16
set

Catabasi

Inviato martedì 16 settembre 2014 alle 14:59 da Francesco

Ho assunto una certa noncuranza verso il parossismo settembrino, tuttavia non so ancora se si tratti di uno sviluppo positivo o controproducente: confido nell’insindacabile giudizio del tempo. Ho esasperato all’inverosimile i miei moti interiori e può darsi che in questo modo sia riuscito a prevenirne le conseguenze più nefaste, ma tale manovra mi è costata un po’ di serenità.
Due sere fa ho avuto un momento di profondo sconforto, perciò mi sono seduto sul letto, ho chiuso gli occhi e ho cercato di sgombrare la mente da qualsiasi pensiero: se ora fossi incauto o superficiale alluderei alla meditazione. In realtà non sono riuscito a fare altro che ad assistere ai rapidi, intensi e acrobatici avvicendamenti del mio stato d’animo, come se mi fossi ritrovato in una tribuna d’onore per guardare uno spettacolo che invero avrei dovuto allestire e dirigere io. Tutto passa, nulla permane: me lo ripeto a mo’ di mantra. Ricerco nuove vie per migliorarmi, ma adesso è il bisogno che mi spinge all’impresa e non sono più mosso da una semplice curiosità. Devo ritrovare la forza sopita che giace da qualche parte nei miei recessi, ma ho pochi rimasugli di sublimazione, un manipolo di sane abitudini del tutto inveterate, ed è come se fossi a capo di un’armata Brancaleone. A tratti mi rivedo anche in Don Chisciotte, però invece di combattere contro i mulini a vento mi sembra di fronteggiare delle pale eoliche sotto delle nuvole bianche. Non temo pericoli dall’esterno perché i nemici sono dentro di me. Quasi mi alletta questa nuova sfida e mi compiaccio di come la mia inclinazione a vivere si affermi su ogni altra forza contraria. Sono periodi del genere che mi dànno la misura della mia salute psicofisica e non oso neanche immaginare cosa sarebbe delle mia vita (o cosa ne resterebbe) se avessi una predisposizione organica alla depressione o se tradissi la mia lucidità con i princìpi attivi dell’autolesionismo.
È normale che talora la tristezza e la disillusione mi attraversino, tuttavia ne riconosco la natura nomade poiché in me non sono mai stanziali. Posso accompagnare il cambiamento o subirne la portata, ma è adesso che devo mettere in pratica tutto quello che ho imparato nell’età dell’oro della sublimazione; per me era facile, troppo facile restare sugli allori mentre mi sovrapponevo alle mancanze affettive grazie a quella straordinaria condizione. Io non so se qualcosa succeda per caso o se il destino dei mortali passi davvero dalle mani delle Parche, però oggi non cerco rassicurazioni né conforto. Vorrei stringere una santa alleanza, assecondare le mie intuizioni più profonde e vivere in mezzo all’ironia, ai silenzi complici e alla certezza crescente che qualcosa mi sfugge in forza della sua natura ineffabile. Intanto giro ancora.

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13
set

Cose semplici

Inviato sabato 13 settembre 2014 alle 08:05 da Francesco

Sto ancora elaborando il lutto, però mi sento vicino a quella che una psichiatra svizzera definì la quinta fase di tale processo, ovvero l’accettazione.
In questo frangente uso la scrittura come se fosse uno strumento diagnostico e attraverso gli errori di battitura (abbondanti come nel caso dell’appunto precedente al quale ho poi apportato le dovute correzioni) mi accorgo di quanto intensi e frequenti siano i cali della mia attenzione. Purtroppo non riesco a concentrarmi quanto vorrei e così affronto gli impegni quotidiani come se fossi un automa, tuttavia non intendo continuare a vivere così oltre il tempo necessario per il pieno recupero delle mie forze e aspetto il momento del riscatto: kairos, per gli antichi greci, per i classicisti o per chiunque voglia darsi un tono.
Sono spaventevoli le oscillazioni alle quali è esposto lo stato d’animo, però mi reputo fortunato rispetto ad altri individui perché almeno io riesco a spiegarmene le cause e gli effetti. Dopo tanti anni sono ancora accanto a me stesso, ma non voglio bastarmi né imbastardirmi. Chissà quali saranno i prossimi segnali di vita sulla mia lunghezza d’onda; intanto sopravvivo, così, giusto per gradire…

