30
Ott

Visioni di un teleutente

Inviato giovedì 30 Ottobre 2008 alle 00:55 da Francesco

Trovo che il lato estetico delle proteste studentesche si presti a qualche considerazione innocua. Non entro nel merito delle questioni politiche e lascio questo compito ai capibanda delle mense universitarie, ma sento la necessità di riversare da qualche parte le impressioni comiche che ho ricavato negli ultimi giorni e adopero questo spazio virtuale come discarica per le mie facezie. Per salvaguardare la “cultura” qualcuno ha scritto uno striscione con abbreviazioni da SMS dal quale ho cercato di ricavare un messaggio simbolico: tagliare le parole, non i fondi! Quando ho sentito la voce di alcuni studenti mi sono chiesto se i telegiornali avessero selezionato di proposito persone balbuzienti ed emozionate mentre altri tizi sproloquiavano nei megafoni con il piglio di Grande Puffo. Qualcuno ha evocato il sessantotto e anch’io vorrei che quel periodo tornasse, infatti adoro i manganelli e gli idranti. Non ci posso fare nulla, ma provo una simpatia enorme nei confronti delle forze dell’ordine che indossano i loro completi antisommossa: forse subisco il fascino della divisa o delle macchie di sangue rappreso. In altre occasioni ho manifestato il mio apprezzamento per la guerriglia urbana e già in occasione del G8 di Genova mi sono dilettato a guardare le cariche della polizia. Non sono un sadico e non cerco di stare da una parte o dall’altra, ma guardo eventi simili da una prospettiva molto superficiale perché ritengo che il loro aspetto più profondo sia connesso alle ispezioni anali. Insomma, a me interessa il lato estetico di questi avvenimenti e non mi curo eccessivamente del casus belli. Sospetto che alcuni dei manifestanti condividano il mio atteggiamento senza rendersene conto, ma non voglio dilungarmi sul piacere dell’aggregazione che scaturisce dall’adesione a movimenti anacronistici. Mi dispiace un po’ per coloro che contestano sinceramente e con cognizione di causa. Mi riferisco a quelle persone che nutrono un interesse reale verso ciò di cui diventano fautori e posso soltanto immaginare la loro frustrazione ogniqualvolta il braccio armato della pecoraggine saboti le loro iniziative, ma credo che sia un prezzo da pagare per assistere puntualmente a qualche scaramuccia divertente. Ogni volta che Silvio Berlusconi siede sullo scranno più alto di Palazzo Chigi sembra che l’abbia raggiunto a seguito di un putsch, ma suppongo che qualsiasi governante sia destinato a destare impressioni del genere. Mi auguro che le elezioni statunitensi portino una ventata di novità sui media nazionali: le proteste sono come il pesce e dopo tre giorni puzzano. Non so nulla dei programmi elettorali di John McCain e di Barack Obama, ma spero che la spunti quest’ultimo per la sua pigmentazione e lo stile brillante che ho notato nelle sue interviste. Nel panorama repubblicano mi diletta molto la figura di Sarah Palin perché nel mio immaginario rappresenta lo standard della pazzia reazionaria che attecchisce in alcune zone degli Stati Uniti. Mi piace svuotare le cose di significato e concentrarmi sulle forme: è poco impegnativo e mi espone in modo minore alla mia autocritica feroce.

