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27
Set

Un paio di Adelphi

Pubblicato martedì 27 settembre 2016 alle 20:43 da Francesco

A pagina centoventicinque de “La morte del sole” di Manlio Sgalambro è scritto quanto segue: “Noi non siamo figli del piacere dei nostri genitori, ma della loro ignoranza del piacere”.
In questo breve passaggio ho trovato una sintesi perfetta di cui ero in cerca da tempo e che io stesso non sono mai riuscito a coniare con altrettanta efficacia.
Nietzsche scrisse “La nascita della tragedia”, io invece potrei intitolare il mio prossimo saggio “La tragedia della nascita” perché è così che considero qualsiasi aborto mancato.
Quando mi complimento per un nuovo nato lo faccio solo come gesto pro forma, giusto per non aprire delle parentesi antipatiche in contesti inadeguati, ma spesso riesco a scongiurare anche questa finzione.
Non scado in facili stereotipi ed è per tale ragione che da qualche parte (ancora in itinere) io affermo: “La vita vale la pena di essere vissuta, ma non data”.
Non ho mai trovato un testo di Sgalambro nel quale vi fossero derive consolatorie ed è proprio un altro passaggio de “La morte del sole” che mantiene la barra dritta: “Se si dà il vero non si dà il bene, perché il bene riempie il vuoto della verità; non appena però il vero appare, il bene non ne sopporta la vista. Questo dileguarsi del bene davanti al vero è il pessimismo”.
Il testo di Emanuele Severino invece ha un taglio più accademico, eminentemente filosofico ed è anche lettura difficile per le continue astrazioni che ne richiede la sua piena comprensione; non è possibile scriverne neanche due righe poiché a mio avviso si presta poco a qualsiasi genere di accenno: o tutto o niente. Per chi ama Heidegger (magari prendendo la rincorsa da Parmenide) con Severino si trova a casa (o quasi).

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25
Set

Pourparler

Pubblicato domenica 25 settembre 2016 alle 00:06 da Francesco

Nelle ultime due settimane mi sono allenato molto perché a breve correrò una nuova maratona e mi auguro che io sappia ancora interpretare bene i quarantadue chilometri.
Da un po’ di tempo a questa parte ho ritrovato una certa cattiveria nelle mie corse e in ragione di un simile stato d’animo riesco a tollerare meglio gli sforzi della preparazione agonistica, però non è tutto oro ciò che luccica. Mi sento distante da ogni cosa meno che da me stesso e forse dovrei felicitarmene, ma vivo mancanze congenite i cui vuoti non riuscirò mai a considerare miei. Sono stato a un passo da conoscere ciò che non ho mai conosciuto, ma il corso degli eventi ha compiuto deviazioni improvvise e alla fine mi sono ritrovato di nuovo nella mia oasi : c’est la vie. Non conosco un porto sicuro in cui attraccare col mio bagaglio di esperienze e quando non sono nel deserto navigo in alto mare, però non me la passo affatto male. Mi nutro di letture e dischi a cui non posso obiettare nulla mentre i mondi altrui collassano perché il presente e il futuro si incrociano come se la Via Lattea e la galassia di Andromeda fossero già arrivate ai ferri corti.
Dal canto mio non ho granché da dire: ognuno fa quello che può con ciò che ha. Vorrei dare più umanità alla mia esistenza, però attorno a me ci sono scarsi appigli e quei pochi che sono alla mia portata hanno tutta l’aria di un distacco imminente. Non posso gettare ponti, tanto meno compiere allunaggi, ma forse più avanti, là dove non sono mai stato, potrei trovare circostanze migliori: altrove si trovano da sempre possibilità inesplorate e mi chiedo se un giorno sarò io a darne conto come un cartografo. Ogni tanto anch’io mi chiedo se esistano altre forme di vita e di rado colloco questa domanda al di fuori dell’esosfera. Mi considero uno dei tanti, così come tanti considerano me e a mia volta io loro, ma in tali pleonasmi c’è più di quanto la soggiacente indifferenza lasci intuire. Sono ancora in possesso di un certo entusiasmo e mi faccio latore dei messaggi che la realtà mi spedisce senza ricevuta di ritorno.

