Il boulevard di Francesco
1
Feb

Archivio onirico: sogno n° 25

Inviato lunedì 1 febbraio 2016 alle 22:54 da Francesco

Ho sognato d’investire un cane sulle strisce pedonali mentre la sua padrona lo teneva al guinzaglio: un carlino, per la precisione. Appena mi sono reso conto dell’incidente è subentrato in me un forte senso di colpa. La scena onirica si è poi trasferita in un’abitazione dove un uomo mi ha rimproverato con veemenza: “Non ti voglio più vedere a Roma”; all’affermazione di costui io ho risposto che “a Roma ci lavoro”.

Ipotizzo che il cane rappresenti la mia parte istintiva, ma nel sogno appare come un carlino, ovvero un cane di piccola taglia e dunque ne deduco che si tratti di un’istintività ammansita dalla ragione o può darsi che l’immagine costituisca una prevaricazione di quest’ultima: è come se uccidessi involontariamente la mia parte irrazionale. Il conseguente senso di colpa è la mia intuizione di quanto un atteggiamento così censorio sia sbagliato e l’uomo che mi rimprovera può essere l’inconscio, difatti il mio errore non avviene sotto la giurisdizione dell’Io.
Roma è una città che per me ha molteplici significati, ma in questo caso non ricorro a una sua interpretazione personale. L’uomo (l’inconscio) non vuole più vedermi a Roma dove io “lavoro”, ovvero non vuole che la mia razionalità risulti un ostacolo alla mia vita: almeno così sono portato a credere. Alla luce di queste considerazioni io suppongo che nel sogno Roma in quanto caput mundi rappresenti la totalità dell’esistenza, difatti tutte le strade portano a quest’ultima.
A mio modesto avviso la presenza simbolica della razionalità è avallata ulteriormente dalle strisce pedonali: queste indicano l’unico punto in cui per la legge (la ragione?) al cittadino è permesso di arrivare dall’altra parte di una strada (vivere), tuttavia quest’ultima può essere attraversata in altre zone nonché in altri modi. La mia parte irrazionale reclama se stessa.