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12
set

Archivio onirico: sogno n. 14 e sogno n. 15

Inviato venerdì 12 settembre 2014 alle 14:41 da Francesco

Questo periodo funesto ha ridestato in me un’intensa attività onirica e il mio inconscio è tornato raccontarmi quello che ci accomuna. Ho faticato un po’ ad annotare questi sogni perché non mi andava di farlo, ma alla fine mi sono reso conto della loro importanza per le mie ricerche e qui di seguito ne ho riportato ciò che ho potuto.

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Sogno n. 14

Mi trovo in un istituto di cui salgo e scendo i piani. La struttura mi ricorda quella delle mie scuole medie. C’è una grande confusione e sembra che sia l’ultimo giorno prima delle vacanze.
Il sogno poi passa dentro un aereo. Sono in fondo al corridoio, quasi in coda, tutti i posti sono vuoti e all’improvviso lo vedo inclinarsi: l’aereo precipita e mi sveglio di colpo prima dell’impatto.

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Sogno n. 15
 

Cammino lungo una serie di tornanti che assomigliano a quelli di un posto in cui ogni tanto vado ad allenarmi. Ad un certo punto inizio a costeggiare una parete bianchissima e raggiungo una serie di case che mi ricordano Cadaques, un paesino spagnolo in cui ha dimorato Salvador Dalì. A quel punto il sogno cambia e mi proietta in mezzo a degli studenti rispetto ai quali ho almeno dieci anni di più. Uno di loro si sorprende perché mangio dello sgombro da una scatoletta e ne levo le spine senza usare le mani: gli porgo una scatoletta e lui prova a fare altrettanto, ma si dimostra un po’ goffo. Dopo un po’ mi ritrovo in viaggio con un bambino. Mi sorge il dubbio se viaggiamo con gli altri o se siamo stipati in una specie di bagagliaio: alla fine si rivela esatta quest’ultima ipotesi e finiamo sul fondale di un porto, di conseguenza non ad una profondità eccessiva, circostanza che mi consola già nel sogno perché so che potrò risalire. Apro il portellone a calci e cerco di compensare bene per tornare in superficie senza farmi male. Anche l’altro si salverà.
In seguito io e il bambino ci sediamo ad un tavolo con i turisti che viaggiavano insieme a noi ma uno di loro si è accomodato su una sedia che a sua volta poggia sul tavolo: è girato di spalle.

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La parte iniziale del primo sogno è quasi ricorrente, poiché ogni tanto la mia attività onirica mi riconduce ai tempi della scuola. In questo caso credo che il clima da ultimo giorno indichi sollievo per il fatto che la mia potenziale relazione sia giunta ad una svolta: continuare o smettere.
Infatti, quando i miei sogni si svolgono nell’ambito scolastico vengo appagato dal fatto che non devo più andarci e dunque è facile il parallelismo tra un rapporto e lo studio: deve procedere o deve terminare? Quando il sogno si è verificato il mio legame embrionale era già scomparso e ne deduco che ciò evidenzi il piacere di non essere più in una sorta di limbo: mera consolazione.
Vedo nell’aereo vuoto che precipita tutta la solitudine con cui tento di stare troppo in alto, come se cercassi di vivere una vita al di sopra delle passioni senza esserne capace; puntualmente dei rari e fallimentari entusiasmi mi ricordano la mia vera natura. A questo proposito associo un passaggio dello Zarathustra di Nietzsche in cui viene detto più o meno: “Tu ti sei lanciato da te stesso così in alto; ma ogni pietra lanciata deve cadere”.