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10
Set

Giorni che se ne vanno, altri che vengono

Pubblicato sabato 10 settembre 2016 alle 15:33 da Francesco

L'estate sta per volgere al termine e presto il sole scalderà con meno vigore l'emisfero boreale. L'autunno mi rincuora anche se lo considero il mesto fratello della primavera. Esistono stagioni che non conosco perché non ho mai compiuto un moto di rotazione attorno all'asse cardiaco né con un moto di rivoluzione ho mai tracciato un'orbita intorno a una figura muliebre.
Campo tra la pace e il disincanto, in una zona di confine dove le giornate scorrono lente e in cui le mie abitudini si ripetono senza incontrare ostacoli né incroci. Il tempo fa il suo corso ed erode ogni cosa o forse di più. Mi racconto a me stesso per mantenere vivo un dialogo interiore che è la mia ancora di salvezza e il mio vessillo da quando sono entrato nell'età della ragione: non avverto obblighi di chiarezza che verso la mia immagine riflessa e al contempo mi chiedo se una tale affermazione sappia condurre il suo vero significato, non quello d'apparente egocentrismo. La vaghezza di questo brevissimo scritto si perde in sé come tanto va perso nel Mar Tirreno.


Spiaggia Lunga, Monte Argentario (mia foto tardo agostana)

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30
Ago

Ariento

Pubblicato martedì 30 agosto 2016 alle 18:59 da Francesco

Sabato mi sono recato in quel di Arcidosso per prendere parte al campionato regionale UISP di corsa su strada. La gara prevedeva un percorso nervoso di 10,6 chilometri, ovvero una distanza non molto congeniale per le mie caratteristiche di fondista, ma ho deciso di correrla lo stesso per testare il mio stato di forma e per cercare di agguantare un bronzo.
Nei primi chilometri ho corso da solo tra due gruppi e soltanto a metà strada ho raggiunto un mio compagno di squadra con il quale mi sono giocato l'oro di categoria fino alla fine, tuttavia a ridosso del traguardo non ho trovato l'energia per lo sprint finale e ho accettato un argento in cui non speravo affatto prima della partenza. Ho tenuto un passo di 3'52" al chilometro su un percorso con discese e salite che mi hanno sollecitato molto a livello muscolare, difatti ne ho accusato i postumi sui quadricipiti femorali. Ho sofferto molto in questa gara e soltanto la testa mi ha permesso di non fermare le gambe. Sono riuscito ad arrivare davanti ad atleti che forse hanno qualcosa più di me su tali distanze, perciò non posso che ritenermi soddisfatto.
Ho chiuso al 9° posto su 149 partecipanti e, come già detto, sono arrivato secondo di categoria. Non intendo più soffrire così tanto in una gara del genere, perciò voglio perdere qualche altro chilo e concentrarmi su allenamenti di qualità (che con il caldo estivo non sono riuscito a fare).



(foto dall'Archivio Team Marathon Bike)
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21
Ago

A caccia di vinili

Pubblicato domenica 21 agosto 2016 alle 23:33 da Francesco

Sabato mi sono recato nella ridente Follonica per l'undicesima fiera del disco. Invero non c'erano molti espositori, ma per fortuna ciò che mancava in quantità v'era in qualità!
Non avevo a disposizione un grande budget e di conseguenza non ho potuto comprare certe primizie, ma ho trovato dei buoni vinili a poco e ho scoperto qualche nuovo disco che di sicuro mi procurerò in futuro. Tra i miei acquisti migliori segnalo i vinili di "Fugazi" dei Marillion e la colonna sonora di "Momenti di gloria" di Vangelis a cinque euro cadauno! Certo, dischi usati, ma ancora in buone condizioni. Il mio venditore di fiducia mi ha fatto scoprire un gruppo staordinario dello Zimbabwe, gli Assagai; di costoro ho acquistato l'omonimo album di debuto del 1971, un misto di jazz, progressive rock e musica etnica: devo ancora approfondirne le sonorità ma ammetto che mi aveva preso moltissimo già mentre ne valutavo l'acquisto con un ascolto in streaming. Tempo addietro i dischi si ascoltavano nei negozi in cuffia oppure da un amico, ma per fortuna oggi le connessioni mobili e i contenuti su YouTube (che per gli appassionati sono promo e non volgare pirateria) dànno modo alle persone di farsi subito un'idea di quanto non conoscono.
Ho preso anche un disco leggendario come "The Nightfly" che ancor oggi è usato per testare la qualità degli impianti in quanto è un vero punto di riferimento; inoltre ascoltare l'opening track, I.G.Y., in vinile, ha tutto un altro sapore! Sono anche contento per l'acquisto del doppio live dei Camel, una band prog che adoro in modo particolare, specialmente per la chitarra di Latimer.
Senza manco ascoltarlo ho preso sulla fiducia "'O Sanghe" di James Senese e Napoli Centrale; d'altro canto sono pochi altri gli artisti per cui metterei la mano sul fuoco e anche questa volta ho avuto ragione! Rammento ancora lo straordinario concerto di questi musicisti favolosi in quel di Grosseto, lo scorso novembre: il top, davvero il top!
Non mi sono fatto scappare una buona copia a quindici euro di "Six wives of Henry VIII" dello straordinario Rick Wakeman, il mio tastierista preferito (sia da solo che con gli Yes). Che dire poi di una stampa giapponese di "Seventh Sojourn" dei Moody Blues? Potevo lasciarla là? Certo che no! Gli Arti e Mestieri non hanno certo bisogno di presentazioni e "Giro di valzer per domani" è l'unico loro disco che mi mancava, perciò l'ho preso in CD; sullo stesso filone "2" dei nostrani Agorà: che gruppi! Ho trovato a poco anche un album degli Eloy che mi mancava e l'ho preso. Ringrazio ancora il mio venditore di fiducia perché mi ha anche regalato il promo di un giovane gruppo prog italiano che già ha fatto un buon esordio discografico: mi riferisco agli Ingranaggi della Valle. Tra dischi vecchi e nuovi ho quanto basta per aspettare l'autunno e passare un altro inverno in solitudine in attesa della primavera: mi sia concesso di fare il verso a Kim Ki-duk…

