Il boulevard di Francesco
27
ago

Vinili e dischi ottici

Inviato giovedì 27 agosto 2015 alle 13:35 da Francesco

Alcuni giorni or sono mi sono recato nella ridente Follonica per la Fiera del Disco: in occasioni del genere trovo sempre qualcosa che non ha prezzo, ovvero le conoscenze musicali di chi scelga di condividerle e dalle quali traggo quasi sempre degli ottimi spunti. Forse l’acquisto di vinili e CD può sembrare anacronistico agli occhi di taluni, tuttavia ancora compro e vendo questi supporti perché mi piace ascoltare attentamente i dischi, tanto in analogico quanto in digitale, inoltre mi diverto a raffinare la mia esigua collezione con gli scambi anzidetti.

Nell’immagine il primo disco in alto a sinistra è “Déjà vu”, opera di un ensemble di tutto rispetto che comprende David Crosby, Neil Young, Stephen Stills e Graham Nash: un classico che mi è sfuggito per lungo tempo! Accanto a quest’ultimo v’è un disco delizioso, “Ashes Are Burning” dei Renaissance, rock progressivo che la voce di Annie Haslam ammanta di magia. In alto a destra invece campeggia una ristampa de “L’era Del Cinghiale Bianco”, un album che conosco e ascolto da quindici anni nonché uno dei miei punti preferiti nell’intera discografia di Franco Battiato.
Il primo a sinistra della fila centrale è un disco di David Crosby piuttosto famoso e anch’esso è rimasto ignoto alla mia attenzione fino a pochi giorni fa benché si tratti di un classico: il titolo è “If I Could Only Remember My Name”. Accanto al debutto solista di Crosby si trova il vinile della colonna sonora di Milano Calibro 9, uno di quei film degli anni settanta che erano (e ancor oggi sono) definiti “poliziotteschi” per distinguerli da altri classici polizieschi; insomma, delle musiche si occuparono gli Osanna di Lino Vairetti, uno dei pilastri partenopei del prog italiano e ne uscì qualcosa di meraviglioso! Sotto “L’era Del Cinghiale Bianco” c’è un album di portata mostruosa, uno dei capitoli più belli dei Camel e per quanto mi riguarda dell’intero prog mondiale, ovvero “Moonmadness” di cui inserisco a piè di pagina il video di “Lunar Sea”, ultima traccia del platter. La fila in basso comincia a sinistra con i Fuzzy Duck e il loro album omonimo, ideale per tutti gli amanti del moog; è un lavoro che si situa a cavallo tra l’epoca psichedelica e quella progressiva. Sotto il vinile degli Osanna si trova una serie di CD: Gli Alluminogeni con “Scolopendra”, album di rock progressivo del settantadue che non è registrato nel migliore dei modi ma che a me offre lo stesso belle sensazioni; Brian Eno con “Apollo: Atmospheres and Soundtracks”, un lavoro che si ispira alla missione Apollo della Nasa con un ambient di ottima fattura; Sotto “Scolopendra” si trova “In Praise Of Dreams” di Jan Garbarek, in cui il sax di quest’ultimo esalta tutto il resto; poi v’è un disco di Keith Jarrett del settantasei, “El Juicio (The Judgement)” sul quale credo che sia inutile scrivere alcunché; infine vi sono due dischi di prog italiano che io reputo imprescindibili nel genere, ovvero Quella Vecchia Locanda con l’album omonimo e “Contaminazione” ad opera de Il Rovescio della Medaglia. Last but not least (cioè ultimo ma non meno importante) in fondo a destra c’è un disco straordinario di psichedelia, “Forever Changes” dei Love; quest’ultimo me lo sono fatto consigliare da chi me lo ha venduto, difatti non trovavo nulla che m’interessasse al suo banco ma volevo prendergli qualcosa e così gli ho dato carta bianca: diamine, per dargliene ancora sarei pronto a cancellare i papiri di Ossirinco!