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23
Gen

Di entropia in entropia

Inviato sabato 23 gennaio 2016 alle 22:01 da Francesco

In una di quelle letture per tribù israelitiche o per crociati, insomma tra quelle pagine un po' invise ad altre genti semitiche, v'è la narrazione di come un tempo gli uomini parlassero la stessa lingua, prima che questi violassero il piano regolatore dei cieli con la costruzione di una torre verso l'Altissimo, forse per sussurrare qualcosa all'orecchio assoluto dell'inquilino di sopra.
Mi lascia perplesso il modo in cui un individuo può essere atterrito dalle notizie che ode di sera o a pranzo tramite le frequenze radiotelevisive, ma trovo ancora più aberranti gli effetti profondi in cui taluni possono incorrere dopo un'incidentale esposizione a certi comunicati.
Non sono così ottuso e scontato da prendermela con gli organi d'informazione, altrimenti se mi dovessi scagliare contro un parallelismo analogo punterei il dito verso qualche corpo docenti, altrettanto marcescibile, ma sono consapevole di come certe derive siano autoimmuni, ovvero di come sovente scaturiscano dal ricevitore più che dall'emittente.
Scrivo di tali cose perché, di recente, ho assistito alla reazione isterica di una persona che aveva appena assistito a una trasmissione televisiva i cui ospiti avevano discettato della tenuta del sistema bancario, come se le parole di quattro opinionisti più o meno titolati fossero state in grado di spostare una virgola di quella che è comunemente nota come realtà; eppure è così, difatti se le cose stessero diversamente il soggetto suddetto non avrebbe avuto la reazione che invece ha avuto. Ripeto (come una stazione di relais, appunto): l'entropia (concetto preso in prestito dalla termodinamica) immagino che tenda a manifestarsi più spesso in chiunque provi a sostenere l'insostenibile leggerezza dell'etere senza che abbia prima imparato come stare a mezzo metro da terra sulle proprie gambe.
Non mi considero estraneo a questo meccanismo di subdole influenze, e d'altro canto so bene che una larga parte dell'esistenza si svolge sotto la soglia della coscienza (a tal proposito è piuttosto esplicativa l'immagine di un iceberg che rende l'idea di come lo stato vigile sia solo la punta di qualcosa di più grande e quasi del tutto sommerso), dunque non gioco la carta di un'atarassia che non mi appartiene e di cui non posso fregiarmi: ne consegue che, quantunque in altri contesti, riconosco come anch'io sia stato più volte fuorviato da me stesso, ovvero da un'errata codificazione di notizie, parole, elucubrazioni personali o altrui.
Per me la vera confusione non è quella provocata da fonemi di lingue diverse che si inerpicano e si accavallano su una torre incompiuta, chiaro esempio di ecomostro biblico, ma è quella che può nascere in seno a una sola lingua poiché sapere e comprendere non sono veri sinonimi: perciò che posso fare per facilitarmi la vita e rendere più sereno il mio soggiorno terrestre? Non finirò mai di ripetere come io non mi occupi né di terzi né di trini, quindi scrivo a titolo personale e la mia soluzione risiede in un adeguato esercizio dell'attenzione: finora tale modus operandi mi è stato utile. Se il tempo è un fiume eracliteo allora non posso lasciare che le sue acque vengano avvelenate dalle vibrazioni dell'aria o da pezzi giustapposti di alfabeto latino dei quali travio il senso sulle mie retine. I fraintendimenti, queste sono le armi automatiche da proibire, altroché pistole, fucili o quanto rientri nel secondo emendamento della costituzione statunitense.
Mi sta bene che io non mi capisca con un mio simile, ma devo comprendere me stesso e questa circostanza è la conditio sine qua non per gettare un ponte su un altro mondo, foss'anche solo una città fantasma: per quanto cupi e sfuggenti, anche gli spettri hanno qualcosa da dire.
Fallisca il governo, scoppi la guerra, arrivi inopinata la pace, collassi l'universo o il solito balordo che non sa più dove sbattere la testa, giungano ricchezze degno di Creso o piovano tumori da un cielo plumbeo; ci siano famiglie arcobaleno o torni un patriarcato efferato, prevalga un vero laicismo o si faccia strada l'integralismo iconoclasta che sbatte i piedini nella mezzaluna fertile. Io sono di passaggio e voglio capire me stesso: non pretendo di comprendere qualcun altro e allo stesso tempo non escludo che ciò possa comunque accadere.


Grande Torre di Babele, di Pieter Bruegel il Vecchio, 1563
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14
Gen

Il fascino dell’asimmetria

Inviato giovedì 14 gennaio 2016 alle 20:03 da Francesco

Non mi ci accingo a scrivere qualcosa di memorabile e non è per rivestire di scarsa importanza i miei appunti che io metto le mani avanti, bensì le poggio saldamente a terra per eseguire una verticale che sia degna delle ordinate di un piano cartesiano.
Mi sono reso conto che in me il piacere di determinate asimmetrie convive con la mia inclinazione all'ordine. Ho libri e dischi allineati in modo maniacale; le suppellettili e altri oggetti godono di una sistemazione altrettanto precisa tra le quattro pareti della mia stanza, perciò sono un po' insofferente verso gli ambienti disordinati e verso coloro che ne avallano l'incuria. Il mio modus operandi è lo stesso nel campo dell'informatica ed è raro che io lasci un file fuori posto o aspetti troppo a sistemare un caos passeggero. Non ho la stessa cura per gli interni della mia auto e mi pare che tale discriminazione sussista perché non mi identifico con il mezzo a quattro ruote. Quando vado a fare la spesa, e qualora le circostanze lo permettano, sistemo con una facile logica i miei acquisti sul nastro della cassa, un po' come se giocassi a Tetris, tuttavia in casi del genere mi trovo a stabilire un ordine evanescente che mani sapienti tramutano in caos per un fine superiore. Che ogni dio alla fine non sia altro che un cassiere cosmico? Chissà!
Questo discorso mi fa venire in mente il feng shui (geomanzia taoista) e riconosco l'azzardo di una tale associazione d'idee, tuttavia la riporto così come mi si presenta e la giustifico con un improprio accostamento tra il mio bisogno di crearmi un ambiente che sia in accordo con la mia indole e le presunte influenze della pratica di cui sopra (o meglio, di una delle sue accezioni).
Per me la quadratura del cerchio non è sempre raggiunta in modo regolare e difatti adoro certe asimmetrie nei campi più disparati. In musica per esempio mi piacciono le dissonanze quando si fanno adorare di loro sponte, inoltre mi considero ormai un seguace dei tempi dispari e difatti non faccio mistero del mio amore per il rock progressivo.
In passato se mi fossi soffermato su una tela di Kandinskij forse non avrei sfoggiato altro che della perplessità, ora invece qualcosa riesce a raggiungermi durante la contemplazione di un asimmetrico astrattismo e di sicuro tutto questo non dipende da un’accresciuta competenza in materia (di cui ero e sono sprovvisto). Amo anche l'apparente irregolarità che poi rifluisce nel suo opposto. Mi affascinano gli sviluppi del sistema nervoso centrale che non sono sempre caratterizzati dal sincronismo; la dominanza di una parte del cervello in certe attività cognitive e prodigi dell'evoluzione come la capacità dei delfini di dormire con un emisfero alla volta.
Non so di preciso per quale motivo io mi sia risolto a scrivere di cotale tema, perciò conferisco una forma asimmetrica anche al filo conduttore di queste righe e me ne compiaccio come se me ne importasse davvero qualcosa di pascolare nel senso apparente delle cose.