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9
Ago

La mia riscoperta di Mishima

Pubblicato martedì 9 agosto 2016 alle 18:18 da Francesco

Ho sempre apprezzato Yukio Mishima per il coraggio che dimostrò negli ultimi momenti della sua vita, quand'egli divenne quello stesso spirito nipponico che voleva ridestare nella terra del sol levante, ma per lungo tempo non sono riuscito a nutrire la stessa stima per la sua scrittura.
Nelle ultime settimane la mia opinione in merito è mutata. Mi ero ripromesso di non leggere più romanzi, però me ne erano rimasti due proprio di Mishima che avevo acquistato in modo forse avventato e, complice anche l'assenza totale di qualsiasi altra lettura di mio interesse che fosse a portata di mano, mi sono risolto ad affrontare ambo gli scritti.
Il mio primo libro di Mishima fu Neve di primavera, nel quale trovai stucchevoli le descrizioni e un po' melensa tutta la storia; avvertii la pesantezza di una narrazione prolissa, tuttavia arrivai lo stesso in fondo al testo che non mi lasciò niente di memorabile: insomma, non mi piacque.
Quando invece ho preso in mano Musica e Confessioni di una maschera le cose sono andate in modo diverso. Del primo ho apprezzato oltremodo il ritmo della narrazione e la storia in sé, con gli ampi riferimenti alla psicanalisi che denotano una certa conoscenza della medesima; invece del secondo mi è piaciuta molto l'ambientazione nel belligerante Giappone della Seconda guerra mondiale, quando ormai la sconfitta si palesava all'orizzonte; quello stesso orizzonte sul quale continuava a sorgere il sole mentre la gloria dell'impero tramontava inesorabilmente.
Non c'è una vera ragione, o almeno io non la trovo e può darsi che si tratti di un'associazione di idee del tutto personale, ma in alcuni momenti la sensibilità di Mishima mi ha ricordato quella di Pier Paolo Pasolini, specialmente a riguardo della sessualità. È come se la frigidità di Musica e l'impotenza di Neve di primavera fossero vicendevoli controcanti.
Su entrambi i testi non ho attaccato molti post-it, ma ci sono dei passaggi davvero belli che si stagliano su uno stile scorrevole e comunque ricco: ne cito uno per libro.

Da Musica, a pagina 166: "In effetti, la pura sacralità e la totale oscenità si somigliano molto, in quanto entrambe sono impalpabili; i lettori, più tardi, vedranno come l'imparagonabile senso di umiliazione che Reiko provò quella notte si sia poi trasformato in un ricordo sacro".