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25
Ott

Amor proprio

Inviato sabato 25 Ottobre 2008 alle 20:58 da Francesco

Mi sento come il generale MacArthur dopo la fine delle ostilità nel Pacifico. Navigo in acque tranquille e limpide. Al posto dei pensieri ho una forza di peacekeeping e la mia serenità è ancora tale. Non temo che il mondo vada a picco e non bevo le storie del catastrofismo. Vorrei descrivere la mia condizione con più accuratezza, ma credo che ogni tentativo sia vano: le parole non hanno lo spessore sufficiente per veicolare qualcosa del genere. Mi piacerebbe scrivere un altro libro per non essere scortese nei confronti della polvere, ma non ho nulla da dire. Non sono mai stato un individuo particolarmente creativo e non riesco più a incontrare alcuna forma di ispirazione saltuaria, tuttavia questa perdita non mi turba affatto. Sono in pace con me stesso da parecchio tempo e mi rimane soltanto qualche schermaglia occasionale a cui non riservo grande importanza. Mi riguardano soltanto gli eventi sui quali il mio potere decisionale risulta determinante e farei un torto all’obiettività se mi crucciassi su questioni che vanno al di là delle mie possibilità: non si può pretendere che un generale conquisti un avamposto o difenda una posizione senza un esercito e allo stesso modo io non posso occuparmi di cose sulle quali non esercito diritto alcuno. Mi sottopongo spesso a degli esami di coscienza e ogni volta mi promuovo a pieni voti, ma non è stato sempre così e sono contento che qualche anno fa la mia volontà abbia mutato le cose. Conservo una rabbia salutare con cui alimento la mia attività fisica e quest’ultima mi basta per compensare le mie lacune espressive. Nell’immaginario collettivo alla mia età si corre dietro le donne, io invece corro oltre i daini che mi attraversano la strada in pineta. Frequento due luoghi principalmente: il mio percorso podistico e un autogrill in cui mi reco di tanto in tanto per comprare qualcosa da mangiare che abbia il sapore di una sosta ristoratrice.

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20
Ott

Benedetta sia la contingenza

Inviato lunedì 20 Ottobre 2008 alle 15:47 da Francesco

Non riesco a disfarmi della mia scrittura precaria, ma sono in grado di tollerarla. Il modo in cui mi esprimo verbalmente ha una parvenza anaffettiva e talvolta io stesso commetto l’errore di ritenermi un freddo calcolatore. In passato ho creduto che la linearità della mia voce fosse un retaggio dell’introversione pubescente, ma ho abbandonato presto questa ipotesi. Se fossi ancora introverso probabilmente non sarei sereno. Mi piace comunicare e un astrologo non faticherebbe a credermi, tuttavia non sono un individuo propositivo. Non faccio mai il primo passo per interagire con qualcun altro a meno che la casualità non mi metta nelle condizioni di farlo ed è per questo motivo che le mie conversazioni migliori sono avvenute con personaggi strambi in luoghi di transito. Sono abbastanza affabile, ma disprezzo le forzature espansive che vengono perpetrate da chiunque bistratti la solitudine e il silenzio. Non condivido la tratta delle parole che ingrassa le costrizioni relazionali. Per me la contingenza rappresenta una condizione indispensabile per ogni legame interpersonale che non abbia un fine burocratico o di carattere analogo. Amo le cose che esercitano un’azione positiva su di me e in particolare quelle che incontrano l’apprezzamento della mia lungimiranza. Le abitudini salutari del corpo e della mente non coincidono necessariamente con la comodità o la soddisfazione immediata, ma rivelano nel corso del tempo i loro effetti positivi e io le coltivo con piacere perché non vedo alternative valide. Qualcuno può temere l’isolamento e reputarlo terribile, ma io credo che sia un trampolino di lancio, una cazzo di Cape Canaveral da cui è possibile raggiungere punti molto elevati. Respingo a forza di bestemmie le forme impure di gentilezza e tengo a debita distanza coloro che reputo incompatibili. Non dissimulo mai il mio atteggiamento e anche per questo abuso della sincerità ho guadagnato molte antipatie che ancor oggi mi fanno sorridere.

