31
Mar

Giornate piene

Inviato mercoledì 31 Marzo 2010 alle 14:48 da Francesco

Taipei è una metropoli che nel corso della sua espansione non ha ignorato i bisogni della cittadinanza e difatti nei suoi spazi verdi serpeggiano chilometri e chilometri di percorsi ciclistici ai lati dei quali si trovano campi da basket, da tennis e da baseball in condizioni pressoché perfette. I parchi sono diffusi, puliti e ordinati. La povertà si presenta come un malattia rara e la gente nelle strade mi sembra piuttosto serena nelle sue faccende quotidiane, tanto nelle zone centrali quanto ai margini dell’urbe. Taiwan sembra anemica sotto il profilo drammatico, come se le mancasse la regolarità con cui certe tragedie attraversano altre società del globo. Non voglio lanciarmi in una disamina superficiale, ma sentivo la necessità di appuntare quest’impressione spontanea. Finora ho vistato soltanto un’altra città e non ho intenzione di recarmi a sud dell’isola, ma non escludo che nei prossimi giorni io possa recarmi sulla costa orientale. Mi trovo bene a Taipei e non mi costa nulla assecondare la tendenza stanziale di questo viaggio. Se avessi avuto più tempo prima della partenza, probabilmente mi sarei attrezzato per compiere il giro dell’isola in bicicletta. Un tour ciclistico sarebbe stato alla mia portata, ma avrei dovuto studiare i percorsi, munirmi di un GPS e accorciare la mia permanenza per non sforare il budget a mia disposizione. La prossima volta che tornerò in Estremo Oriente imposterò il viaggio a favore delle due ruote.

La foto soprastante mi ritrae a una certa altitudine sopra Taipei; l’ho scattata durante un’escursione che ho cominciato nei pressi di Jiantan. Lungo il cammino ho potuto apprezzare lo skyline della città da diverse angolazioni e quando sono arrivato a un punto che era prospiciente l’aeroporto di Songshan, mi sono fermato quasi un’ora a guardare gli aerei che decollavano e atterravano.

Il mio sguardo ha fagocitato un numero considerevole di strutture, templi e monumenti. Ho visto anche il cambio della guardia al Martyr’s Shrine, ma in quest’ultimo non sono entrato perché sulla soglia ho ritenuto inopportuna la mia visita occidentale a un luogo che commemora oltre trecentomila vittime e dunque mi sono limitato a scattare qualche fotografia all’esterno prima di fare dietrofront. Probabilmente in me non sarebbe sorto lo stesso pudore se mi fossi trovato davanti a un sito analogo in Europa, perciò sono portato a credere che in talune occasioni la discrezione e la solennità siano legate alle geografia più che alla morale.

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28
Mar

Ottomila anni di storia

Inviato domenica 28 Marzo 2010 alle 15:49 da Francesco

Qualche giorno fa ho visitato il National Palace Museum dove sono conservati circa ottomila anni di storia cinese che sono stati salvati da Chiang Kai-shek quando egli e il Kuomintang dovettero abbandonare la Cina che si apprestava alla deriva comunista. Il museo propone ai visitatori un numero elevato di pezzi e proprio a causa della grande quantità di materiale da esibire che ciclicamente la direzione avvicenda i manufatti nelle teche. Ho trascorso circa quattro ore a contemplare un arco di tempo che esordisce nel neolitico e termina nel ventesimo secolo con la dinastia Qing: ceramiche, dipinti, utensili, armi, gioielli, mobili e mappe. Ho visto persino dei trattati in cirillico che sancivano i vecchi confini tra la Cina e la Russia. Davanti a una statua del Buddha ho avuto una sensazione anomala, quasi ipnotica benché io sia immune alla sindrome di Stendhal ed estraneo agli insegnamenti di Siddharta Gautama. Ho notato anche degli oggetti che riportavano delle scritte in sanscrito. Non mi sono piaciuti tutti i pezzi in esposizione sebbene ne abbia apprezzato il valore storico. Certi manufatti non avrebbero mai trovato un posto nella mia abitazione né tra le fila di una fiera kitsch qualora avessi avuto la sventura di doverne organizzare una. Mi hanno impressionato fortemente i dettagli di un dipinto di circa dieci metri, uno shou juan, ovvero il formato in rotolo che si spiega orizzontalmente. Quest’ultimo proponeva all’estremità destra paesaggi bucolici e vita rurale mentre verso sinistra snocciolava progressivamente scene sempre più inurbate che alla fine culminavano nelle attività febbrili del centro cittadino. Anche le opere di calligrafia mi hanno colpito e mi hanno permesso di capire quanto siano incerti i miei tratti quando disegno i pochi ideogrammi che conosco. Dovrei spendere fiumane di parole per contenere l’incompletezza descrittiva che concerne la mia giornata al National Palace Museum, ma alla fine rischierei di essere prolisso. Ho respirato un’aria antica.