Da Confessioni di una maschera, a pagina 94: "Quando un ragazzo di quattordici o quindici anni si scopre più portato all'introspezione e all'autocoscienza d'altri suoi coetanei, cade facilmente nell'errore di ascriverne il motivo al fatto che è più maturo di loro. Nel mio caso fu indubbiamente uno sbaglio. Il motivo semmai stava qui, che gli altri ragazzi non provavano quel bisogno di comprendere sé stessi che in me era così impellente: potevano esplicare la loro personalità con la massima naturalezza mentre a me incombeva recitare una parte, e questo doveva richiedere un acume e uno studio considerevoli. E quindi non era la mia maturità, ma il mio senso di malessere, la mia insicurezza, che mi forzavano ad acquistare il controllo della mia coscienza; giacché una coscienza del genere era semplicemente un trampolino di lancio verso l'aberrazione e tutti i miei pensamenti di allora, nient'altro che congetture incerte e campate in aria".

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29
Lug

Il tre volte grande

Pubblicato venerdì 29 luglio 2016 alle 02:24 da Francesco

La scorsa settimana ho ripreso in mano un libricino di cui avevo già lambito i contenuti in molteplici occasioni: mi riferisco a quella summa di insegnamenti ermetici che risponde al nome de Il kybalion. La lettura di questo scritto mi ha ricordato una sibilla di cui ho perso le tracce nell'etere un anno fa: malgrado tutto di costei serbo un ricordo platonico assai piacevole.
Come al solito il mio approccio è strettamente personale e dunque nelle righe seguenti riporto solo i passaggi che hanno catturato la mia attenzione, quei frammenti che per una ragione più o meno conscia mi hanno spinto a vedervi più della giustapposizione di parole delle mia lingua madre; io credo che l'arbitrarietà degli appunti sia essa stessa un indizio per qualsiasi indagine introspettiva. Le analisi critiche, l'ermeneutica, l'esegesi e gli assoluti non mi competono.

Allorché si ode il rumore dei passi del maestro, si aprono le
orecchie di coloro che sono pronti a riceverne l'insegnamento.

Mi ha colpito questo assunto perché è fornito a corredo della tesi secondo la quale Il kybalion attiri l'attenzione di coloro che siano pronti a riceverne gli insegnamenti; considero tutto questo piuttosto suggestivo, però la parte scettica di me si domanda se non si tratti di un espediente atto a lusingare il lettore, così da infondere in quest'ultimo la vaga idea di una sua unicità che non sia soltanto quella propria (paradossalmente) di… ogni individuo.
Sul tema della trasmutazione mentale non riesco ad avanzare dubbio alcuno e quindi neanche sulla definizione dell'universo come un tutto mentale: in questo concetto v'è in nuce quanto poi sarà "scoperto" (o meglio, quanto sarà allungato di quel brodo primordiale) da chi verrà dopo. Qualora il Tutto (con la ti volutamente maiuscola) sia mentale, allora «non può essere materia, dato che nulla può apparire nell'effetto che non sia nella causa». Non trovo appigli per negare una simile concezione e non riesco proprio a immaginare quali bordate le si possano infliggere.
Il celebre principio della corrispondenza, quello che campeggia sulla tavola di smeraldo, è forse l'insegnamento che più d'ogni altro ho provato ad assimilare nel corso degli anni: «com'è al di sopra, così è al di sotto; com'è al di sotto, così è al di sopra». Esso dà la chiave per comprendere i paradossi che sono immanenti alla natura, ma al di là delle parvenze di comprensione trovo che sia davvero arduo per me applicare un tale monito con la dovuta perizia e una piena regolarità, di conseguenza mi contento di quei brevi istanti in cui ogni cosa mi sembra al suo posto, come in fulminee estasi dietro cui non v'è merito alcuno. A tale proposito, forse un po' forzatamente, mi vengono in mente delle parole che scrisse Manlio Sgalambro: «Io, contemporaneo della fine del mondo non vedo il bagliore, né il buio che segue, né lo schianto, né il piagnisteo ma la verità da miliardi di anni farsi lampo».
Nel principio della polarità ho trovato la sintesi perfetta delle apparenze dualistiche che si celano e si palesano in ogni dove, esemplificate come una differenza di grado: tale principio è antesignano di quello taoista, quantomeno nella più grezza delle sue enunciazioni.
In tutti gli inviti (compreso quello delfico) a conoscere sé stessi, in tutti gli sproni che gli eventi, altri individui, le voci interiori o chissà quali altre entità forniscono ai più, ebbene in tutto questo io vedo l'inseguimento della capacità di cambiare la propria polarità: è tale prassi che considero quale vera padronanza di sé in quanto supera quest'ultimo e lo pone in accordo con ciò di cui fa parte. Il ricorso alla legge della neutralizzazione consente di elevarsi e lasciare sotto di sé certe oscillazioni benché queste continuino a operare: qui è chiamato in causa (e a questo punto direi anche come effetto…) il principio del ritmo.
C'è un avvertimento ne Il kybalion a cui attribuisco un'importanza pari agli insegnamenti ivi presenti e concerne il possesso delle verità, il quale «a meno che non abbia corrispondenza nel campo dell'azione è come l'accumulare metalli preziosi: cosa vana e sciocca». Più volte io stesso ho lamentato quanto un eccessivo nozionismo (e non necessariamente la verità) possa risultare nocivo qualora diventi autoreferenziale e non trovi sbocchi concreti, perciò mi chiedo se un tale monito non abbia il suo posticino negli archetipi di un inconscio sì collettivo, ma tra le fila di più "recente formazione", ovvero quelle che fanno capo alla civilizzazione poiché non vedo come si potrebbe adattare a quegli ominidi che "non distinguevano l'aurora dal tramonto".
È dunque scontato come ai miei occhi sia sublime la legge dell'uso la quale intima di utilizzare la conoscenza, altrimenti «chi la vìola, soffre, poiché si mette in conflitto con le forze naturali».