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6
Gen

Appigli metafisici su una parete cerebrale

Inviato mercoledì 6 gennaio 2016 alle 23:09 da Francesco

Ho fatto mia una domanda nella quale sono incorso durante una lettura serale: il linguaggio è una prerogativa degli esseri umani? A tale quesito non v'è ancora una risposta unanime, ma v'è una distinzione sostanziale da compiere, ovvero quella tra linguaggio e intelligenza: di fatti il primo non è indispensabile per il pensiero e la sua assenza non esclude la facoltà astrattiva.
Nella disamina dei tipi più comuni di afasia (cioè i disturbi del linguaggio di origine organica) ho letto che in ambito clinico sono ancora utilizzati dei riferimenti ad aree alle quali un tempo erano ascritte precise funzioni, ma la cui localizzazione è stata in seguito ridimensionata dai progressi delle neuroscienze: mi riferisco in particolare all'area di Broca e all'area di Wernicke.
Porto il nome di un santo che parlava con gli animali, una figura per cui oggi un sindaco non faticherebbe troppo a chiedere il trattamento sanitario obbligatorio, tuttavia mi domando se nel folclore e nella costellazione degli archetipi non vi siano già verità di cui la scienza deve tornare in possesso per tradurle nello spirito di questo tempo (ricorro qui a un’espressione di Jung): un po' come l'anamnesi di Platone. Quante cose (o presunte tali, monadi) sfuggono alla ragione o forse è questa che vi si ritrae per il timore che possa esserne sopraffatta.
Le lesioni di determinate aree provocano dei problemi di comprensione, altri tipi di danni invece cagionano difficoltà di espressione e perciò mi chiedo se la più intima essenza di un individuo sia riducibile all'efficienza del suo sistema nervoso centrale. A questo proposito mi torna in mente (e dove altrimenti?) il momento in cui Jung descrive l'incontro con Izdubar (episodio di cui anche pochi giorni fa ho fatto cenno): o meglio, lo scontro tra lo scientismo e la devozione infantile.
Malgrado la profonda solitudine del mio ateismo non riesco a ridurre tutto in termini organici e dunque non ho modo di attingere dalla tracotanza con cui taluni impugnano il rasoio di Occam per recidere ogni altra forma d'esistenza, ogni principio che non faccia sinapsi, ogni filo invisibile che colleghi tutto a un motore immobile.

