Il boulevard di Francesco
24
Apr

Un inevitabile ritorno

Inviato domenica 24 aprile 2016 alle 15:35 da Francesco

Da alcune settimane ho ripreso ad allenarmi con una certa intensità. Ho messo molti chilometri nelle gambe e non mi sono fatto mancare le salite. La corsa mi ha dato molte gioie e mi ha fatto creare ricordi stupendi, ma non voglio relegarla al passato e spero che per molto tempo ancora faccia parte del mio presente: il futuro è un'astrazione che voglio ingombrare il meno possibile.
Sto ritrovando dentro di me le giuste motivazioni per costringere il mio corpo a soffrire di nuovo e sono esaltato dalle sfide che mi si prospettano. Ho cercato per un po' qualcosa che fosse al di fuori di me, però ho trovato soltanto della sabbia di cui le mie dita non hanno trattenuto manco un granello e così m’è parso di capire ciò che ho udito più volte: "L'unica via d'uscita è dentro".
Non so dove mi porterà questo ritorno all'agonismo e in fondo non me importa nulla poiché il senso è nel transito, non nella destinazione: trovo questa considerazione tanto banale quanto valida e non l'avrei mai scritta se mi fossi votato all'infruttuosa ricerca di un'ostinata originalità.

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20
Apr

Il breve corso della vita

Inviato mercoledì 20 aprile 2016 alle 02:13 da Francesco

Per l'ennesima volta mi ritrovo a scrivere a notte fonda. Credo che il buio avvolga quello che il giorno nasconde e viceversa. Devo ancora comprendere bene se io sia il residuo di ciò che ero o se invece la mia attuale presenza abbia un carattere embrionale; forse sbaglio a incentrare la questione sul dualismo e così pago lo scotto della cultura occidentale in cui sono cresciuto.
Non mi considero esterofilo, non rincorro l'utopia di una pensione e invece di qualche certezza previdenziale preferirei che a me venissero concesse verità insondabili, inalienabili, ultraterrene. Riesco a mantenere le debite distanze senza che io debba compiere lo sforzo di allontanarmi da qualcosa o da qualcuno. Il futuro riserva quello che il passato getta nel suo calderone, però a volte non mi sembra proprio così. Vorrei seminare vento non per raccogliere tempesta, bensì le correnti ascensionali con cui accompagnare il volo liberatorio di un aliante celeste.
Gravito nella prosaicità dei bisogni primari, in mezzo ai detriti dei giorni che si adoperano per un senso comune, ma preferirei che la mia esistenza non avesse più a che fare col tempo, anche a costo di se stessa. Cosa c'è mai da capire che non si possa fraintendere? Mi sento lieve, però sono sempre troppo pesante: zavorra di carne, cellule nervose e, soprattutto, di elucubrazioni.
Non voglio cambiare il mondo perché quest'ultimo va bene così com'è e neanche mi preoccupo di precisare ciò che voglio dire davvero; d'altronde se ci provassi dovrei ammettere la possibilità di interloquire e, soprattutto, l'esistenza di un interlocutore: la metafisica mi affascina proprio per la sua impraticabilità e non mi pesa la sua insostenibile leggerezza.
"Dobbiamo parlare" è un imperativo che equivale a dire l'indicibile senza che di fatto sia udito e dunque si pone su un piano ontologico in netti termini di aseità: un plurale maiestatis nel quale manca persino il soggetto e, sia chiaro, questa sua mancanza è quella per antonomasia.
Posso anche concedermi il lusso di prendere una posizione per rimanere di fatto in quella da cui non mi sono mai mosso: se fossi il Sole l'eliocentrismo smentirebbe se stesso e se l'esistenza di Luigi XIV si fosse protrattra per altri ottant'anni anch'egli se ne sarebbe reso conto.

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15
Apr

Archivio onirico: sogno n° 26

Inviato venerdì 15 aprile 2016 alle 14:56 da Francesco

Circa due settimane or sono ho fatto un sogno che già nell'immediatezza del primo ricordo mi è parso molto indicativo e di conseguenza l'ho inteso come un monito dell'inconscio.
Nelle molteplici e pressoché identiche sequenze di quest'attività onirica mi trovavo seduto in auto come passeggero, accanto al guidatore di cui non riuscivo mai a scorgere il viso, e alla fine si verificava sempre un incidente. Nell'ultima scena di questo sogno ripetitivo ho esternato il mio fastidio dicendo qualcosa del genere: "Ancora? Basta!".