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25
Lug

Il freddo estivo

Pubblicato lunedì 25 luglio 2016 alle 23:19 da Francesco

La mia è un'estate un po' sottotono perché nei suoi ardenti giorni ho visto naufragare le flebili speranze che sono maturate in altre stagioni, però non lascio che il corso degli eventi influenzi il mio stato d'animo e quindi faccio appello a tutta la mia volontà. Assisto meditabondo all'ignavia dei governi europei, ascolto spari e detonazioni per interposti organi di senso grazie ai ponti radio, ai collegamenti satellitari, alle fibre ottiche e alle dissociazioni mentali dei terroristi, però di fronte a cotanto stragismo io non mi sento meno legittimato a compiere dei voli radenti su me stesso. Se un'autorità suprema m'investisse di poteri assoluti cercherei di risolvere le questioni di quest'epoca con misure draconiane, ma in realtà non posso che ambire al controllo sulla mia esistenza, comunque parziale e al netto di ciò che è chiamato impropriamente "casualità".
Sono ancora estraneo a qualsiasi affinità elettiva, però riempio il mio tempo libero con interessi che lo rendono davvero tale, ovvero libero da tutto quanto può arrestarne lo scorrimento nella sfera microcosmica. Dopo un certo numero di anni ho ancora delle buone abitudini che io spero durino quanto la mia vita. Non conosco migliore prassi di quella che giustifichi se stessa dinanzi all'amor proprio, ma non escludo affatto che ce ne siano di migliori e non mi sorprenderei se un domani mi ci trovassi a fare i conti. Per ora continuo a leggere quanto è stato scritto da uomini che sono morti da un pezzo, però non ritengo un valore aggiunto la distanza progressiva che intercorre tra il decesso dei suddetti e i sudditi del presente.
Di tanto in tanto vorrei vederci lontano come Hubble: questo desiderio sorge e tramonta in me come il più breve dei giorni allorché un'idea d'infinito mi trafigge il cuore. Non mi resta altro che scherzare con tutto, specialmente con ciò che taluni reputano sacro, ma allo stesso tempo mi è concesso fare anche l'esatto opposto per produrre silenzi d'incommensurabile valore, quelli che non furono mai scritti e mai lo saranno. Le due facce della stessa medaglia o le facce di Giano; del dualismo non so granché, tanto meno il suo grado di aderenza alla realtà. Divago per svago e me ne compiaccio con me medesimo: non v'è altra sfera d'influenza che sia alla mia portata.