L’esordio del secondo sogno mi riporta ad un senso di smarrimento e impotenza che poggia su un fatto recente: qualche settimana fa la batteria della mia auto si è scaricata proprio nei pressi del posto che paragono a quello del sogno e quest’ultimo mi sembra che assuma il valore di un luogo di transizione, proprio come chiamo il periodo che sto attraversando.
Il riferimento a Cadaques suppongo che trovi spazio per due motivi. In primis, poiché il paesino spagnolo mi ricorda una zona di Porto Santo Stefano dove si trova la strada panoramica che associo alle scene iniziali del sogno; in secondo luogo suppongo che la mia tendenza a definire “surreali” quei giorni di tristezza e le relative sensazioni abbia contribuito all’inserimento del paese: Dalì infatti è il padre del surrealismo e il ricordo della sua casa, per cui Cadaques è così famosa, è ancora impresso in me.
La parte in cui mangio sgombro in scatola è un po’ criptica, ma io la interpreto come l’inefficacia frustrante delle mie buone intenzioni, infatti porgo la scatola all’altro dopo avergli mostrato che riesco a levare le spine senza usare le mani, quindi solo con i movimenti della bocca: questo esemplifica l’impotenza della parola, la pochezza del verbo e tutti i fraintendimenti.
Il fatto che io viaggi con studenti rispetto ai quali ho almeno dieci anni di più è un’inversione del sogno: infatti nella realtà è la ragazza che m’interessava ad avere dieci anni più di me. Questa inversione trova conferma anche dopo; il bambino rappresenta quella stessa ragazza e il fatto che anche lui si salvi significa quanto segue: entrambi siamo caduti ed entrambi torneremo in superficie poiché non abbiamo approfondito troppo il nostro legame, o, come io le ho detto in più occasioni vìs-a-vìs: non ci siamo concessi il lusso di conoscerci. In questo passaggio trovo la conferma di come l’attività onirica proceda talora per contrari e paradossi.
La specie di bagagliaio in cui viaggiamo rappresenta la situazione un po’ opprimente e carica di paletti nella quale io e lei abbiamo stabilito un dialogo. Il finale del sogno indica un ritorno alla normalità che per qualche giorno è sembrata in procinto di subire una grossa rivoluzione.
Manca da indicare cosa rappresenti il tizio che sta di spalle su una sedia, la quale poggia sopra il tavolo a cui siedono normalmente tutti gli altri: è l’indifferenza che domina la vita e come tale non ha connotati poiché li nega tutti.

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11
set

Buio come nelle notti che furono

Inviato giovedì 11 settembre 2014 alle 01:36 da Francesco

Mi rendo perfettamente conto della meccanicità e della frammentazione di cui è vittima il mio Io. Neanche provo a placare la profonda tristezza che alberga nel mio cuore: preferisco che questa trovi il proprio sfogo e si esaurisca da sé.
Sento che nei miei recessi stanno per risvegliarsi gli archetipi del guerriero e del saggio, tuttavia sono conscio di quanto il loro ritorno sia ancora lontano. Nel frattempo mi districo dai giorni e dalle notti come meglio posso. La mia volontà di vivere è forte e non posso piegarla, ma accetto di buon grado questo limite perché mi autorizza a ritenere che io non ne abbia oltrepassati altri.
Per espormi con la mia diletta ho dovuto abbassare le difese narcisistiche, perciò il contraccolpo del rifiuto è stato potente e la perduta sublimazione non ha avuto modo di attutirlo: insomma, è come se mi fossi venuto a trovare in una tempesta perfetta.
Devo compiere uno scatto d’orgoglio per trovare un nuovo modo con il quale ristabilire il giusto equilibrio. Per quanto io ne dubiti, forse è solamente una questione di tempo prima che tutto si aggiusti. Al momento avrei davvero bisogno di vivere ciò che non ho mai vissuto, ma se potessi farlo queste righe non esisterebbero: delle due l’una.
La strada è ancora lunga, ma almeno mostro lievi cenni di miglioramento: li mostro a me stesso. Non voglio crogiolarmi nella mestizia perché il mondo non ruota attorno a me, ma per ora non riesco a sottolineare altro e malgrado gli sforzi vedo tutto nero: paziento e attendo schiarite…