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24
Mar

Sul treno per Taoyuan, sull’autobus per Taipei

Inviato mercoledì 24 Marzo 2010 alle 14:47 da Francesco

Due giorni fa mi sono recato in treno a Taoyuan, a ovest di Taipei. Ho trascorso il viaggio a parlare con un taiwanese di ottantadue anni che stava lasciando la capitale per raggiungere Kaohshiung, a sud dell’isola. Questo signore mi ha dato qualche consiglio e mi raccontato un po’ dei suoi viaggi: in uno di questi egli ha toccato anche l’Italia, precisamente Roma e Milano. Mi ha sorpreso la vitalità che ancora prorompeva dai gesti e dal tono dell’uomo anziano. Persone di questo genere rafforzano in me l’idea che l’invecchiamento non sia soltanto un declino biologico, bensì un’arte.

Ho girato le strade di Taoyuan senza una meta precisa, ma sotto un sole irremovibile. Mi sono trovato più volte tra i mercati: sulle bancarelle giacevano merci d’ogni tipo e più volte mi sono chiesto se alcune fossero davvero vendibili. La struttura urbana non mi ha colpito benché tenda meno alla verticalità rispetto alla capitale. Lungo il cammino mi sono trovato davanti a un numero indefinito di piccoli templi in ognuno dei quali ho sentito l’odore dell’incenso bruciato. Non ho assistito ad alcuna cerimonia, ma ho visto per caso dei semplici atti di devozione da parte di qualche passante.

Per tornare a Taipei ho preso un autobus, ma ho faticato un po’ a farmi comprendere dall’autista. Alla fine sono riuscito a scavalcare la barriera linguistica grazie a una ragazza che mi ha fatto da interprete. Il viaggio di ritorno l’ho trascorso a discorrere con costei e durante la nostra conversazione lei mi ha parlato di “Into The Wild”, un bel film che ho visto per la prima volta durante il volo per Hong Kong. Avrei voluto invitare la giovane taiwanese a mangiare qualcosa per ringraziarla dell’aiuto che mi aveva dato, ma a un certo punto mi sono detto: “Che cazzo hai intenzione di fare?”. Non ho mai invitato nessuna ragazza a uscire e non mi è sembrato il caso dei farlo per la prima volta a quasi diecimila chilometri di distanza dalla mia cameretta, tuttavia avrei voluto davvero che ella comprendesse la mia riconoscenza: pazienza. Nei giorni seguenti, ripensando a quest’ultimo aneddoto, ho intuito che probabilmente non avrò mai relazioni affettive, ma d’altronde sono così abituato a stare da solo che l’idea suddetta non mi spaventa affatto. Oltre alle prospettive future ho trovato anche i prodotti della Kinder in mandarino, come si può evincere dall’immagine sottostante.