Categorie: Musica, Parole, Video |
25
ago

Il limes corporeo

Inviato martedì 25 agosto 2015 alle 17:21 da Francesco

Ho già dedicato qualche parola in merito all’importanza che Nietzsche conferisce al corpo, però non ne ho ancora spese per soffermarmi su un’interessante osservazione di Jung a proposito della funzione imprescindibile della carne nel cosiddetto processo d’individuazione.
Gli oggetti conseguono una distinzione solo nello spazio e nel tempo poiché vi assumono delle caratteristiche definite che ne permettono la conoscenza, e parimenti un individuo necessita di specchi per scoprire quale sia il suo volto, tuttavia egli può anche rispecchiarsi nei suoi simili per conoscere se stesso; Jung parte da tali assunti, nei quali io percepisco una critica agli anacoreti e in particolare ai padri del deserto: egli finisce per indicare quanto il corpo sia fondamentale per delimitare il Sé e come l’idea di quest’ultimo non sarebbe possibile se non esistesse il primo.
Non riesco a capire se il confronto con i propri simili (poiché suppongo che lo specchiamento nel prossimo questo significhi) debba essere continuo, vita natural durante, o se, una volta tratte le debite conclusioni, si possa decidere di farne a meno: qualora quest’ultimo caso fosse quello corretto non potrei scorgere nessuna critica verso gli eremiti e all’indirizzo di chi nel corso della storia (e soprattutto della propria storia) abbia intrapreso un’ascesi più o meno solitaria.
A me piace immaginare che ogni individuo abbia un destino da compiere (e a ciò collego sempre un celebre aforisma di Nietzsche, ovvero “diventa ciò che sei”), però è proprio in forza di tale peculiarità che secondo me (e non solo) non possono esservi delle regole assolute in questo ambito. Trovo illuminante ciò che Jung scrive nelle stesse pagine (che ormai mi sono lasciato alle spalle da qualche settimana) da cui ho tratto lo spunto per queste righe: “Le persone che non sono consapevoli del proprio corpo risultano affette in misura variabile da un’irrealtà esistenziale”.
Io suppongo che la consapevolezza del proprio corpo possa venire meno anche quando a questo si riservino molte attenzioni e se ne soddisfino tutti i bisogni, dunque ipotizzo che la questione verta sul modo di rapportarsi alla propria carne: paradossalmente mi ritrovo di nuovo di fronte a delle astrazioni che in questo contesto possono sembrare erroneamente fuori luogo.
La realtà del corpo è diversa per ognuno e quindi il compito di scoprirla (per chi lo vuole) non può essere delegato, ma io tendo a credere che in taluni casi a detta realtà certuni si possano avvicinare in una maniera apparentemente contraria agli interessi immediati della carne.

Categorie: Parole |
21
ago

L’esaltazione dell’immanenza

Inviato venerdì 21 agosto 2015 alle 09:50 da Francesco

Trovo interessante come dai primi seminari di Jung su Nietzsche emerga più volte l’importanza che quest’ultimo dà al corpo, in netto contrasto con il cristianesimo che invece ne promuove il disprezzo, proprio come altre religioni e filosofie propendono per una mortificazione della carne. Secondo Jung chiunque neghi una parte di sé prima o poi deve attendersi delle ricadute, una vendetta da quella parte negata e quindi delle conseguenze nefaste.
Il riconoscimento dell’aspetto carnale rimanda anche al riconoscimento dell’Ombra (nel senso junghiano del termine) e la sua importanza capitale mi fa venire in mente quanto già sosteneva Platone nel Fedone circa la conoscenza del peggio: “All’uomo non conviene considerare, riguardo a se stesso e riguardo alle altre cose, se non ciò che è l’ottimo e l’eccellente; e inevitabilmente dovrebbe conoscere anche il peggio, giacché la conoscenza del meglio e del peggio è la medesima”. 
Vedo nell’impronta dionisiaca da cui il pensiero di Nietzsche è caratterizzato ciò che più di tutto riconsegna alla carne il suo ruolo essenziale, tuttavia a riguardo di quest’ultima, e malgrado il mio ateismo, mi ritrovo in un passo del Vangelo di Giovanni nel quale Cristo parla del proprio corpo come se fosse un tempio: mi discosto dall’interpretazione tradizionale dell’episodio e ne dò una lettura personale che nulla ha a che fare con l’esegesi biblica.  
Alla luce di queste piccole annotazioni mi preme ricordare quale sia la vendetta del corpo che Jung ravvisa nello Zarathustra, ovvero la creazione di quelle figure metafisiche che proprio dal disprezzo del corpo traggono la loro origine e la conseguenziale illusione di un’altra realtà, con la svalutazione totale di quella propria dell’essere umano.