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9
set

Meditatio mortis

Inviato martedì 9 settembre 2014 alle 12:58 da Francesco

Ora che non ho più la sublimazione sento tutto il peso dei giorni che passano. In certi momenti penso che questa sia una fase di transizione a cui il tempo porrà rimedio, però non ci credo mai davvero e infatti quando cerco di convincermene mi sembra di mentire a me stesso.
Ho la sensazione di vivere al di sotto delle mie possibilità, ma al contempo non riesco a trovare un modo per cambiare le cose. È come se mi trovassi di nuovo davanti al bivio che dieci anni fa precedette l’inizio della mia sublimazione: vivere o morire.
È altamente probabile che in trent’anni io abbia capito poco o niente e a questo proposito mi vengono in mente certe parole: “Non è importante quanto uno sa, bensì quanto ha compreso”.  Per me il mondo non è cattivo, anzi, pullula di persone splendide anche se le peggiori fanno quasi sempre più rumore delle migliori e so che la vita può essere un’esperienza meravigliosa perché io stesso ne ho tratto molteplici soddisfazioni, però non intendo protrarla a tutti i costi.
Ora come mai mi rivedo nello stoicismo e in Seneca, ovvero in una concezione dell’esistenza che in determinate condizioni dà il giusto peso alla possibilità d’interrompere la vita prima della sua fine naturale. Devo raccogliere il coraggio necessario per affrontare serenamente la mia morte e non ho idea di quanto tempo mi servirà. È riduttivo misurare il valore di una vita con la durata biologica, anzi, è offensivo. Ancora una volta mi vengono in mente altre parole: “Vivere venti o quarant’anni in più è uguale, difficile è capire ciò che è giusto e che l’eterno non ha mai avuto inizio, perché la nostra mente è temporale e il corpo vive giustamente solo questa vita”.
Considero infantile (ma comunque degno di rispetto) qualsiasi suicidio che sia dettato da un gesto impulsivo o da un dispiacere passeggero, trovo invece ammirevole chiunque si dia la morte in base ad una scelta ponderata, come un atto d’estrema libertà.
Per adesso alla perduta sublimazione non trovo una sostituta migliore dell’idea della fine ed è paradossale il modo in cui quest’ultima mi rasserena.