Mi sembra piuttosto evidente come l'inconscio mi comunichi la propria insofferenza che, volente o nolente, è anche la mia. L'auto è l'esistenza che scorre e io ne sono il passeggero perché al momento mi trovo in una situazione che non posso cambiare. Gli incidenti che si susseguono mi paiono un chiaro segno di ciò che in psicoanalisi si chiama "coazione a ripetere".
Purtroppo conosco le frustranti scaturigini di questo sogno e non mi resta che abdicare a una certa possibilità, forse una delle ultime per certi versi, ma d'altro canto non c'è altro da fare. Ancora una volta mi vedo costretto a ripiegare su me stesso, però a onor del vero devo anche felicitarmi con me medesimo in quanto sono ancora in grado di farlo.
Questo corso degli eventi mi ha inoltre fatto capire con largo ritardo come in passato una certa persona abbia fatto bene ad allontanarsi dall'immagine che si era creata di me (e non da me in quanto me, poiché non mi ha mai conosciuto): l'uroboro mangia di nuovo la sua coda.

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6
Apr

Amore e Psiche di Erich Neumann

Inviato mercoledì 6 aprile 2016 alle 16:01 da Francesco

Ho terminato la lettura di un saggio di Erich Neumann sull'interpretazione de La favola di Eros e Psiche di Apuleio. Ho trovato piuttosto interessanti le conclusioni dell'autore e dunque cerco di sintetizzare ulteriormente i già coincisi appunti che ho avuto cura di produrre. Urge premettere che nell'analisi della favola ricorre spesso la terminologia junghiana perché il modus operandi stesso è chiaramente sulla scia di quanto teorizzava lo psichiatra elvetico.
Prime fra tutte alla mia attenzione sono assurte le sorelle di Psiche che sono considerate parte dell'aspetto ombra di quest'ultima nonché figure transpersonali, ma in termini più generali devo evidenziare come Neumann ritenga le peripezie della protagonista quali tappe del processo di individuazione. All'inizio v'è un conflitto tra la componente matriarcale di Psiche e la situazione in cui si trova pressoché prigioniera di Eros, ma costei è spinta ad agire dalle sorelle di cui sopra. In altre parole Psiche si desta ed "emerge per la prima volta dalle tenebre del suo inconscio e dalla severità del vincolo matrimoniale", come scrive Neumann, perciò lei comincia a riconoscere Eros in quanto diventa consapevole, ovvero ama e deve l'impulso di questo cambiamento a chi invece intendeva nuocerla; allo stesso tempo Psiche fa suo lo spirito guerriero del matriarcato e uccide chi l'ha strappata alla terra: tutto ciò rappresenta l'evoluzione del femminile.
Per comprendere meglio quest'ultimo punto occorre ricordare che all'inizio della favola Psiche è destinata alle cosiddette nozze di morte, un'esperienza violenta, ma nei passaggi suddetti ella va incontro a una seconda deflorazione, quella che compie in se stessa. Credo che sia davvero importante ricordare che per Neumann Psiche ama davvero solo quando conosce Eros e questa circostanza si verifica quando la protagonista cessa di vederlo nella sua veste oscura.
Psiche costituisce un'eccezione nelle relazioni tra mortali e divinità, infatti i secondi amano i primi per mero piacere e una volta paghi lasciano che i destini di quelli incontrino esiti fatali, ma per lei le cose sono diverse in quanto si comporta attivamente.
È con Psiche che nasce un nuovo principio d'amore tra l'elemento maschile e quello femminile il cui incontro si fa capitale per il processo d'individuazione. Neumann pone inoltre l'accento sulla contrapposizione tra ciò che rappresenta la mortale e il principio collettivo del piacere che invece è attribuito alla dea Afrodite, però a questo punto, e paradossalmente, la rivale della dea deve ancora conquistare Eros. Tengo a precisare che Neumann nel suo saggio si attiene ai nomi greci benché Apuleio nella propria opera mischi le carte con gli equivalenti del pantheon romano; si tratta di una precisa scelta per rimarcare i significati mitici dell'opera in esame: io la condivido.
Psiche diventa più forte ogni volta che supera le imprese che Afrodite le impone, così prende coscienza tanto di sé quanto di Eros in modo graduale ed è proprio questa gradualità che le evita di finire sopraffatta dalle potenze numinose. Nelle prove che ella è chiamata a sostenere agisce anche un elemento maschile, ovvero lei esprime questo suo lato, ma al contempo rimane fedele alla propria femminilità.
Dopo l’ultimo compito, lasciati gli inferi, Psiche fallisce perché apre il vasetto dell’unguento di bellezza di Persefone che era tenuta a consegnare ad Afrodite, tuttavia è il fallimento stesso che ristabilisce quanto lei aveva distrutto mettendo in fuga Eros: all’inizio lei fa luce spinta dall’odio e alla fine è pronta a fare buio (quindi il sogno mortale in cui cade dopo l’apertura del vasetto) per conquistare il proprio amato.
Vi sarebbe qualcos’altro da aggiungere, dei particolari da approfondire, ma in queste righe non mi sono riproposto d’operare una sintesi del libro e preferisco concludere con una riflessione personale. Il testo consente di comprendere meglio la propria parte femminile e i meccanismi che la regolano, perciò io credo che dia modo a chiunque ne compia un’attenta lettura di capire un po’ più di sé, ma dubito che possa dare dei frutti qualora lo si approcci senza possedere un po’ di familiarità con l’ambito in cui si staglia, ovvero quello della psicologia del profondo sull’impalcatura di Carl Gustav Jung.