”Ciò che il senso sente e lo spirito conosce, non ha mai dentro di sé la propria fine, ma il senso e lo spirito vorrebbero convincerti che loro sono la fine di tutte le cose: talmente vanitosi sono essi”.

Per me questo passaggio dello Zarathustra è tanto esplicito quanto caustico, aggettivi che mi sento di spendere per molti altri punti dell’opera, ma tali parole in particolare trovo che siano quelle più adatte per fare una sintesi efficace di quanto ho accennato finora.
Talvolta è meno diretta l’importanza che Nietzsche riconosce al corpo per interposto profeta, ma altrettanto profonda e mi riferisco a quando Zarathustra scongiura quelli che chiama “fratelli” di restare fedeli alla terra, espressione quest’ultima che dev’essere tradotta come un invito a mantenere una relazione con il proprio corpo, a detrimento di tutte le speranze oltremondane.

Tutto questo come si traduce nella pratica della vita quotidiana? Non posso parlare per terzi e non mi occupo di trini, perciò mi riferisco solo a me stesso. La mia relazione con il corpo verte sul rispetto di quest’ultimo e dei suoi bisogni: va dall’autoerotismo all’allenamento fisico, dal riposo fino alle piccole rinunce che lo esaltano invece di mortificarlo e non avverto scissioni con quella parte di me che reputo al tempo stesso estranea e complementare (chissà poi se a torto o a ragione e in quale misura) alla corporeità; di norma vige in me un certo equilibrio tra quanto in altri ambiti ed esistenze è reso dicotomico da abitudini dogmatiche, talora inconsce.

Categorie: Parole |
18
ago

Verso le foglie ingiallite

Inviato martedì 18 agosto 2015 alle 17:44 da Francesco

Questa mia estate ha tradito le sue ottime premesse e nel periodo più rovente si è rivelata un calderone di frustrazioni. Per cause di forza maggiore (precisamente di vicinato) mi sono anche dovuto separare da quel simpatico gatto che mi era stato affidato e che io avevo prontamente chiamato Heidegger; ho avuto appena il tempo di affezionarmici, così come già altre volte in altri ambiti di questa mia vita umana. Dopo cinque anni d’isolamento in campagna avevo quasi del tutto dimenticato quanto potesse risultare cancerogena la convivenza con certi bipedi della mia specie, ma per cercare di essere obiettivo devo anche riconoscere una ragione formale a quanti mi siano invisi e al contempo mi riservo il diritto di esercitare lo stesso grado di comprensione (cioè nullo) verso quegli stessi soggetti: mi considero un individuo vendicativo e paziente, fiero sostenitore della lex talionis, inoltre credo che il fuoco vada combattuto con il fuoco.
Aspetto con trepidazione le prime atmosfere autunnali e mi auguro che queste ammantino i miei dintorni ancor prima delle idi di settembre. Sento in me una recrudescenza di conflitti irrisolti e riesco a tollerarla bene perché il mio stato psicofisico ha un’ottima tenuta, però farei volentieri a meno di misurare quest’ultima in base a una scala di disagi: insomma, preferirei che la conferma della mia buona salute scaturisse dall’esercizio di nobili sentimenti e non dalla solita resilienza.
Ho quasi terminato la lettura, lo studio e gli appunti del primo volume delle conferenze di Carl Gustav Jung sullo Zarathustra di Nietzsche, dunque mi auguro di trovare presto la voglia di scriverne un po’ su queste pagine virtuali. Ho molte cose da dire e sarebbe opportuno che io trovassi sufficienti sbocchi per farle fuoriuscire tutte, ma in realtà posso anche tenermele senza problemi: per ora la forma speculativa del pensiero è ancora esentasse e grazie alla filogenesi la memoria umana ha tanti scompartimenti vuoti dove si può stipare qualsiasi cosa.
Le tante strade che ho percorso in auto, a piedi e con la mente non mi hanno ancora portato dove una certa intuizione continua a suggerirmi di andare, ma lontano da tutto e senza contatti con terzi (o trini) c’è in me qualcosa che non ha mai smesso di rifulgere (neanche quando io stesso ero convinto della sua estinzione).