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6
set

Crisi esistenziale nel senso di vuoto

Inviato sabato 6 settembre 2014 alle 18:05 da Francesco

Dopo dieci anni la mia sublimazione è terminata e ora è come se dovessi combattere disarmato. Anche se continuo a correre e ad apprendere, non riesco più a dirottare in queste attività tutte quelle forze che invece esigono uno sbocco nella vita affettiva.
A trent’anni non so ancora cosa siano un bacio, un abbraccio, una scopata, non ho idea di come i sensi esultino nella piena complicità di due corpi. Non so cosa significa primeggiare nei pensieri di qualcuno, non conosco i brividi di un’intesa fisica e platonica. Posso contare su meno di dieci dita le volte in cui ho aperto il cuore, ma ogni volta ho pensato che ne valesse la pena e non me ne sono mai pentito. Potrei trovare dei rapporti carnali o delle amicizie femminili molto profonde senza troppi sforzi, ma mi deprime l’incompletezza che percepisco nei primi come nelle seconde e a questi rapporti imperfetti preferisco la solitudine perché mi nuoce di meno.
Per me è tutto o niente: io non conosco mezze misure ed è anche per questa ragione che ho sempre tagliato i ponti in maniera definitiva quando le cose non sono andate per il verso giusto. Un tempo mi bastava intensificare qualche allenamento o protrarre le mie letture oltre il solito per trovare subito sollievo e per instradarmi verso nuovi orizzonti, ma ora tutto ciò non funziona più e Freud aveva ragione: la sublimazione non può durare per sempre.
Non so dove sbattere la testa e sono in balìa degli eventi. Cerco di pensare il meno possibile e tendo gli addominali quando sento le fitte della frustrazione. Ovviamente questo stato emotivo m’indispone e così, anche se dovesse capitarmi l’occasione di conoscere una ragazza, non sarei in grado di mostrarmi per quello che sono, ma nel migliore dei casi potrei dare solo una pallida imitazione di me stesso. Non ho mai usato droghe, non ho mai fumato, non ho mai pregato, non ho mai assunto psicofarmaci e non ho mai bevuto alcolici, perciò non ho anestetici di alcun tipo ed è solamente la corsa che mi ha permesso di alzare la mia soglia di sopportazione del dolore.
Questa crisi esistenziale non dipende dall’ultimo rifiuto che ho ricevuto, bensì dal modo in cui mi ha indotto a fare un bilancio della mia esistenza e dalla sua concomitanza con la perdita della mia capacità di sublimazione.
Non c’è nessuno che possa aiutarmi perché devo uscirne da solo, ma è come se avessi le mani legate e qualche pensiero oscuro trova uno spazio in me che prima non avrebbe mai reclamato.
Ci sono parole note che mi ripeto : “Per te non sorga il giorno che alla tua gioia sia compenso di dolore […] sii forte e sereno anche nei giorni dell’avverso fato”.
Mi sento lo spettro di me stesso ed è come se non fossi mai esistito. Mi ritrovo ad affrontare ciò che sono riuscito solo a contenere per lungo tempo. Non trovo un appiglio, una direzione, fosse anche quella sbagliata. Ho soltanto la mia lucidità, tuttavia è anche attraverso quest’ultima che provo per intero le sferzate del senso di vuoto. Non mi piace il vittimismo e non voglio essere ingiusto verso me stesso, ma non posso neanche sottovalutare la portata di tutto quello che mi sta succedendo dentro. Ancora una volta Eros e Thanatos lottano instancabilmente.

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11
ago

L’ultimo traguardo

Inviato lunedì 11 agosto 2014 alle 16:03 da Francesco

Alcuni giorni or sono stavo finendo i preparativi di una trasferta in Francia per un’altra corsa di cento chilometri, ma all’improvviso mi sono posto una domanda: “Perché continuo a partecipare alle gare?”. Sulle prime non ho trovato una risposta e nemmeno in seguito ne ho scovata una. Ho cominciato a gareggiare per dimostrare qualcosa a me stesso, però in meno di un anno e mezzo ho avuto più soddisfazioni di quante potessi auspicarmene. Oramai le mie motivazioni sono esaurite e soltanto il narcisismo può fornirmi ancora la spinta per competere, tuttavia non lo considero sufficiente e dunque preferisco smetterla con l’agonismo. La forza dell’abitudine ha infiacchito ciò che all’inizio era quasi prometeico, perciò anche la carica emotiva è marcita e solo un’insofferenza incipiente me ne ha dato contezza; mi chiedo se sia così anche in quei rapporti amorosi di cui il tempo usura e svela le deboli premesse, a differenza d’altre relazioni nelle quali invece i moti iniziali della passione si rinnovano come spontanee primavere.
Ho cominciato a correre per disperazione, quando la mia unica alternativa era il suicidio, e non voglio che la corsa si serva di me: dev’essere l’esatto contrario. Con l’abbandono delle gare ristabilisco l’ordine originario e mi affranco dalle continue pretese dell’Io: mai che quest’ultimo lo si possa lasciare solo un minuto! Per me l’attività fisica è importante in quanto mi permette di colmare almeno parzialmente le mancanze affettive che costellano la mia esistenza e non voglio fare a meno del diffuso senso di benessere che ne traggo e col quale contribuisco all’economia del mio umore, perciò continuerò a correre e ad allenarmi con il solo obiettivo di farmi del bene. Mi dispiace per l’aspetto umano della disciplina, difatti il podismo mi ha dato modo d’incontrare gente simpatica e anche qualche persona straordinaria che probabilmente non rivedrò mai più. Le classifiche parlano da sole, un po’ come me quando corro o pedalo in luoghi ameni senza una meta precisa. Per quanto possibile intendo godermi sott’acqua i rimasugli di quest’estate imperfetta. Ogni tanto mi piace trattenere il respiro quanto basta per stare immobile a qualche metro di profondità, ma lascio ad altri la tentazione di non affiorare più in superficie.