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18
Ott

James Senese – So Vivo

Inviato sabato 18 Ottobre 2008 alle 05:43 da Francesco

James Senese è un sassofonista talentuoso che possiede un carisma enorme. L’ho conosciuto un po’ tardi a causa della difficile reperibilità dei suoi dischi, ma ne ho sempre sentito parlare con entusiasmo da mio zio e dopo qualche anno ne ho compreso il motivo. È stato uno dei pilastri dei Napoli Centrale, un gruppo leggendario a metà tra il progressive rock e la fusion. Adoro l’impronta partenopea che caratterizza lo stile unico di Senese. “So Vivo” è un pezzo che mi è entrato in testa perché mi ci rivedo. Ho faticato un po’ per trovare gli album vecchi di Senese e de “Il Passo del Gigante” ho rimediato soltanto la versione in vinile che è stata portata in digitale con tutte le perdite del caso. Per fortuna la scena musicale di Napoli non è legata solamente ai cantanti neomelodici che piacciono tanto ai camorristi.

“D’int’ ‘a capa so’ vivo so’ vivo je nun tengo età”

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15
Ott

Lo strumento sporco

Inviato mercoledì 15 Ottobre 2008 alle 03:06 da Francesco

Qualcuno crede che io sia afflitto dalla tristezza a causa delle mie analisi interiori, ma le cose stanno diversamente. Attraverso l’introspezione ho toccato punti molto profondi della mia intimità senza curarmi di eventuali conseguenze. Ho sempre ritenuto che fosse importante liberarmi il più possibile dai condizionamenti esterni e per questo motivo non ho mai avuto problemi ad affrontare argomenti personali, ma questa disinvoltura titanica ha creato un’apparenza cupa sulla mia persona. Non sono un masochista che ama vessarsi con indagini impietose, ma cerco di utilizzare l’introspezione in modo distaccato e razionale per facilitarmi la vita. Non posso avere il controllo su ogni cosa, ma ho la possibilità di aumentare l’emancipazione della mia capacità decisionale dall’impulsività e dai paralogismi. Questo processo non si svolge presso i prati fioriti di Heidi ed è normale che talvolta emergano argomenti quasi imbarazzanti, ma ritengo che in casi simili si veda la volontà di studiarsi. Io tendo verso l’oggettività, ma so che non posso raggiungerla e allo stesso tempo compio sforzi per avvicinarla quanto più possibile. Alcune cose che ho scritto in passato possono sembrare disgustose e altre ingenue, ma io penso che rappresentino le estremità sincere della mia morale. Ho ripetuto altre volte che io non credo nell’amore perché non ho bisogno di credere in qualcosa che esiste e si manifesta senza avalli ulteriori, ma questa posizione può essere ritenuta ingenua da chiunque la interpreti in maniera superficiale. Ciò che viene comunemente indicato come “amore” probabilmente non lo è altrimenti rimarrebbe tale e non provocherebbe reazioni che non lo riguardano, ma per taluni è impossibile ammettere una cosa del genere poiché si tratta di un attentato alle strutture di difesa dell’Ego. Trovo che sia più facile pensare all’amore come qualcosa di elitario, romanzesco o reazionario, ma io che tendo verso l’oggettività non posso fermarmi di fronte agli alibi dell’incoerenza e della paura. Le mie parole non vogliono convincere nessuno, infatti io mi rivolgo sempre ed esclusivamente a me stesso, ma posso conoscermi meglio lambendo alcuni aspetti dei miei simili senza preoccuparmi delle scelte private di costoro poiché non mi competono né possono influenzarmi. Un discorso simile si adatta alle parti più macabre e disgustose della mia scrittura. Io non amo l’horror: lo trovo banale ed estremamente noioso. A me interessano gli orrori reali e per questo a un film come “Begotten” preferisco un documentario sugli esperimenti di Josef Mengele. Il mio approccio nei confronti degli orrori umani non è adolescenziale. Non mi interesso al male per stupirmi o per stupire. A me interessa la realtà e penso che quest’ultima sia più difficile da scorgere attraverso scenari che la alterino, tuttavia non nego che possano avere ugualmente una certa valenza in un’ottica metaforica. Non posso farci nulla se sembro un individuo triste e anche se potessi liberarmi da questa nomea non lo farei perché non è un problema che mi riguarda. Credo che la tristezza sia fondamentale e sono contento di averla sperimentata in passato, ma ho già imparato da lei tutto ciò che poteva insegnarmi e ormai preferisco frequentare i miei risultati positivi. Penso che la comunicazione sia una sorta di selezione naturale che premia chiunque provi ad agire e riflettere abbattendo ostacoli senza il timore dei pregiudizi e dell’imbarazzo.