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1
Apr

Più onnivoro di prima

Inviato venerdì 1 aprile 2016 alle 17:20 da Francesco

Per alcuni anni ho azzerato il consumo di carne, ma un paio di giorni fa l'ho reintrodotta nella mia dieta; non me ne sono astenuto per motivi etici e ho deciso di mangiarla nuovamente per sperimentare le reazioni del mio organismo: tra un mese trarrò le debite conclusioni.
Sono votato alla ricerca personale, perciò non inseguo scoperte che abbiano un valore assoluto ed è in base a tali premesse che compio delle scelte. Noto una crescente sensibilizzazione nei confronti delle tematiche animali, e questo fatto è comprovato dalla comparsa di prodotti per la dieta vegana laddove un tempo questi erano appannaggio di negozi specifici, però dubito che una tale alimentazione sia davvero nelle mie corde e l'ho abbandonata anche per capire se il suo fallimento sulla mia persona sia effettivo o meno. Non escludo, e anzi sono quasi certo, che io abbia sbagliato qualcosa nella ricerca di un'alternativa alle proteine animali, ma quantomeno ci ho provato; il mio tentativo in tal senso è stato dettato da ragioni salutistiche benché ormai sia sotto osservazione anche quello che sulle prime sembrava un'opzione salutare.
In questi anni di rinuncia alla carne (e di un moderato consumo di pesce) ho accusato più volte dei cali proteici che non sono riuscito a sopperire coi legumi né con i derivati della soia, però ciò non significa che una tale privazione non sia possibile per altri e infatti vi sono finanche atleti di alto livello che riescono a sostenerla con enormi benefici.
Forse sono un po' naif, ma suppongo che l'unico modo per mangiare davvero sano passi per la coltivazione in proprio di un terreno di cui si siano accertate le buone condizioni; ovviamente si tratta di una soluzione che per me non è praticabile e tutt'al più potrei avvicinarmici se io riuscissi ad acquistare esclusivamente dei prodotti a chilometro zero. Non sono un fanatico dell'alimentazione, ma cerco il male minore poiché tento di fare la mia parte al netto di quella che è la grande lotteria della genetica.
In questo appunto non ho fatto manco un accenno alla sofferenza animale, ma do per scontato che l'allevamento e la macellazione debbano seguire regole strettissime. Non mi considero così ipocrita da accostare degli aggettivi eufemistici alle pratiche di cui sopra, ma d'altro canto la realtà stessa non si presta a simili aggettivazioni. Mi sono sempre ritenuto onnivoro, anche alla luce del tributo che la filogenesi umana deve alla carne rossa, ma ho provato a compiere una scelta di altro ordine che a un certo punto può avermi creato dei problemi.