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1
ago

Tra indifferenza e citazioni

Inviato venerdì 1 agosto 2014 alle 16:41 da Francesco

In questi giorni non mi riconosco. Sono stanco, indolente e non riesco a concentrarmi su nulla. Avverto persino un velo di malinconia nelle mie riflessioni, però non so chi ve l’abbia adagiato e mi chiedo se non sia caduto inavvertitamente alle Moire mentre esse tessevano il mio destino.  Se mi lasciassi soggiogare da queste perturbazioni passeggere finirei per scrivere come se fossi l’unica persona al mondo ad avere dei problemi. In realtà non ho niente che una buona dormita non possa risolvere. Mica sono fatto di merda: anch’io sono un essere umano e non posso farci nulla, tutt’al più posso esserci, nel senso di Heidegger. La citazione è servita: per ora in quanto aggettivo, ma in futuro non so se servirà anche in qualità di verbo intransitivo con l’ausiliare al seguito. Prove tecniche di sagacia, un po’ come l’inversione dei dolori del giovane Werther.
D’autunno non starò come le foglie sugli alberi, perciò parafraso i versi di Ungaretti per darmi un tono. Gli stereotipi estivi sono resi anacronistici dai mutamenti del clima: ogni tanto qualcuno si ricorda che tutto cambia o forse ne è sempre conscio e all’uopo finge di stupirsene per chissà quali ragioni. Divago come se dovessi vivere davvero. Arretro d’un passo, ma tanto sono tenuto a farne molti in avanti: mi riferisco al podismo. Tra un paio di mesi correrò all’estero per la prima volta: ho scelto d’esordire oltralpe con un’altra corsa di cento chilometri, la stessa distanza con la quale ho iniziato a gareggiare. Non mi pongo obiettivi particolari e intendo allenarmi in modo spontaneo, senza badare a tabelle o ad altro. Non sono bravo ad applicare programmi specifici e non voglio rischiare un’involuzione o, ancor peggio, una deformazione dei motivi primevi che mi hanno indotto a correre. Sono partito dalla soglia di un forte disagio esistenziale e alla fine ho avuto anche delle soddisfazioni cronometriche: ciò non devo dimenticarlo mai, specialmente quando sulle ali dell’entusiasmo il mio Io lascia che gli s’introducano delle ambizioni clandestine.
Per me la corsa è solo una via per meditare che mi consente d’estraniarmi dall’impazzimento in cui versa il genere umano; è un modo per tollerare quella crudeltà che di fatto non so neanche se sia giusta o meno, ma a cui di certo una parte della mia specie non è più abituata da quando la cosiddetta civiltà ha aumentato le sue pretese: su ciò i saggi del dottor Freud sono esaustivi. Se fossi una persona migliore me ne starei sotto un albero a occhi chiusi, in perfetta ascesi, ma sono uno della massa e non è certo qualche sporadica bizzarria che può rendermi differente dal resto. Non so quanto mi resti da vivere, ma voglio cercare di trascorrere quest’arco di tempo nel migliore dei modi. Buona fortuna a tutti.

