre beneficio sono quelle che non ho ancora pronunciato.
Oramai nei miei appunti domina l’autocompiacimento e quest’egemonia dimostra quanto si sia ridotto in me il bisogno d’esprimermi; in parte ne sono contento perché nella spontaneità del silenzio vedo l’anticamera di un’accresciuta libertà, ma allo stesso tempo provo una sensazione agrodolce, come se io mi stessi allontanando sempre di più dalle orbite in cui non ho mai colliso. Mi tedia la paradossale incomunicabilità di cui il linguaggio può essere tramite. Cosa mi rimane di una discussione forbita? Quante figure retoriche mi servono per confondere ancor più le acque già torbide di una scarsa empatia? Esauriti gli aggettivi e assodati gli interessi in comune, come posso capire il disagio altrui? Di cos’è fatta l’insonnia che ottunde una rara interlocutrice? In quale maniera posso sfuggire dalla meccanicità di queste domande e da quella di eventuali risposte? L’identificazione è un’arma a doppio taglio: può essere usata per attingere dalle forze archetipiche o per cristallizzare il Sé in un’immagine di comodo.
Per me non c’è differenza tra il più ignorante dei coatti e chi gli si crede superiore in forza delle nozioni che ha acquisito. Se usata come un analgesico da assumere per via di tracotanza, nella cultura io vedo estrema pochezza e nient’altro: esercizio mnemonico, filastrocche, automatismi. Mi affascina l’intelligenza, non l’istruzione che tutt’al più può esserne una conseguenza formale. Come posso comunicare questo concetto senza che il tono della mia voce o lo stile della mia scrittura lo adulterino? Quanto di ciò che ho appena scritto sarà recepito secondo le intenzioni con cui l’ho messo nero su bianco? Capirsi? Magari. Non vivo il dramma del verbo, bensì mi limito a prenderne atto. Ancora una volta mi sembra tutto nell’ordine delle cose. È la realtà che giudica i giudizi ed è inutile che io ci metta bocca, cucita o spalancata. Diatribe, disquisizioni, monologhi o liti, sfoghi e provocazioni: una famiglia allargata di cui la solitudine è l’instancabile puerpera. Anche in questo punto scorgo la vanitas che gocciola dalle mie parole: scrivo come se tutto ciò non mi riguardasse, come se ne fossi completamente estraneo.
Non trascino nelle mie conclusioni l’intera umanità per sentirmi meno solo, artifizio a cui invece ricorre chiunque voglia dare parvenza di universalità alle proprie tesi, bensì adopero costrutti dubitativi, avverbi e congiuntivi che rendono meno appariscente ciò che scrivo. L’aforisma non fa per me e al massimo posso apprezzarne l’arguzia o il potere evocatorio. Egli parla, io scrivo, noi diciamo: la realtà sentenzia ed è di questo che sono lieto, non delle ciarle, nemmeno delle mie. Piazze a ferro e fuoco, economie in caduta verticale, senso di precarietà: comunque vada…

Io contemporaneo della fine del mondo
Non vedo il bagliore né il buio che segue né lo schianto né il piagnisteo
Ma la verità da miliardi di anni farsi lampo

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16
Feb

Maratona di San Valentino

Inviato domenica 16 Febbraio 2014 alle 21:20 da Francesco

Mi ero ripromesso che sarei tornato a scrivere qualcosa se avessi superato una prova: questa consisteva nel completamento della maratona in poco meno di tre ore.
Oggi a Terni ho preso parte alla mia prima quarantadue chilometri e ho sfiorato il risultato a cui ambivo, infatti ho chiuso la gara in 3 ore, 0 minuti e 54 secondi*: sono arrivato 31° assoluto su 635 e 6° di categoria. Mi sono presentato alla manifestazione in condizioni pietose. In piedi dalle 0:45 a seguito di un risveglio improvviso, sono uscito di casa alle prime luci dell’alba e ho guidato per circa due ore e un quarto prima di arrivare a Ferentillo: là ho atteso lo start per altri centoventi minuti. Ero appesantito perché a febbraio non ho avuto modo di allenarmi granché, a differenza del mese di gennaio nel quale ho percorso più di 320 chilometri. Inoltre sono capitato nella griglia di partenza di coloro che ambivano a finire la gara in quattro ore, ma d’altronde non potevo fornire all’organizzazione un risultato precedente che avvalorasse le mie intenzioni perché questa era la prima volta che gareggiavo sulla distanza di Filippide: io ho cominciato con le ultramaratone.
La collocazione suddetta mi ha costretto a forzare il passo per trovare lo spazio in cui esercitare il mio ritmo e questo sforzo l’ho pagato verso la fine: il terzo chilometro l’ho corso addirittura a 3’51” mentre io volevo procedere sin dall’inizio a 4’06”. Fino al 35° chilometro ho retto bene, ma poi ho cominciato a rallentare.
Sono comunque soddisfatto e ho deciso di mantenere la parola che mi ero dato perché il mio real time* (ovvero il tempo della gara calcolato da quando si transita effettivamente sotto l’arco della partenza e quindi differente dal time che è calcolato dal momento dello sparo) è stato di 02:59:46: il mio personal best. Missione compiuta, seppur di pochissimo.
Ho rivisto qualche faccia conosciuta, ho attraversato un bel percorso che in qualche punto ho trovato addirittura incantevole, in particolare la cascata delle Marmore, e sono andato via contento. La medaglia cuoriforme la dedico a mia madre.
Per me la corsa sostituisce esigenze d’altro ordine ed è così palese quest’azione surrogatoria che non necessita di alcuna descrizione, ma io almeno me ne rendo conto e soprattutto non rompo i coglioni al prossimo: mica male.

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