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25
Mar

Fanatismo sunnita, stragismo domestico e pragmatismo

Inviato venerdì 25 marzo 2016 alle 07:04 da Francesco

Quand'ero bambino sentivo parlare dell'intifada e quel conflitto ìmpari mi sembrava di un altro mondo, ma probabilmente lo percepivo così distante dalla mia realtà in quanto non disponevo degli attuali mezzi d'informazione.
Non in termini spaziali, bensì temporali, mi sembrava altrettanto lontana la stagione degli anni di piombo, con tutte le sue macchie nere e rosse che tra le ombre della strategia della tensione erano comparse in zone grigie e talora per mano di eminenze del medesimo colore.
Ricordo le stragi di Capaci e di Via d'Amelio, il maxiprocesso, le inchieste di Tangentopoli e tutto ciò che ne seguì, ma, forse complice l'età, mi pareva che il mio mondo stesse voltando pagina.
Dopo meno di due lustri dai fatti di cui sopra giunse l'undici settembre: avevo diciassette anni e mi ricordo benissimo l'incredulità con cui seguii gli eventi. Furono in particolare gli attentati alle Torri Gemelle che con la loro spietata spettacolarità mi catturarono profondamente.
Nel corso degli anni il mio stupore è scemato a ogni azione terroristica di cui sono stato coevo e oggi non mi sorprendo più quando qualcuno si fa saltare in aria o apre il fuoco su gente inerme. Non mi considero insensibile e ho speso un po' di tempo a indagare certi meccanismi della mia specie, perciò talora è come se assistessi a uno spettacolo di magia conoscendone già i trucchi.
Non credo alla democrazia, preferisco il pragmatismo agli ideali, mi piacciono i confini, i muri, le frontiere perché garantiscono più libertà e sicurezza di quanto offrano le loro aperture: d'altro canto è evidente l'attuale paradosso alla luce di cui le possibilità di viaggiare si sono ristrette per motivi di sicurezza benché il mondo si sia globalizzato.
Mi fa ridere la retorica terzomondista e credo che su questo pianeta debba esserci sempre una potenza egemone poiché l'egemonia è immanente alla natura umana, perciò sono certo che se gli Stati Uniti non avessero fatto gli sceriffi del mondo forse i sovietici ne sarebbero diventati gli ussari. A questo proposito mi viene in mente anche la Reconquista spagnola e immagino che se le dinastie arabe avessero vinto poi avrebbero tentato un'ulteriore espansione.
Alcuni territori ne hanno sottomessi degli altri perché tale è l'indole umana in termini collettivi e risponde anche alle leggi di natura, dunque trovo che i sensi di colpa siano i figli illegittimi di una vocazione naturale a cui se ne oppone una di tenore contrario, tuttavia anch'essa spontanea e legata a doppio filo alla propria antagonista. Per scomodare Eraclito cito l'enantiodromia come concetto chiave di ogni dinamica a portata d'intelletto.
Non credo ai buoni selvaggi, benché di questa regola io ammetta delle eccezioni tribali, e quindi non mi lascio impietosire dalla favola dell'uomo bianco che supera in crudeltà le minoranze: ecco dove reputo uguali gli esseri umani, ovvero in quelle tendenze di cui Hobbes è stato un acuto interprete. Se certi popoli non ne avessero assoggettati degli altri probabilmente loro stessi sarebbero rimasti sotto un medesimo giogo. Non escludo a priori che l'utopia pacifista un giorno possa prendere le sembianze di un'inconfutabile realtà, ma tale prospettiva è lontanissima dalla storia nonché dai tempi correnti. Scrivo queste cose nell'ovatta del mondo occidentale e so che ne scriverei o quantomeno ne penserei altre diametralmente opposte a queste se provenissi da un contesto del tutto diverso dal mio: a tal punto è volubile quell'obiettività con cui ognuno cerca di ammantare ciò che giace dalla parte della sua barricata.
Già lavate come quelle di Ponzio Pilato sono le mani che si sforzano di portare l'acqua ai propri mulini; e dunque che alla fine ognuno goda delle proprie messi.