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3
Gen

Ritmi circadiani

Inviato domenica 3 gennaio 2016 alle 23:46 da Francesco

Talvolta è come se ognuno dei miei orologi biologici iniziasse a segnare un proprio fuso orario e puntualmente (sennò che orologi sarebbero?) questa discrepanza produce delle ripercussioni sui miei ritmi circadiani. Ci sono dei giorni in cui sono costretto a restare sveglio molto più del solito per costringermi ad avvertire i moti del sonno al momento opportuno, però almeno nelle ventiquattrore successive alla tirata pago la forzatura con uno stato di rincoglionimento, tanto per usare un termine tecnico che sappia comunque rendere l'idea di spossatezza.
In un manuale di neuroscienze ho compreso il ruolo che gioca il nucleo soprachiasmatico nei ritmi circadiani e sono rimasto sorpreso dal particolare di un esperimento in laboratorio in cui dei topi ne subivano il trapianto: alla fine essi assumevano i ritmi del donatore…
Ho inoltre appreso che l'uso della melatonina per il miglioramento del sonno non è ancora del tutto chiaro benché sia stato constatato un certo beneficio del suo impiego nei sintomi per il jet lag e per alcuni casi di insonnia negli anziani. Io non ho mai provato ad assumere alcunché di naturale o sintetizzato per favorire l'addormentamento e mi domando in un caso del genere quanto sia importante convincersi di ciò a cui si ricorre affinché s'inneschi l'effetto placebo.
Da quanto ho letto ci sono degli individui (e purtroppo mi annovero tra essi) che sono incapaci di adattare i loro cicli di sonno e veglia ai ritmi giornalieri, perciò si vedono costretti a variare continuamente i cicli delle loro attività rispetto alla luce del giorno. In un moto di sommo rigore mi chiedo quanto la volontà possa contenere i limiti suddetti e nel mio caso credo che abbia un certo margine d'azione. Mi sento nel pieno delle mie forze e creativo al massimo grado quando mi sveglio attorno alle due di notte e vado a letto nel tardo pomeriggio, ma non riesco sempre a mantenere questi orari e so per esperienza personale quanto sia debilitante la privazione di sonno. Ci sono tante variabili da tenere in considerazione a questo riguardo, non ultime quelle ambientali e i tanti stimoli che rendono incerto l'inizio del riposo: ed è proprio in virtù di questa considerazione che mi sono appena interrogato (almeno per quanto mi riguarda) su quale peso abbia il comportamento nella regolazione dei ritmi circadiani.
In un mio soggiorno in mezzo all'Oceano Pacifico mi sono adattato presto e spontaneamente ai ritmi del sole e suppongo che ciò si sia verificato per il cambiamento delle variabili ambientali che a loro volta hanno influito sulla mia condotta. Non so se a livello genetico (a dire il vero non l'ho colto dalle mie letture) vi possa essere un'incapacità addirittura invalidante di adattarsi ai ritmi del giorno, ma di sicuro non è il mio caso e ammesso pure che in me vi sia della predisposizione in tal senso, di sicuro non lo è in una misura che non possa essere corretta dalla disciplina.
Vorrei tanto che fossi in grado di addormentarmi a comando e chissà che un domani la natura della mia specie non si evolva per favorire una funzione del genere.

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2
Gen

Appunti sfusi del Libro rosso di Carl Gustav Jung

Inviato sabato 2 gennaio 2016 alle 22:26 da Francesco

Ancorché con estrema concisione e senza l'ausilio degli incisi necessari, intendo trasporre su queste pagine una parte dei miei appunti su uno dei testi più famosi e controversi di Jung, ovvero il Libro rosso a cui ho dedicato molteplici attenzioni sin dalla scorsa primavera.
Quanto mi accingo ad annotare non ha pretese di completezza, dunque lo vergo come meglio credo a mio esclusivo uso e consumo; mi riservo inoltre la possibilità di ampliare questo piccolo sunto di annotazioni che ho tratto dalla lettura del testo in questione e da quella della Guida al Libro Rosso di Bernardo Nante.

Il Libro rosso è disseminato di miti, ma è esso stesso un mito che esorta chi lo legge al recupero di una vita simbolica: quest'ultima consiste nell'unione degli opposti che è celebrata dalle nozze mistiche che ognuno deve narrare con l'unicità della propria esistenza. Jung precisa che il testo non dev'essere considerato alla stregua né di una dottrina né di un insegnamento, bensì solo un invito che è rivolto a chiunque intenda cercare dentro di sé la via della propria rivelazione.

Apprezzo molto quest'ultimo monito di Jung e dei suoi esegeti in quanto non riduce l'opera a un corpus di dettami per indoli pedisseque, ma pone il lettore al cospetto della vox media più bella e crudele, ovvero "libertà"; e mutatis mutandis, in tutto ciò sento odor di pelagianesimo.