Categorie: Parole |
23
lug

Due viaggi, un gatto e un incidente domestico

Inviato giovedì 23 luglio 2015 alle 03:26 da Francesco

Non conosco più la noia da quando all’inizio della post-adolescenza la solitudine mi introdusse nell’età della ragione, ma gli ultimi sette giorni per me sono stati più intensi del solito.
Annoto tutto insieme poiché voglio assentarmi ancora di più da queste pagine per ritornarci a tempo debito con una nuova verve. Comincio dal fatto meno rilevante, ovvero l’inizio della lettura dei seminari di Carl Gustav Jung (oltre milleseicento pagine) su Così parlò Zarathustra di Nietzsche (su per giù quattrocento pagine nell’edizione Adelphi che lessi anni or sono e che mi accingo a rileggere per l’occasione). Si tratta di un lungo viaggio che ho rimandato più volte e di cui ora sto facendo il primo passo poiché le circostanze mi invitano a farlo. Ho persino ripreso in mano una penna e dunque mi sono fatto amanuense per annotare di mio pugno quello che reputo interessante, difatti per un’opera così complessa le sottolineature a lapis e i segnalibri adesivi mi sembrano insufficienti. Non mi cimento in un’avventura del genere come se fossi uno studente universitario o come se volessi aggiungere degli altri volumi nella mia biblioteca, bensì il mio approccio è quello di un individuo che vuole raggiungere con tutto se stesso quelle vette pericolose e tale brividio è già favorito dalle nature complementari dei due testi. Se mi andasse d’indugiare nel citazionismo allora chiamerei in causa Manlio Sgalambro e la sua idea di epigono per spiegare meglio le mie intenzioni, ma già con questo accenno mi sono spinto troppa in là.

Nella mia casa è arrivato un nuovo felino, ma devo ancora capire se con lui mi troverò bene o se il nostro rapporto sarà caratterizzato da una certa indifferenza. Io non idealizzo gli animali e mi ci rapporto come se fossero delle persone, perciò è perfettamente nell’ordine delle cose che con qualcuno di essi sia in perfetta sintonia e con qualcun altro invece non abbia intesa alcuna.
Ogni animale (uomo compreso) ha la sua indole, ma ci vuole del tempo prima che questa mostri gran parte di sé e dunque attendo fiducioso. C’è comunque una tenerezza nei primi vagiti della vita che suscita in me un’empatia mai banale, come se ogni volta si rinnovasse senza farsene  accorgere, ma la magia dell’infanzia ha una data di scadenza, così come la vita stessa.

Aggiungo il breve resoconto dei quattro giorni che ho trascorso on the road.
Sabato mattina sono sceso dal letto con uno dei due piedi, non so se fosse quello giusto o quello sbagliato, e ho deciso di partire. In me s’era fatta strada (eh già, proprio così) una forte voglia di guidare e poiché non avevo impegni da rispettare né gioie da condividere ho preso la mia auto e mi sono diretto verso nord. Ho raggiunto il traforo del Monte Bianco e per un po’ ho transitato in Francia, ma l’aria di montagna non ha mai fatto per me e così ho attraversato tutta la pianura padana per puntare di nuovo verso sud. Ho percorso tremiladuecento chilometri in quattro giorni: è stato un viaggio nel vero senso della parola… Per tre notti ho dormito in auto nelle piazzole autostradali e una notte l’ho trascorsa in una stanza a Benevento: a proposito, è davvero adorabile questa cittadina campana e spero davvero di tornarci; se solo fosse stata sul mare me ne sarei innamorato senza riserve! Mi sono spinto fino a Matera attraversando Puglia e Molise (i miei itinerari non sono stati ottimizzati dal navigatore, bensì sollecitati dall’istinto) e mi sono goduto una splendida mezza giornata tra i meravigliosi sassi della cittadina lucana.
Mi ha fatto bene questa piccola pazzia e per quanto gravosi (il caldo, le poche ore di sonno, le scomodità e la fatica di tutte le ore al volante) questi giorni mi hanno lasciato qualcosa di utile.