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1
Mar

The Aristocrats a Roma e Wishbone Ash a Grosseto

Inviato martedì 1 marzo 2016 alle 23:58 da Francesco

Febbraio per me è stato un mese ricco di musica, infatti ho assistito a due concerti fantastici e mi sono preparato il terreno per prendere parte a un festival leggendario di cui, a tempo debito, conto di scrivere impressioni fantastiche.
Il diciotto febbraio mi sono recato a Roma presso il Planet (una volta Alpheus) per rivedere uno dei migliori chitarristi in circolazione, ovvero Guthrie Govan. Questa volta il virtuoso inglese non era solo, bensì col suo trio che risponde al nome di The Aristocrats: gli altri due membri sono Marco Minnemann, uno dei batteristi più rinomati degli ultimi anni, e il bassista Bryan Beller. Questi tre signori spaziano da un genere all'altro con una facilità disarmante anche se io credo che la loro base di partenza sia sempre la fusion: da lì irradiano il proprio sound verso i territori più disparati con cambi repentini che tuttavia suonano sempre naturali, pienamente spontanei.
Lo spettacolo che propongono costoro non è un'asettica esibizione di talento cristallino con un'equa ripartizione del protagonismo solistico, ma è inframmezzato da siparietti comici che coinvolgono il pubblico e da un atteggiamento con cui i tre non si prendono mai troppo sul serio: per me si tratta di un valore aggiunto in una performance che già di per sé è straordinaria a causa dell’altissimo tasso tecnico dei musicisti coinvolti…

Non pensavo che avrei mai assistito a un concerto importante nella mia provincia, o almeno non in un locale dei dintorni, e invece il ventisei febbraio, in quel di Grosseto al FAQ Live Music Club (a cui va il mio grande plauso), ho avuto modo di vedere una parte della storia del rock.
Sul palco suddetto sono saliti nientemeno che i Wishbone Ash! Il quartetto è un po' avanti con gli anni, tuttavia malgrado l'età veneranda vi ho riscontrato una vitalità maggiore rispetto ad altri gruppi che potrebbero essere i loro nipoti (sia in termini anagrafici che stilistici). È stato un concerto fantastico che mi sono goduto in prima fila ed è stato davvero bello vedere i bending di Andy Powell a quaranta centimetri dal mio muso! Nella musica trovo ciò che mi manca altrove.

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22
Feb

Frammenti junghiani

Inviato lunedì 22 febbraio 2016 alle 22:04 da Francesco

Intendo soffermarmi su alcuni appunti delle mie letture junghiane. Anzitutto voglio ricordare a me stesso come l'inconscio abbia un concetto del tempo peculiare, diverso da quello della vita vigile: è un elemento chiaro nell'attività onirica e di cui è bene che anch'io tenga conto quando tento d'interpretare quest'ultima. A proposito dei sogni: da quanto ho letto sembra che questi svaniscano dalla memoria ogniqualvolta siano risolti i problemi di cui sono ambasciatori.
Mi ha colpito un'idea che ho trovato nel secondo volume dei seminari sui sogni dei bambini, ovvero quella per cui le emozioni derivano sempre da un mancato adattamento: è lo stesso Jung ad affermarlo e inoltre aggiunge che quelle si annidano dove l'individuo fallisce.
Appena mi ci sono imbattuto mi sono chiesto come andasse intesa una tale dichiarazione in quanto ho avuto subito la sensazione che fosse molto più articolata di quanto apparisse d'acchito, ma, come già mi era successo in casi analoghi, non ho trovato immediatamente degli approfondimenti né dei rimandi bibliografici.
Dopo una breve ricerca sono incorso in un virgolettato di Aion in cui Jung afferma che l'emozione non è un processo attivo dell'individuo, ma è qualcosa che gli accade e anche specchio (come già accennato) di una mancanza di adattamento a una certa situazione.
Queste considerazioni mi consentono d'introdurne un'altra, ovvero quella secondo la quale una persona talvolta ne desidera un'altra solo per possederne le qualità e di conseguenza mi chiedo quale ruolo svolgano le emozioni in simili eventi. Non dubito dell'esistenza di legami autentici e, quantunque io non abbia mai esperito nulla del genere, non posso certo credere che qualsiasi relazione scaturisca dalle dinamiche suesposte, ma allo stesso tempo concedo un giusto peso alle parole di Jung perché sono avallate da fatti ricorrenti che ognuno può constatare da sé.