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13
Ott

La morte della madre

Inviato lunedì 13 Ottobre 2008 alle 03:51 da Francesco

La mia vita procede bene e il mio equilibrio è ancora intatto, ma prima o poi dovrò affrontare gli eventi ineluttabili del tempo. Non temo il futuro perché conosco alcune cose che mi attendono e mi sono già preparato ad accoglierle. In “La Masturbazione Salvifica: Diario Agiografico Di Un Onanista” ho effettuato qualche volo pindarico sull’avvenire e anche questo ha contribuito a suggellare l’efficacia del mio lavoro introspettivo. Penso che sia fondamentale comprendere la finitezza dell’uomo. Io non sono immortale. Invecchierò, mi ammalerò e lascerò questa valle di lacrime, ma spero che tutto questo avvenga molto tardi perché io amo esistere. È possibile che la mia dipartita venga anticipata da una malattia grave o da un incidente mortale, tuttavia anche in questo caso faccio un massaggio apotropaico ai coglioni e mi auguro che nulla di tutto questo mi accada per il solito motivo: la mia venerazione nei confronti della vita. C’è un’onda d’urto che mi attende nel futuro e si tratta della morte di mia madre. Quando ero un bambino temevo che la mia genitrice potesse defungere improvvisamente ed ero terrorizzato da questa evenienza perché pensavo che nessun altro si sarebbe occupato di me, inoltre alcune storie di cronaca nera che udivo allora contribuivano ad alimentare le mie paure fanciullesche. Ormai sono adulto e vaccinato, ma so che la morte di una madre può avere un impatto emotivo molto forte sui figli e le depressioni profonde di alcune persone mi hanno fornito prove sufficienti al riguardo. Ho forgiato bene alcuni tratti del mio carattere e l’isolamento mi ha permesso di capire che non c’è nulla di tragico nel corso naturale delle cose, ma voglio rinforzarmi ulteriormente e per questo motivo una delle mie prossime letture sarà: “Attaccamento e Perdita. La perdita della madre” di John Bowlby. Il libro in questione è il terzo di tre volumi di psicologia che affrontano il tema dell’attaccamento, della separazione e della perdita della madre. Anche per un profano come me questi testi risultano utili e ho avuto modo di sperimentarne l’efficacia quando ho deciso di cominciare ad articolare la mia introspezione. Fatta eccezione per mia madre, sono abituato a vivere senza legami affettivi e di conseguenza posso elaborare ogni lutto senza troppi problemi. Non vorrei sembrare distaccato e freddo, ma la mia scrittura è monogama e le parole sono puttane. Trovo paradossale e magnifico che la mia ignoranza sentimentale abbia accresciuto la mia consapevolezza esistenziale. Potrei supporre che la sofferenza acuisca la mente e devo ammettere che in alcuni casi condivido questa ipotesi, ma non ho mai subito grandi dolori finora e credo che l’andamento ripetitivo della mia vita sia stato un humus perfetto per la crescita spontanea di una serenità rigogliosa.