Per festeggiare il mio rientro a casa sono riuscito a farmi crollare addosso la porta scorrevole in vetro della doccia e così ho fatto un salto al Pronto Soccorso dove ho ricevuto un codice verde per il mio sangue rosso. Mi sono stati dati dei punti sull’indice sinistro e un’altra medicazione sul gomito destro, ma nulla di grave e ne avrò per una settimana: ne consegue che non potrò farmi le seghe né esercitarmi a suonare Layla sulla chitarra elettrica.

Categorie: Immagini, Parole |
16
lug

Il mio rapporto con gli eventi

Inviato giovedì 16 luglio 2015 alle 22:28 da Francesco

In quest’estate torrida il Medio Oriente è infuocato come in tutte le altre stagioni e altrove la culla dell’Occidente intona il canto del cigno, ma purtroppo i conflitti bellici e le crisi economiche non risentono delle parole che ne descrivono la crudeltà; il mio cuore invece è ancora terra di nessuno, una colonia mancata, la perfetta enclave di una vicinissima lontananza.
Nel tempo libero mi faccio salmastro, leggo, scrivo e raccatto nozioni che poi stivo in zone più o meno accessibili della memoria. Preparo pasti deliziosi che consumo al cospetto della mia ombra e talora mi reco a mangiare da solo in qualsiasi luogo che mi permetta di avere un’ampia scelta benché io vi escluda la carne. Ogni tanto m’intrattengo con esponenti dell’Arma dei Carabinieri che puntualmente mi fermano per chiedermi ragguagli sulla mia identità, ma quest’ultima è più di quanto possano attestare i miei vacui documenti o forse è meno di ciò che questi riportano. Insomma, per me non c’è molto di nuovo sotto il sole cocente di luglio, ma ho ragione di credere che anche ai primi abbassamenti delle temperature sulla mia vita non si alzerà niente d’inedito. Queste mie parole possono sembrare il misurato lamento di un individuo solo, ma non è questo il loro scopo perché io ho imparato a vivere bene una certa linearità: temo invece i cambiamenti forzati che sono posti in essere dietro ordine di sua volgare maestà l’impazienza.
Di sicuro anche per me verrà il tempo d’importanti mutamenti, ma non faccio oggetto di vaticinio la loro entità e i modi in cui si manifesteranno. Ormai il più nero dei miei autunni è alle spalle e ho ritrovato da un po’ di tempo uno stato di quiete che in passato ho già esperito più volte, ma anche lo stesso docile vuoto ha rifatto la sua timida comparsa e ora tutto mi è tornato familiare. Non è importante che i cambiamenti si abbattano su di me come una pioggia salvifica dopo un lungo periodo di siccità, ma è bene che io sia aperto alla loro eventuale venuta e, a meno che la vista interiore non m’inganni, le porte del mio Io sono spalancate come se fossero quelle di una chiesa abbandonata. Voglio concludere con delle parole di Juri Camisasca che sento mie.

“Lungo la strada ricordo i miei anni in penombra
i tumulti lontani non hanno più presa
non ho più pretese, va avanti da sé
il mio rapporto con gli eventi”
Categorie: Parole |
8
lug

La mia prima Luna

Inviato mercoledì 8 luglio 2015 alle 02:05 da Francesco

Ho trascorso la notte del tre luglio a contemplare la volta celeste attraverso il lungo occhio del mio modesto telescopio e, in modo molto tutt’altro che elegante, sono riuscito a fotografare la pallida compagna della Terra.
Sono affezionato a questo primo scatto benché non sia niente di speciale. Le mie osservazioni si concentrano ancora sui pianeti in quanto mi è facile rinnovare lo stupore che questi mi trasmettono e dunque sacrifico l’aspetto didattico delle mie sessioni per qualche emozione notturna, però a tempo debito poserò di più lo sguardo su zone meno celebri del firmamento.
A tu per tu con l’unico satellite terrestre mi è venuta in mente una vecchia canzone di Claudio Rocchi, La tua prima luna: un pezzo di appena… quarantacinque anni fa. In realtà quella a cui si riferisce Rocchi la vidi ancor prima che pensassi di soffermarmici, ma alla fine è sempre la stessa e per me cambia soltanto la maniera di guardarla (o forse il modo di osservarmi).