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14
Feb

Teratoma junghiano

Inviato domenica 14 febbraio 2016 alle 22:50 da Francesco

Ho quasi finito di leggere il primo dei due volumi di Jung dedicati ai sogni dei bambini e in una delle conferenze ivi trascritte sono stato colpito da un concetto nel quale non ero mai incorso prima, ovvero quello che risponde al nome di teratoma; quest'ultimo è un termine medico e designa un tumore benigno che contiene le parti di un gemello: i denti, un orecchio, le dita…
Per Jung il tetaroma indica un'inclusione psichica, e più precisamente un tratto della personalità che è avulso da tutto il resto, ma quand'esso assurge alla coscienza può ingenerare disturbi di notevole entità ed è per tale motivo che questo materiale estraneo dev'essere maneggiato con estrema cautela: in simili circostanze v'è il rischio che la seconda personalità si manifesti senza preavviso alcuno e con tutto ciò che una tale improvvisata può comportare.
Non ho avuto modo di approfondire questo punto della psicologia di Jung poiché egli stesso nel testo in esame non ne fa che un breve accenno e le mie ricerche non hanno aggiunto alcunché a quanto ha destato il mio interesse, perciò anch'io per adesso mi limito a questa breve nota e mi riservo la possibilità di una futura speculazione.
Prima di porre davvero fine a queste poche righe mi permetto solo di appuntare un’associazione d’idee: appena ho letto il paragone di cui sopra ho pensato a certi casi di cronaca nera in cui lo stupore di taluni per un determinato gesto è originato dall’incredulità che sia stato commesso da una persona “insospettabile”, qualcuno da cui “nessuno se lo sarebbe mai aspettato”.

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1
Feb

Archivio onirico: sogno n° 25

Inviato lunedì 1 febbraio 2016 alle 22:54 da Francesco

Ho sognato d’investire un cane sulle strisce pedonali mentre la sua padrona lo teneva al guinzaglio: un carlino, per la precisione. Appena mi sono reso conto dell’incidente è subentrato in me un forte senso di colpa. La scena onirica si è poi trasferita in un’abitazione dove un uomo mi ha rimproverato con veemenza: “Non ti voglio più vedere a Roma”; all’affermazione di costui io ho risposto che “a Roma ci lavoro”.

Ipotizzo che il cane rappresenti la mia parte istintiva, ma nel sogno appare come un carlino, ovvero un cane di piccola taglia e dunque ne deduco che si tratti di un’istintività ammansita dalla ragione o può darsi che l’immagine costituisca una prevaricazione di quest’ultima: è come se uccidessi involontariamente la mia parte irrazionale. Il conseguente senso di colpa è la mia intuizione di quanto un atteggiamento così censorio sia sbagliato e l’uomo che mi rimprovera può essere l’inconscio, difatti il mio errore non avviene sotto la giurisdizione dell’Io.
Roma è una città che per me ha molteplici significati, ma in questo caso non ricorro a una sua interpretazione personale. L’uomo (l’inconscio) non vuole più vedermi a Roma dove io “lavoro”, ovvero non vuole che la mia razionalità risulti un ostacolo alla mia vita: almeno così sono portato a credere. Alla luce di queste considerazioni io suppongo che nel sogno Roma in quanto caput mundi rappresenti la totalità dell’esistenza, difatti tutte le strade portano a quest’ultima.
A mio modesto avviso la presenza simbolica della razionalità è avallata ulteriormente dalle strisce pedonali: queste indicano l’unico punto in cui per la legge (la ragione?) al cittadino è permesso di arrivare dall’altra parte di una strada (vivere), tuttavia quest’ultima può essere attraversata in altre zone nonché in altri modi. La mia parte irrazionale reclama se stessa.

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