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10
Ott

Sunto chiarificatore

Inviato venerdì 10 Ottobre 2008 alle 02:38 da Francesco

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8
Ott

Basilare

Inviato mercoledì 8 Ottobre 2008 alle 17:00 da Francesco

Una parte consistente del mondo è scosso dalle guerre e dalle crisi finanziarie, tuttavia evito di affrontare questi temi perché non ne sono in grado. Non ho nozioni di economia né di geopolitica che mi permettano di costruirmi opinioni serie su tali questioni e mi chiedo se queste conoscenze si trovino nel bagaglio culturale di quelle persone comuni che dissertano animatamente su argomenti di rilevanza globale. In passato ho già evidenziato in modo analogo la mia incapacità di valutare l’operato dei governi e ho tratto la consapevolezza dei miei limiti giudicativi dalle riletture di alcune delle mie annotazioni. Mi sono accorto che nel migliore dei casi i miei punti di vista su determinate tematiche erano fondati sulla mia visione del buon senso, ma spesso non erano sorretti da una conoscenza approfondita del caso che avevo preso in esame né della sua area d’interesse. Ho notato che alcune delle mie argomentazioni potevano sembrare ragionevoli grazie alla forma con cui le avevo elaborate, ma di fatto erano il prodotto di un qualunquismo aggettivato. Io riconosco l’autorità dello Stato perché le alternative al suo potere sono spaventevoli: in questo senso il “Leviatano” di Hobbes per me è stato fondamentale e l’ho trovato molto attuale su altri temi. Se fossi meno lungimirante probabilmente depennerei alcune delle cose che ho scritto in passato, tuttavia preferisco conservarle come memento per il futuro. Mi occupo di me stesso perché non ho la formazione né l’esperienza per interessarmi attivamente ad altro e anche per questo motivo ritengo che il mio posto nel mondo del lavoro possa trovarsi soltanto nella manovalanza. Intendo ridurre radicalmente le mie opinioni e svincolarle da qualsiasi parvenza di solidità; preferisco farmi investire dall’informazione senza restarne vittima. Non voglio e non posso concedermi il lusso di perdere il contatto con la realtà, ma punto ad avere un atteggiamento molto distaccato nei confronti di ciò che non è in mio potere e sotto molti aspetti penso di essere vicino a questo obiettivo. Suppongo che un atteggiamento simile possa liberarmi da ragionamenti inutili poiché non rivesto una carica pubblica, ma ciò non vuol dire che io debba rinunciare alle mie preferenze o alle riflessioni sulle scelte che compio. Insomma, voglio concentrare il raggio d’azione delle mie parole su questioni personali e continuare a seguire gli sviluppi di questo pianeta senza sentirmi coinvolto. Immagino che i cambiamenti avvengano tramite idee buone e il denaro per concretizzarle, ma io non ho nulla di tutto questo e non possiedo neanche un’inclinazione imprenditoriale.