Categorie: Immagini, Parole |
1
lug

La natura della coscienza

Inviato mercoledì 1 luglio 2015 alle 20:17 da Francesco

Sulla scorta di una lettura recente mi sono trovato a riflettere sull'eventualità che un giorno la coscienza possa essere tutta determinata come mera attività cerebrale, ma paradossalmente un'ipotesi così fisicalistica è al momento tanto metafisica quanto quelle a cui indirettamente si oppone. Il riduzionismo meccanicista fa storcere il naso ai miei aneliti più profondi, ma se fosse davvero alla base di tutto non potrei che prenderne atto; d'altro canto una simile accettazione renderebbe la tristezza meno dolorosa poiché inevitabile, non più gravata dalla responsabilità del libero arbitrio. Qualora si verificasse un tale scenario mi chiedo a quale grado assurgerebbe una siffatta attività compensatoria, non soltanto nel ridimensionamento delle emozioni negative (ancorché talora queste risultino formative), ma soprattutto in rapporto a quelle positive; forse ne risulterebbe un appiattimento sempre maggiore, proporzionato al livello di consapevolezza dell'ipotesi suddetta, fino al punto di un annullamento pressoché totale della polarità? Fino alla scomparsa d'ogni dicotomia? E così che fine farebbero i rapidi e impercettibili movimenti del Tao? Questa mia congettura conclusiva mi ricorda il concetto del nirvana buddhista e se vi trovasse risonanza allora per taluni (me compreso) potrebbe rivelarsi persino auspicabile.
Mi domando se il solo bisogno di aspirare ad una libertà superiore non testimoni già l'esistenza di quest'ultima su dei piani altrettanto elevati. Come può essere meccanico qualcosa che sia in grado di aspirare a ciò che per i limiti della sua natura non dovrebbe riuscire manco a concepire? Ai miei occhi, e non escludo che io pecchi di semplicismo (o ne tragga vantaggio), è come se i componenti di un circuito elettrico cessassero le proprie funzioni per interessarsi all'ontologia; diodi, resistenze e condensatori intenti a chiedersi quale sia il loro ruolo, il loro scopo, la ragione ultima della loro presenza in uno schema così limitato…
Un individuo come me è interessato alla verità, qualunque essa sia, però io in quale misura mi distinguo da qualcun altro per la disponibilità d'accoglierla a dispetto dei miei legittimi desideri? Si tratta soltanto di connessioni neurali sulle quali hanno agito un imprinting di un certo tipo e determinate influenze dell'ambiente in cui sono cresciuto? Tutto si riduce ad una commistione di processi fisiologici e culturali? Non sono un apologeta in alcuna accezione del termine, inoltre mi professo ateo per ragioni di cui non digredisco affinché questo breve appunto non ne risenta, ma è proprio l'autenticità che tento d'imprimere alla mia ricerca interiore (quindi il metodo qui è prioritario al fine stesso, com'è giusto che sia) ad impedirmi una posizione netta. Di sicuro io ho solo delle intuzioni, ma i contenuti di queste non sono altrettanto certi.

Categorie: Parole |
23
giu

La piuma di un gabbiano

Inviato martedì 23 giugno 2015 alle 07:30 da Francesco

Ieri ho avuto un’idea che probabilmente non apporterà nulla di concreto alla mia esistenza, ma di sicuro ne arricchirà i tratti amorfi e le parti intangibili.
Sulla strada verso casa ho notato un gabbiano che era intento a beccare un uccello più piccolo e ho pensato che taluni non riuscirebbero ugualmente a stare in pace anche se avessero le ali. Qualche ora dopo lo scontro dei volatili mi sono ritrovato a qualche metro dalla costa, in acque un po’ mosse ma comunque cristalline, rigeneranti e tanto amate dal sottoscritto che là si sente come forse si sentì quand’ebbe primo asilo nel liquido amniotico. Ad un tratto un gabbiano si è lanciato a pelo d’acqua e ha perso una piuma di cui mi sono appropriato a poche bracciate di distanza: ho deciso di coglierla appena si è adagiata sulle increspature salmastri e quasi subito ho scambiato l’idea di una coincidenza con un’intuizione simbolica.
Talvolta, per incensarne la meraviglia o per sottolinearne il carattere illusorio, la vita è descritta come se fosse un sogno e allora mi chiedo perché non applicare alla prima le interpretazioni che di solito si riservano al secondo. La penna di quel gabbiano ora è asciutta e si trova davanti a me come se fosse un presagio, o almeno io la connoto in questo modo e chissà che delle altre coincidenze non mi convincano ad escluderle la natura stessa della coincidenza: bei paradossi.
Nella smorfia napoletana uno dei significato della piuma indica un contrasto con le donne e ciò è buffo (a tratti persino inquietante) poiché tale interpretazione ha per me un significato preciso. È passato un po’ di tempo da quando credevo che tutto avvenisse per caso e non escludo che alla fine sia davvero così, ma vivo meglio senza certezze di questo genere.