Il primo passo che viene mosso nel Libro rosso è verso l'assurdo e si compie con l'assassinio di Sigfrido che invece rappresenta il senso. L'Io è il protagonista e deve rapportarsi con le figure più disparate, tra le quali il Diavolo e un anacoreta: il primo rappresenta la materia, il mondo terreno, il secondo invece l'ascesi e la spiritualità.

Viaggiando verso oriente l'Io s'imbatte in un gigante babilonese di nome Izdubar (che è l'errata traslitterazione di Gilgamesh) il quale procede in direzione opposta. Quest'incontro è quello tra l'uomo scientifico e l'uomo mitiologico con la dicotomia che è loro propria. Jung spiega al gigante la teoria eliocentrica ed egli s'ammala poiché gli vengono meno le convinzioni magiche, quindi Jung tenta di riparare al danno che ha causato e propone a Izdubar di diventare una fantasia in modo tale che lui possa portarlo in Occidente, racchiuderlo in un uovo e covarlo. Quando i passi anzidetti vengono compiuti Izdubar rinasce ma l'Io ne resta orfano.
A questo punto è sottolineata l'incapacità di vivere in pieno il mistero dell'unione degli opposti a causa della tensione tra lo scetticismo scientista e la devozione infantile.
L'Io riceve il dono della magia che richiede il sacrificio della consolazione e si reca da un mago affinché lo liberi dal destino: la magia consiste nell'imparare ciò che non può essere imparato e nel comprendere l'incomprensibile in quanto essa permette di sopportare le contraddizioni.
Il mago Filemone non comunica all'Io il segreto della magia per mezzo della parola, bensì egli si avvale del suo modo di vivere e ne fa un esempio. Compaiono poi i Cabiri, delle divinità ctonie che si mettono al servizio dell'Io per diventarne oggetto di sacrificio.

L'Io riconosce le esigenze dei morti e così può lasciare le aspirazioni personali, inoltre è in grado di non desiderare più che la sua volontà s'imponga agli altri o che di questi egli voglia la felicità.
Appaiono due figure, Salomè ed Elia: la prima rappresenta l'eros e il secondo il Logos.
Le nozze mistiche tra sopra e sotto generano un'anima spiritualizzata e il protagonista resta da solo con il suo Io: costui deve recuperare il passato che non ha ancora accolto poiché la pietra di paragone è l'essere soli con sé stessi. Questa è la via. L'Io non deve farsi carico dei morti perché deve restare fedele alla solitudine, ma non lo capisce e sprofonda nella tristezza, inoltre v'è un confronto con l'Ombra personale in cui ammette la propria inferiorità e accetta di farsi domare. Su questo orizzonte si staglia un concetto importante, ovvero che occorre comprendere sé stessi per superare la pretesa di essere compresi dagli altri.
Jung non si disfa dell'anima benché questa si presenti come una sgualdrina ipocrita poiché egli sa che comunque serba il tesoro più prezioso. Per procedere verso il Sé è necessario che vi sia un riconoscimento dei vizi e delle virtù.

Nel pleroma le coppie di opposti in realtà non esistono poiché si annullano, perciò nella misura in cui un individuo è attratto da un polo finisce per cadere in quello opposto: rimedio a ciò è l'essenza e non il pensiero. Filemone insegna il sapere che pone un freno al pensiero.
È Abraxas che abbraccia entrambi i poli, ovvero un dio da sapere e non da comprendere, cioè il signore di questo mondo. Filemone da parte sua non può insegnare ai morti il dio che è uno in quanto essi lo hanno ripudiato e così hanno dato potere alle cose, ovvero a molti dèi.
Essere in comunione dà calore mentre essere da soli dà luce: l'uomo deve differenziarsi dalla sessualità e dalla spiritualità che non possiede poiché ne è posseduto. Affinché l'integrazione si verifichi l'enantiodromia deve interrompersi. Secondo Filemone gli uomini non possono imparare nulla fino a quando non vivono la loro vita senza imitare nessuno: ciascuno deve realizzare la sua opera salvifica. Gli dèi sono insaziabli perché ricevono troppo e devono imparare la penuria dagli uomini, ma le atrocità dei mortali aumentano quando queste precedono la rinascita di un dio paradossale. Il dio unico è morto e la pluralità delle cose uniche è il dio uno.
Elia finisce per indebolirsi poiché passa a Jung una parte troppo grande del suo potere; egli e Salomè sono modelli archetipici per l'unione degli elementi maschili e femminili; riconoscere il valore della seconda rende possibile l'annullamento dell'identificazione del sapere con la mera erudizione. A un certo punto appare Cristo con le sembianze di un'ombra azzurra e Filemone lo porta a capire come la sua natura sia anche quella del serpente: egli ne conviene.