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20
lug

Impressioni di luglio

Inviato domenica 20 luglio 2014 alle 08:47 da Francesco

I rumori sordi e le traiettorie cieche descrivono le disabilità d’ogni dio, anche del più venerando. La testa tra le nuvole, qualche aureola e alcune favole: c’erano una volta detriti e corpi bruciati. Mi sembra che sia atteso sempre qualcun altro o qualcosa di diverso: altre temperature, vecchie fiamme, nuove riforme, talvolta invece la sola morte.
Non vedo nulla di male nel libero mercato delle opinioni, d’altronde se lo criticassi non farei altro che parteciparvi in misura maggiore: almeno in questo modo non cerco intermediari diretti e non mi assumo alcuna responsabilità verso chiunque decida di sdoganarle alla propria attenzione. Non maneggio con cura le parole vuote perché queste non costituiscono un pericolo, bensì solo un ronzio molesto. Chiunque può prendere una parte per le ragioni più disparate e chiunque può dire tutto nonché l’esatto contrario, però dubito che in questa ridda di identificazioni siano coinvolte altre istanze oltre alle figliocce disconosciute dall’Io: la realtà patrocina l’evento senza ricevere niente in cambio, manco una scalfittura. Il noumeno non si tocca. A me importa poco di tutto, ma non trascuro niente. Di settimana in settimana imparo qualcosa di nuovo, però potrei fare di meglio e in lassi di tempo più ristretti se la mia capacità di apprendimento si trovasse sulla soglia dell’autismo. Mi perdo nell’anonimato dei normodotati, non c’è il fuoco sacro d’alcuna passione in me, però mi sento perfettamente a mio agio nella condizione d’entità trascurabile. Chissà come sono passato dalla cronaca ermetica delle prime righe ad un punto così distante e diverso da quello dell’esordio: forse precipitando; la forza di gravità, croce e delizia.

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3
lug

Una certa linearità

Inviato giovedì 3 luglio 2014 alle 08:16 da Francesco

Attraverso un periodo di profonda serenità. Non c’è niente che io desideri intensamente, perciò le piccole bramosie che porto in grembo non hanno abbastanza forza per compromettere il mio attuale equilibrio. Non valuto mai lo stato d’animo in base a qualche suggestione o sull’onda di un entusiasmo passeggero, bensì ne attendo sempre la conferma attraverso sonni tranquilli e risvegli lieti. Prendo il polso della mia situazione dalla facilità con cui riesco ad addormentarmi e non conosco un metodo più accurato tramite il quale ottenere un responso altrettanto preciso. Le descrizioni positive non sono avvincenti quanto le loro controparti e io non m’impegno molto per renderne più interessante l’esposizione, ma d’altro canto non ho un motivo né un capriccio per tentare qualsivoglia rafforzamento in tal senso.
La quotidianità mi offre delle piccole sfide di pazienza e dei doveri che assolvo senza sentirne il peso, ma nell’arco di una giornata riesco comunque a ritagliare ampi momenti da dedicare a me stesso. Il mio egoismo non nuoce a nessuno. Traggo delle sensazioni concrete dal mio modo di vivere, ma non ho la certezza che quest’ultimo sia davvero quello a me più confacente: chissà! Mi sto avvicinando al Pranayama col duplice scopo di sperimentarne gli eventuali benefici nella corsa e di avvalermene nella vita d’ogni giorno, perciò a tempo debito spero di poterne scrivere qualcosa di utile. Per ora mi limito a constatare quanto stia crescendo il mio lato contemplativo e in particolare in relazione ai colori del crepuscolo. Prima dovevo sforzarmi molto per osservare un tramonto e non sapevo mai goderne, ora invece, a volte, il mio occhio si volge in maniera del tutto spontanea verso il calar del sole: lo considero un primo passo benché non senta ancora  in me un vero trasporto di fronte alle ultime luci del giorno; forse un domani, forse mai…

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