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21
Mar

Peregrinazioni insulari

Inviato domenica 21 Marzo 2010 alle 00:11 da Francesco

Ieri mi sono avventurato per la prima volta nel cuore di Taipei City. Io, che risiedo nella Taipei County, quando percorro i sei chilometri che mi separano dal centro della capitale, mi sento un po’ come Renato Pozzetto in “Ragazzo di campagna”. Sono passato sopra il fiume Xindian attraverso il ponte Zhongzheng e ho raggiunto per caso il tempio di Longshan al quale tuttavia dovrò pestare una visita più approfondita. Nel mio peregrinare mi sono ritrovato al Chiang Kai-shek Memorial Hall dove ho potuto mirare l’imponenza architettonica degli edifici e gli ampi spazi che ne separano i perimetri. Mi sono anche fermato a guardare i movimenti lenti e accurati di alcune persone che praticavano Tai Chi in un giardino attiguo al sito suddetto. Qualcuno crede che Taiwan faccia parte della Cina, ma in realtà è una nazione indipendente a cui Chiang Kai-shek ha dato vita dopo la sua dipartita dalla Cina continentale (con le riserve auree al seguito) che avvenne quando Mao assurse al potere in quel di Pechino. A me pare buffa e grottesca la politica estera di quelle nazioni che si rifiutano di riconoscere l’indipendenza di Taiwan per non incrinare i rapporti diplomatici con la Cina. A proposito di tensioni politiche: ho portato con me la maglia della nazionale giapponese di calcio, ma ovviamente non la indosso per le strade di Taipei e la uso esclusivamente per dormire.

Questo è il memorial.

In quest’ultima fotografia mi sono immortalato presso il fiume Xindian. In lontananza è visibile il ponte Zhongzheng. Avevo appena mangiato un baozi e forse stavo pensando a come fosse identico in tutto al nikuman giapponese benché sia quest’ultimo a derivare dal primo.

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19
Mar

Lo sbarco a Taipei

Inviato venerdì 19 Marzo 2010 alle 11:13 da Francesco

Sono arrivato a Taipei tramite due voli della Cathay Pacific. Ho preso in affitto una stamberga nelle periferia della città e ho inalato quantità letali di smog. Sono circondato da palazzi fatiscenti e da mille esercizi commerciali che spuntano ovunque come le macchie di Köplik durante il morbillo. Il caos della città mi ricorda quello di Seoul sebbene la capitale sudcoreana abbia dimensioni maggiori. Il cibo non costa molto, specialmente alle innumerevoli bancarelle che occupano i marciapiedi e confinano con le officine: adoro questo scenario decadente! Io mi trovo nei pressi di Jingan, a Jhonghe City, ovvero a circa sei chilometri dal centro della capitale. Ho fatto un giro di perlustrazione della mia zona e non ho incontrato neanche un occidentale tra le strade del suburbio. La vista della mia stanza dà su due palazzi che a mio modesto avviso non hanno nulla da invidiare alle Vele di Scampia. Mi aggrada la sistemazione che mi sono trovato e malgrado le apparenze non credo che i dintorni formino una zona malfamata. A Taiwan il tasso di criminalità è piuttosto basso, ma io sono sempre guardingo anche se non lascio trasparire la mia prudenza. Nel vicinato figura anche un bambino che si esercita con il flauto (o con qualche altro strumento a fiato) e questo musicista in erba allieta tutti con lo stile incerto delle sue stonature. Non conosco neanche una parola di mandarino, ma riesco a farmi comprendere attraverso gesti semplici e sufficientemente eloquenti. In giro sono già riuscito a riconoscere il significato di qualche ideogramma che ho incontrato più volte nel mio blando approccio alla lingua giapponese. Nei prossimi giorni mi dedicherò alla visita di Taipei per poi fare qualche salto in altri punti dell’isola, ma prima devo riprendermi dal jet lag che questa volta si è fatto sentire pesantemente su di me. Le prime impressioni sono buone e so già che ne avrò persino di migliori.