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1
Gen

Esordio gregoriano

Inviato venerdì 1 gennaio 2016 alle 20:31 da Francesco

Quasi sempre durante i momenti di passaggio (che siano effettivi o simbolici) mi piace ricordare il titolo di un libro di Tiziano Terzani, ovvero La fine è il mio inizio.
Ieri sera mi sono recato da solo a Tivoli, laddove un tempo Adriano celebrò la bellezza del suo Antinoo e dove io, invece, senza lasciare traccia alcuna ho festeggiato l'ultimo giorno dell'anno.
In Piazza Garibaldi ho preso parte al concerto della Premiata Forneria Marconi: per la terza volta ho assistito a un loro live e credo che tra le tre quella di ieri sia stata la performance migliore.
Un capodanno all'insegna del rock progressivo non l'avevo mai trascorso ed è stato stupendo!
Ho respirato un'atmosfera fantastica e ho salutato con allegria i dodici mesi che si sono succeduti senza soluzione di continuità. Se fossi stato uno incapace di starsene per i fatti suoi forse avrei accettato uno dei vari inviti che avevo ricevuto per delle festicciole in cui difficilmente mi sarei divertito. Purtroppo con le altre persone rischio sempre di apparire scostante e sfuggente, certe volte addirittura snob, ma in realtà non sono affatto così o forse lo sono in una misura inferiore a quella che talora può trasparire dal mio comportamento.
Ho capito da prima che iniziasse il concerto quanto fosse stata saggia la mia scelta, ma quando Patrick Djivas ha attaccato l’intro di basso di Maestro Della Voce, celebre pezzo della PFM dedicato a Demetrio Stratos, non ho avuto più il benché minimo dubbio! Dovevo essere là, in prima fila!
In questo periodo l'anno scorso ero dall'altra parte del mondo e stavo bene: quest'anno sono sul suolo natio e sto bene lo stesso. Memorie piacevoli mi attraversano rapide e fugaci perché io non sono tipo d'albergarle troppo a lungo, però sono contento che ogni tanto mi facciano visita.
Auguro a me stesso un anno di crescente consapevolezza e che le mie azioni possano essere in accordo con i miei pensieri. Ho ancora una lunga strada da percorrere da solo e intendo fare il possibile affinché le circostanze mi concedano il tempo necessario per il viaggio. Ad maiora.