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6
Ott

Un apolide metafisico

Inviato lunedì 6 Ottobre 2008 alle 03:30 da Francesco

Recentemente ho finito di leggere “Un apolide metafisico” di  Emil Cioran. Conoscevo già da diversi anni lo scrittore rumeno e avevo letto alcuni dei suoi aforismi, ma non mi ero mai deciso a prendere in mano una delle sue opere. Il libro in questione è una raccolta di interviste illuminanti che mi ha esaltato. Condivido una parte del pensiero di Cioran, tuttavia la mia visione delle cose è molto differente. Non apprezzo il modo in cui egli abbraccia il fatalismo, ma adoro la genialità e l’irriverenza con cui lo presenta. Mi piacciono le parole che spende sulla noia e in particolare quando affranca questo sentimento da qualsiasi legame con l’ozio, ma preferisco citare il passaggio di una sua intervista per cristallizzare questo punto: “Non è la noia che si può combattere con le distrazioni, la conversazione o i piaceri, è una noia che si potrebbe definire fondamentale; e che consiste in questo: più o meno bruscamente, a casa propria o in casa d’altri, o davanti a un bellissimo paesaggio, tutto si svuota di contenuto o di senso. Il vuoto è in noi e fuori di noi. L’intero universo è annullato. E niente più ci interessa, niente merita la nostra attenzione. La noia è una vertigine, ma una vertigine tranquilla, monotona; è la rivelazione della futilità universale, è la certezza, spinta fino allo stupore o fino alla chiaroveggenza suprema, che non si può, non si deve fare niente né in questo mondo né in quell’altro, non esiste al mondo niente che possa servirci o soddisfarci. A causa di questa esperienza – non costante ma ricorrente, dato che la noia viene per accessi, ma dura molto più a lungo di una febbre – non ho mai potuto fare niente di serio nella vita. Per la verità, ho vissuto intensamente, ma senza mai potermi integrare all’esistenza. La mia marginalità non è fortuita, ma essenziale. Se Dio si annoiasse, rimarrebbe pur sempre Dio, un Dio, però, marginale”. Penso di conoscere la noia di cui parla Cioran e credo di averla vissuta, ma nella sua descrizione ravviso un’insofferenza che ormai non avverto più da molti anni. Io vivo il mio vuoto come una manifestazione sublime della vita e non dipingo l’esistenza con tonalità oscure perché la considero un’evoluzione libera e imprevedibile come descritta da Henri Bergson. Approfitto di questo argomento per lasciare un ulteriore appunto che non si discosta troppo da quanto ho scritto e citato finora. Mi rifiuto di affidare me stesso agli esiti delle mie imprese. Intendo dire che non sono disposto a mutare il mio umore in base ai successi o alle disfatte  e per questo motivo ho fatto molti sforzi per raggiungere un equilibrio che sia a monte di tutto questo. Certo, verso anch’io i miei tributi emotivi, ma sono congrui alle circostanze e non mi travolgono né positivamente né negativamente. Prima di concludere voglio fare un passo indietro. I cardini di Cioran non sono molti e lui stesso afferma in un’intervista contenuta in “Un apolide metafisico” che il suo primo libro contiene già molto di quello che si trova nelle sue opere seguenti, tuttavia è difficile riassumere questa grande mente del novecento.

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3
Ott

Dio cane

Inviato venerdì 3 Ottobre 2008 alle 16:41 da Francesco

Finalmente posso vantare un appunto il cui titolo mi faccia esclamare “bonjour finesse”. Qualche mese fa ho incontrato un vecchio compagno di scuola e questi mi ha chiesto se studiassi ancora a Milano. Io l’ho guardato un po’ perplesso e poi gli ho detto che sono stato soltanto un paio di volte nel capoluogo lombardo, ma lui ha insistito: “Mi ha detto I. B. che studi a Milano, all’università, ti ha visto”. Certo, come no, alla Bocconi magari, per imparare qualcosa sulla finanza creativa. I. B. è stata una mia compagna di scuola, ma non ho un buon ricordo di lei. Sfoggiava spille di dubbio gusto e combatteva per la pace nel mondo, ma suppongo che la sua lotta iniziasse e finisse con le oscillazioni di una bandiera sulla quale campeggiavano i colori dell’arcobaleno. Mi piace pensare che I. B. sia l’acronimo di indomita bagascia o incredibile beota, ma non ho motivi sufficienti per fantasticare in modo offensivo sul suo nome. Credo che l’immaginazione superi la realtà e talvolta penso che riesca persino a doppiarla. Mi mancava il titolo di universitario nella collezione di frottole che riguardano la mia persona e quest’ultima conquista va ad aggiungersi alle altre qualifiche che ho ottenuto finora: nazista, satanista, frocio, affiliato alla camorra, albergatore ed eremita. Insomma, ho tutte le carte in regola per diventare un cardinale papabile. Non ho intenzione di indagare su questa faccenda dato che sarei disposto a farlo esclusivamente con l’ausilio della Gestapo e in fondo simili sciocchezze mi offrono delle buone scuse per divertimi con le parole, sebbene mi fossi ripromesso di abbandonare un certo stile. Credo che il bisogno di decorare le vite degli altri con le proprie fantasticherie abbia qualcosa in comune con la spettacolarizzazione esasperata di certi eventi.

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