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19
Lug

Un mancato rovesciamento

Pubblicato martedì 19 luglio 2016 alle 14:56 da Francesco

Pensavo che i colpi di stato fossero dei fenomeni pressoché scomparsi, ormai appannaggio di qualche stato subsahariano, perciò il tentativo di golpe in Turchia mi ha sorpreso più dell'ennesimo attentato di matrice islamica. Da quanto ho letto mi è parso di capire che il putsch sia fallito perché i golpisti non sono riusciti ad avere l'appoggio della popolazione che avrebbe dovuto moltiplicare la potenza del loro esiguo numero, inoltre gli alti papaveri sono stati lasciati liberi di fuggire e lo stesso Erdogan ha avuto tempo per diramare un messaggio alla nazione che è risultato fondamentale affinché le strade turche si riempissero di gente su cui gli insorti, alla fine, non hanno avuto il coraggio di aprire il fuoco.
Non mi lancio in improbabili di disquisizioni geopolitiche, ma constato un certo compiacimento nel mio essere coevo di eventi che, in qualche misura, entreranno nella storia dell'umanità (da consumare preferibilmente entro…) e ravviso in tutto questo una sorta di schadenfreude per la quale nutro comunque degli scrupoli. Immagino che il meccanismo dietro a quanto ho sovraesposto sia simile a quello che innesca il voyeurismo dinanzi a incidenti di vario genere, stradali in particolare.
Non ricordo dove né quando, ma tempo addietro lessi qualcosa che mi fece intendere come talvolta il piacere di assistere a delle sciagure non provenga dalla suddetta schadenfreude, bensì dall'estraneità ai fatti e si manifesti dunque come una specie di sollievo. Da quest'ultima prospettiva mi vengono in mente le parole di un epicureo, Lucrezio, che nel suo De rerum natura scrive:

Bello, quando sul mare si scontrano i venti
e la cupa vastità delle acque si turba,
guardare da terra il naufragio lontano.
Non ti rallegra lo spettacolo dell'altrui rovina
ma la distanza da una simile sorte.

Considero questa citazione talmente esplicita da vedere in ogni altro tentativo di aggiungervi qualcosa solo il pericolo d'inficiarne la portata, perciò mi astengo da ogni ulteriore commento.

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15
Lug

Al di là del principio di piacere

Pubblicato venerdì 15 luglio 2016 alle 10:54 da Francesco

Freud riteneva la pulsione di morte un'ipotesi irrefutabile e il proprio pessimismo un risultato, a differenza dell'ottimismo dei suoi avversari che invece egli considerava una premessa.
Il principio di piacere è volto alla gratificazione immediata e al mantenimento di un basso livello dell'eccitamento, ma talora gli subentra il principio di realtà che dilaziona la gratificazione e si fa carico di una temporanea tolleranza al dispiacere per questioni di adattamento alle circostanze.
La pulsione di morte pare che sia la tendenza al ritorno allo stato inorganico, ovvero a quella fase primeva dell'evoluzione in cui la vita si instillò in una sostanza inanimata; una concezione del genere mette in discussione quella visione della vita che verte sulla ricerca dell'evoluzione, come nel perseguimento del superuomo di nietzschiana memoria, tuttavia è lo stesso Freud a sottolineare subito quanto possa risultare dolorosa la rinuncia a una credenza così consolidata. Fatico ad accettare in toto un tale postulato, ma escludo che la mia ritrosia sia d'ordine emotivo e la ritengo invece propria di un sano atteggiamento dubitativo. Invero dalla mia prospettiva atea non sarebbe per me gravoso accogliere l'idea di riassumere la vita nello scopo di morire, ma forse non ci riuscirei lo stesso in quanto mi sembrerebbe troppo bella perché fosse vera.
Alle luce di cotanta foschia il richiamo alla filosofia di Schopenhauer è un moto spontaneo a cui anche Freud fa cenno in un passo del suo scritto, precisamente quand'egli riporta le parole del filosofo tedesco sulla morte quale "vero e proprio risultato, e, come tale, scopo della vita".
Mi domando se Thanatos, la pulsione di morte, sia davvero latente in ognuno di noi, ovvero in ciò che Jung chiama inconscio collettivo; mi chiedo inoltre se i capitoli più neri della storia della civiltà, non ultimo quello odierno del fanatismo islamico, siano da attribuire alla manifestazione di questo principio che, in determinate circostanze e presso certi gruppi, non trova gli ostacoli del principio opposto, cioè di Eros, la pulsione di vita. Ecco dunque che dietro ogni massacro può essere scorto il tentativo di riportare tutta l'umanità a ciò che fu in principio poiché "gli esseri privi di vita sono esistiti prima di quelli viventi".
Sono un uomo, mi ritengo empatico in un giusto grado e mi limito al mero esercizio speculativo di considerare la violenza senza fine come una mera coazione a ripetere, ma non faccio mia una tale veduta poiché non ne avverto l'autenticità; d'altro canto penso che sia importante lo sforzo di sospendere talvolta ogni tipo di emotività, blanda o parossistica che sia, affinché la lucidità possa operare nelle migliori condizioni possibili come un chirurgo in un ambiente asettico.

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