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1
Dic

Il dovuto distacco che precede un opportuno ritorno

Inviato martedì 1 dicembre 2015 alle 02:07 da Francesco

Nelle ultime due settimane non ho avuto molto tempo per scrivere su queste pagine, ma anche se mi fossi ritrovato nelle condizioni di dedicarmici le avrei comunque lasciate spoglie.
Sto attraversando un periodo di forti letture in cui mi alterno tra un manuale di neuroscienze e la Guida alla lettura del Libro rosso di Jung (l’opera originale l’ho già affrontata); quest’ultimo è un testo che ho cominciato a studiare appena ho finito i quattro volumi di Jung dedicati a Così parlò Zarathustra di Nietzsche. Non mi crogiolo in un becero intellettualismo, bensì mi avvalgo di simili strumenti per perorare la causa del processo d’individuazione e dunque non considero uno scopo nobile il mero accumulo di nozioni.
Per sette mesi non ho corso e solo da sessanta giorni ho ripreso ad allenarmi, di conseguenza anche questo impegno fagocita il mio tempo libero, ma sono certo che prima o poi tornerò a ripartire le sabbie delle mie clessidre in modo diverso. Mi appresto a vivere la mia terza vita da maratoneta, spero la migliore, e sento in me un rinnovato entusiasmo. Sono l’allenatore di me stesso, il mio migliore amico, il mio maestro e voglio tornare a gareggiare per il gusto di farlo.
Oltre allo sport, agli studi personali e all’introspezione sto cercando di diventare un chitarrista decente e anche se questa strada per me è in salita non posso negare che mi piacciano le sue pendenze. Insomma, io mi sento ancora centrato sulla mia via e concentrato su attività che mi arricchiscono interiormente. Per quanto possibile cerco di mantenere pensiero e azione nel migliore degli equilibri. Mi trovo su un piano emotivo di particolare intensità, ma non domando rassicurazioni né pretendo vaticini infallibili.
Avverto dentro di me il risveglio di forze che sono rimaste sopite a lungo. Riesco ancora a trarre molto dalla mia esistenza, forse più di quanto abbia fatto in passato e sono pervaso da piaceri a volte semplici, altre complessi, i quali non mi dominano né tanto meno io domino loro: in altre parole si tratta di piaceri autentici a prescindere dal loro grado di enigmaticità.
La spinta e il dinamismo di cui mi sento destinatario e ingranaggio hanno nel mio immaginario un non meglio definito legame col futurismo, perciò in calce a questo appunto di vaghezze e di personalismi inserisco il manifesto di Filippo Tommaso Marinetti magistralmente (un avverbio da poco in questo caso) letto da Carmelo Bene.

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15
Nov

Ennesime considerazioni inattuali

Inviato domenica 15 novembre 2015 alle 16:46 da Francesco

Conosco un bell’imperativo di Manlio Sgalambro al quale cerco di attenermi: “Tutte le cose si devono intendere a partire dalla fine del mondo”. In conseguenza di tale assunto mi considero un testimone indiretto della presunta utopia del multiculturalismo che giunge ai ferri corti con la storia e assisto anche al grottesco stupore di chi se ne meraviglia o di chi vi indugia.
Quantomeno un tempo quella sciagura fondatrice dell’Europa che è il cristianesimo mostrava scudi crociati e alzava le else, ma poi una certa efferatezza è venuta progressivamente meno e un illusorio terzomondismo (la guancia è stata porta un po’ troppo…) ha avuto la meglio sulla ragion pratica (o real politik). Tutto nell’ordine delle cose, tutto già visto; déjà-vu, appunto. L’eterno ritorno dell’uguale. Mi trovo in un clima da fin de siècle a inizio millennio. Può essere il momento giusto per riscrivere l’opera omnia di Nietzsche e spacciarla come inedita, ma ad ogni modo io tento di restarmene a seimila piedi al di sopra del bene e del male.
Accadrà di nuovo quanto è successo per la seconda volta a Parigi e chissà che un domani non mi ci ritrovi in mezzo. Per me alla violenza bisogna rispondere con altra violenza e non mi curo di come questo semplice concetto presti il fianco agli alti ragionamenti di certuni, tuttavia se fossi convinto della maggiore efficacia di altre soluzioni non esiterei un momento a chiamarle in causa in questa mia trascurabile visione delle cose: mi reputo un individuo pragmatico, mai ideologico. Odio ripetermi e non per la ripetizione in sé, ma quando credo che questa si faccia stantia e di conseguenza non mi avventuro in analisi interdisciplinari che non spostano neanche una foglia. La breve storia umana è un florilegio di situazioni peggiori, ma la brutalità è resa tale dalla sua vicinanza temporale e non tutti sanno inquadrarla dentro cicli storici, in quell’incessante andare e venire di tendenze che come una cieca volontà afferma tutte le enantiodromie.

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7
Nov

Archivio onirico: sogno n° 23 e sogno n° 24

Inviato sabato 7 novembre 2015 alle 02:52 da Francesco

In queste ultime settimane ho fatto due sogni apparentemente opposti che a mio avviso sono invece le due facce della stessa medaglia, ovvero l’esistenza: Eros e Thanatos.



Sogno n. 23

Mi trovo in una stanza e d’un tratto, guardando il cielo, noto un bagliore che traccia una linea bianca verso l’alto da cui poi ne disegna un’altra verso il basso: l’immagine che ne consegue è simile a quella dei due lati di un triangolo equilatero che s’incontrano al vertice dello stesso.
All’improvviso un altro bagliore precipita verso di me e il mio mondo, tuttavia non faccio in tempo a prenderne pienamente atto e mi ritrovo altrove. Tengo la mano di una persona sconosciuta e questa mi dice che non rivedrò mai più chi ho incontrato fino ad allora. Sono di nuovo bambino e passeggio su un suolo bianchissimo che somiglia alla superficie lunare: altro non lo rammento.