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18
Mar

In viaggio per Taipei

Inviato giovedì 18 Marzo 2010 alle 08:01 da Francesco

Dopo l’annullamento del viaggio in Pakistan e Malesia ero convinto che sarebbe trascorso molto tempo prima che in me ricomparisse la voglia di partire, ma evidentemente mi sbagliavo. Ho riorganizzato le risorse materiali e la mia disposizione interiore in breve tempo. Come al solito mi sono occupato dei preparativi da solo per risparmiare denaro e così nell’arco di pochi giorni sono riuscito ad approntare ogni cosa: un vero blitz. Il mio modus operandi si rivela sempre efficace e consente alla mie tasche di non alleggerirsi più del necessario. La mia destinazione si trova ancora in Oriente e questa volta corrisponde al nome di Taiwan. Resterò sull’isola per quasi un mese, sempre che il mio aereo non precipiti. Farò un breve scalo a Hong Kong, ma là non mi fermerò neanche un giorno. Sì, per me è venuto il tempo di mangiare nuovamente con le bacchette. I miei compagni di viaggio sono sempre i soliti: la musica, la lettura, la riflessione e un’inclinazione naturale per le avventure solitarie. È la quarta volta che mi reco in Estremo Oriente e dunque posso vantare un po’ di esperienza in quell’angolo del mondo, tuttavia ciò non appiattisce minimamente il piacere dell’esplorazione. Finora, attraverso un approccio superficiale e discontinuo alla lingua giapponese, ho appreso il significato di almeno un centinaio di ideogrammi cinesi, perciò potrò riconoscere qualche insegna e qualche indicazione sebbene a Taiwan la diffusione dell’inglese sia maggiore rispetto alla Corea del Sud e al Giappone.

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15
Mar

Impressioni letterarie

Inviato lunedì 15 Marzo 2010 alle 22:26 da Francesco

A me risulta difficile riassumere con accuratezza ciò che ogni libro mi lascia in dote dopo il raggiungimento e la lettura della sua ultima pagina. Approfitto di questo appunto per annotare le sensazioni diametralmente opposte che ho ricavato da due scritti piuttosto celebri. Il primo è “Morte a credito”. Il romanzo di Céline è crudo, violento, dissoluto e si snoda attraverso una narrazione diretta. Le disavventure del giovane Ferdinand non si prestano ai giri di parole. Trovo grandiosa la caratterizzazione dei personaggi secondari e altrettanto sublime considero il ritmo serrato con il quale emerge la pusillanimità delle figure miserabili che ruotano attorno al protagonista. Nella mia classifica personale “Morte a credito” si colloca tra “Delitto e castigo” (ancor oggi il mio romanzo preferito) e “I fratelli Karamazov”. Ricordo vagamente il Céline di “Viaggio al termine della notte” poiché l’ho letto diversi anni fa, ma tanto in quest’ultimo quanto in “Morte a credito” ravviso un’inquietudine profonda e in certi tratti persino quell’esistenzialismo soffocante che ho imparato a conoscere attraverso le opere pionieristiche di Dostoevskij, tuttavia in Céline c’è anche una forte vena ironica che a mio avviso s’esalta quando viene tracciato il profilo psicologico di Courtial des Pereires. Credo che per un buon libro se ne possa trovare sempre un altro al quale affibbiare un’opinione completamente diversa. “Anime morte” di Gogol’: ecco la nota dolente delle ultime letture. I romanzieri russi prima d’ora non mi avevano mai deluso: oltre a Dostoevskij ho letto anche Tolstoj e Lermontov. Trovo che lo stile di Gogol’ sia impeccabile, tuttavia mi ha annoiato dall’inizio alla fine. Per me la lettura di “Anime morte” è stata una rottura di coglioni, ma con questa espressione popolare non punto a formulare un giudizio oggettivo e sono consapevole dell’importanza letteraria che appartiene all’autore suddetto. Lo scritto non mi è piaciuto affatto: prolisso nella forma e statico nel contenuto, per i miei gusti. Credo che i romanzi figureranno sempre meno tra le mie letture.