Categorie: Immagini, Parole |
12
giu

Lo stato di coscienza ordinario

Inviato venerdì 12 giugno 2015 alle 09:43 da Francesco

In passato ho rimandato più volte un serio approccio a qualunque forma di meditazione perché non sapevo orientarmici e non avevo le idee chiare sulle mie necessità: sporadici tentativi, a tratti un po’ naif, non mi hanno mai portato oltre un breve sollievo. Per me un avvicinamento razionale alla pratica è un primo e imprescindibile passo da compiere poiché mi ritengo un occidentale a tutti gli effetti e non so procedere altrimenti, tuttavia so bene che degli eventuali sviluppi non possono essere del medesimo tenore e devono perciò snodarsi su un altro piano. Ho quasi terminato la lettura di Stati di coscienza di Charles T. Tart e in una parte del libro, il cui argomento sono gli stati di coscienza alterata, vi è una digressione sulla meditazione che io ho trovato piuttosto istruttiva. Anzitutto ho gradito l’uso esplicativo e pragmatico di espressioni che altrove ho sempre percepito (forse per una mia mancanza) piuttosto astruse; mi riferisco in particolare all’impiego del termine “energia”: ne riporto un esempio affinché le mie parole non finiscano per essere avvolte dalla stessa fumosità verso cui ho appena dichiarato insofferenza. Lo stato di coscienza ordinario è considerato naturale poiché si presta alle esperienze familiari di tutti i giorni, ma per mantenere il proprio regime ha bisogno di energie che lo stabilizzino e queste sono prodotte dalle fonti più disparate, quali i movimenti del corpo, le attività quotidiane e ovviamente il pensiero, col suo continuo rumore di fondo, perciò se le energie anzidette non fossero impiegate allora lo stato di coscienza ordinario potrebbe lasciare il posto ad altri stati di coscienza: secondo me è significativo che a questo proposito Tart citi Don Juan (lo sciamano di Carlos Castaneda) e ricordi com’egli invitasse il suo allievo a rallentare il pensiero.
In realtà non c’è nulla di nuovo sotto il sole poiché in certi ambiti e alle latitudini più disparate la sospensione dell’attività mentale risulta sempre una conditio sine qua non, ma a mio avviso Tart ha il pregio di spiegarla in termini tutt’altro che iniziatici. È su tale attività discorsiva che si staglia una metafora induista che in altri contesti forse non sarei riuscito ad apprezzare in egual misura; mi riferisco all’immagine dello stato di coscienza ordinario come quella di una scimmia ubriaca e dispettosa che vada di albero in albero dietro la spinta dei suoi desideri animaleschi.
Io non ho mai fatto uso di droghe, neanche di quelle di Stato (cioè tabacco e alcolici), però ho sempre compiuto una netta differenza tra l’uso di sostanze psicotrope a scopo ricreativo (che in realtà è analgesico, ma questo punto mi riservo di rimarcarlo nel saggio che sto scrivendo) e un uso atto ad espandere la coscienza (tale è per esempio il ricorso al peyote con l’ausilio di uno sciamano); mi pare che Tart nel suo libro proponga una visione abbastanza simile benché la sua abbia un taglio (eh già, la parola è azzeccata…) più scientifico e si astenga dai giudizi di valore.
Tutti questi concetti non sono mere astrazioni sebbene io non escluda che nascano e poi si sviluppino con l’intento di esserlo, perciò me ne servo come se fossero dei pezzi di ferraglia da impiegare per scopi diversi da quelli per cui sono stati creati; non c’è bisogno che lo scriva e dunque lo scrivo perché non sono i soli bisogni a muovermi: da ciò cerco un riverbero concreto.

Categorie: Parole |