Sogno n. 24

Mi trovo in un locale con delle persone che non conosco. Ad un tratto esco fuori e mi siedo per terra accanto a una ragazza senza che in me vi sia alcuna intenzione di volerla avvicinare, però ne riconosco i tratti del volto e quando anche lei riconosce i miei subentra tra noi un silenzio che io rompo con un elogio di sua maestà il caso. Costei ha capelli corvini e un viso che conosco da tempo immemore. La ragazza ha qualcosa con sé, una bimba piccola che accudisce sotto una coperta, ma l’infante a sua volta si trova dentro a una bizzarra custodia di plastica che si adatta ai suoi movimenti. Chiedo il nome della piccola: Acella. Faccio notare alla ragazza come il caso ci abbia consentito di ritrovarci e le chiedo se sia fidanzata perché vorrei frequentarla: lei sembra convincersi dei miei intenti e il sogno s’interrompe.

Il primo sogno è chiaramente influenzato dai miei recenti approfondimenti sulla metempsicosi e forse esprime anche il disincanto del mio inconscio per la vita corrente, infatti a livello cosciente non avverto nulla del genere; c’è un’idea palingenetica, la voglia di un azzeramento, una tabula rasa da compiere per ripartire ex novo, tuttavia l’idea di rinnovamento non è poi così… nuova! Immagino perciò che i bagliori rappresentino un certo modo di distruggere secondo un preciso ordine, affinché la ricostruzione possa avere un senso: le due linee a mio avviso rappresentano quell’ordine sotto forma di regolarità geometrica. Quella persona che non vedo e di cui tengo la mano sono io, ancora in fase di divenire, perciò la stretta è un punto tra la mia nuova nascita e il futuro, ancora indefinito. La superficie lunare penso che sia un dettaglio scaturente da alcune mie letture, precisamente riguardanti Gurdjieff: in queste la Luna è la destinazione di quelle anime che finiscono sottomesse a novantasei leggi e si ritrovano così in condizioni minerali: in tale dettaglio colgo un indizio su quanto impiegheranno i miei progressi per realizzarsi, difatti nelle circostanze anzidette, secondo determinati insegnamenti, a quel punto l’unica evoluzione possibile rimane quella collettiva con i suoi tempi molto estesi. Non nutro alcuna convinzione in merito a quest’esoterica parte, ma l’ho chiamata in causa esclusivamente a fini interpretativi.

Nel secondo sogno ho provato una dolcezza infinita e solo un’altra volta ho serbato il ricordo di una sensazione così forte. Al risveglio mi sono davvero dispiaciuto che tutto quello che avevo provato non appartenesse alla cosiddetta realtà e per un po’ ne sono rimasto amareggiato. 
La ragazza del sogno ha un nome preciso: Stefania. Per lungo tempo costei ha rappresentato  per me un ideale di bellezza, carattere, finanche indole che io, per mia colpa, non sono riuscito a raggiungere, ma dubito che il sogno si riferisse a lei e penso invece che l’abbia usata come simbolo per rappresentare ancora una volta la componente femminile di cui la mia vita è ignara. Con l’evocazione di questa figura l’inconscio mi ha reso note le sue rimostranze per le carenze affettive che in me si sono pressoché cronicizzate e la riprova dell’impiego di quella figura è nel nome della bimba: Acella. Quest’ultimo in realtà è un cognome tipico del sud, presente anche nell’area da cui proviene la ragazza suddetta. La bizzarra custodia di plastica della bambina è invece un riferimento a me, ovvero è la mia Anima (in senso junghiano): essa non cresce ed è per questo che si adatta alla custodia in cui è portata. Illesa, ma in perenne stasi, la femminilità di una donna rimane per me un’idea astratta. Il mio elogio del caso e il tentativo di riprendere a interloquire con Stefania esprimono nel sogno una speranza che nella realtà della veglia è stata soltanto una frustrazione.

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