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10
Mar

Strani giorni

Inviato mercoledì 10 Marzo 2010 alle 18:39 da Francesco

Mancano undici giorni all’equinozio di primavera, ma i venti forti, le piogge assidue e qualche nevicata inattesa fanno credere che la fine dell’inverno disti ancora molto. Non mi turbano i capricci delle stagioni, però le vesciche che mi sono comparse sui piedi un po’ di fastidio me lo recano. Sono già sei giorni che non coro per via dell’inconveniente suddetto, ma d’altronde a causa del maltempo non avrei potuto correre ugualmente. Approfitto di questa pausa forzata per lavorare un po’ con i pesi e concentrarmi ancor di più sulla stesura del mio secondo libro. La corsa mi indispone all’attività intellettuale poiché richiede un grande dispendio energetico, ma non l’annulla del tutto e spesso il ridimensionamento quantitativo è accompagnato da un incremento della qualità creativa. Quanti paroloni melliflui al cospetto di quest’annotazione. Voglio cambiare marcia al distacco con il quale traino le frasi di quest’oggi. Sono nel fiore degli anni e giaccio incolto in un campo di meraviglie interiori, sotto il cielo presente che per qualcheduno ospita delle tristezze temporali, tra paragoni e iperboli da cui io non dovrei lasciarmi sedurre più di tanto. Di sconforto autentico non ne provo: il motivo? Gli interrogativi più inflazionati tendono a indagare sulle soluzioni (e, mi pare, raramente sulle cause) dei problemi esistenziali, ma io che di simili malanni della personalità per adesso non ne ho, mi domando dove abbia smarrito le preoccupazioni che flagellano le vite di taluni. Mi viene da sorridere e non è la prima volta, ma quasi si scompone in molecole di nostalgia il ricordo lacrimevole dell’ultimo pianto. Diamine, non mi resta che arrendermi alla serenità, alle sue attenzioni carezzevoli, placide.

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3
Mar

Paganfest 2010 a Bologna

Inviato mercoledì 3 Marzo 2010 alle 17:58 da Francesco

Ieri sera sono stato al Paganfest, una rassegna di folk metal che si è tenuta all’Estragon di Bologna. All’evento hanno partecipato cinque gruppi: Arkona, Varg, Dornenreich, Eluveitie e Finntroll. Il mio indice di gradimento è salito progressivamente in corrispondenza dell’ordine di apparizione. Sono stato tutta la sera in prima fila, appoggiato alla transenna mentre per la vicinanza i miei organi interni sobbalzavano ai colpi di doppia cassa. Ho apprezzato gli Arkona, ma ho avuto l’impressione che talvolta durante la loro performance la resa sonora fosse un po’ confusionaria. I Varg mi sono piaciuti e il loro suono è uscito pulito, però un disco intero di questa band non lo ascolterei. I Dornenreich mi hanno colpito poiché non sapevo cosa aspettarmi dal loro. Si tratta di un trio potente: chitarra e voce, violino e batteria. Qualcuno lamentava la mancanza del basso in questa formazione, ma a me è sembrato che le parti di violino la compensassero bene e si inserissero perfettamente con le sonorità che sono state proposte. Gli Eluveitie hanno fornito una prestazione strepitosa sebbene temessi che non fossero in grado di riproporre abbastanza fedelmente i pezzi dei dischi. L’ensemble svizzero mi ha esaltato e ha dipanato in me ogni dubbio sulle loro capacità dal vivo poiché sono stati pressoché impeccabili. Quando è partita “Inis Mona” è scoppiato l’apocalisse benché il pubblico per quanto partecipativo fosse piuttosto quieto e difatti su quest’ultimo punto devo riconoscere al pubblico romano (e limitrofo) una certa superiorità. L’evento è cominciato alle diciannove e si è concluso a mezzanotte con un’esibizione devastante dei Finntroll. La band finlandese forse non ha proposto una scaletta spettacolare, ma ha suonato ogni cazzo di pezzo con intensità e ha tenuto il palco benissimo. Per quanto mi riguarda il Paganfest si è rivelato uno spettacolo interessante, organizzato con tutti i crismi e senza sbavature. Tra la folla ho incontrato e salutato anche il grande G. che si è trasferito in Emilia Romagna. Insomma, è stata una serata piacevole all’insegna della buona musica e di un clima festaiolo che ha evocato tradizioni lontane dalle infamie cristiane.

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