18
ott

Divagazioni sul tema del suicidio

Inviato sabato 18 ottobre 2014 alle 21:39 da Francesco

Alcuni giorni fa ho iniziato la lettura de “Il suicidio” di Durkheim, ma prima di affrontare il testo originale mi sono immerso in un’introduzione di oltre duecento pagine che mi ha dato un quadro attuale del tema. La sociologia non mi attrae poiché allo studio delle masse io preferisco quello dei singoli casi, però so che le une non sono scisse dai secondi poiché questi formano le prime. Il pensiero della morte mi accompagna fin dalla più tenera età: non ho mai tentato d’eluderlo e so anche che non potrò deluderlo. In determinati casi persino l’uso delle assonanze può essere considerato come un ricorso all’eutanasia: quella dello stile.
Malgrado le più tetre elucubrazioni non ho mai compiuto dei tentativi di suicido, infatti volente o nolente non mi fanno difetto né la salute fisica né quella mentale: tutt’al più mi sono procurato qualche problema di troppo con la mia lucidità, talora un’arma a doppio taglio.
Finora nel libro succitato non ho scorto nulla di nuovo, niente che non abbia già appreso altrove o a cui non sia già arrivato da solo, tuttavia lo reputo un ottimo lavoro di verifica e apprezzo il fatto che l’introduzione offra il proprio fianco all’autocritica, in particolare quella sulla raccolta dei dati e sulle loro comparazioni. Che anche i ricchi piangano o che, a seconda dei contesti e delle congiunture economiche, delle condizioni sociali o dei frangenti politici, determinate fasce d’età siano più esposte al rischio di uccidersi rispetto ad altre, ebbene, tali conclusioni a me erano già note. Mi ha colpito l’impiego del termine anomia con il quale Durkheim riassume la carenza di solidarietà e le sue nefaste conseguenze, ma al di là della forma non l’ho condiviso poi molto in quanto mi pare che egli lo designi come il cippo iniziale di una crisi dei valori, ciò che io ho subito associato al Crepuscolo degli idoli di Nietzsche e che dal mio punto di vista non reputo negativo. Pecco di empatia, coltivo il mio orticello dove a volte pare che nulla nasca e tutto sia già morto? Può darsi, infatti porto in un contesto autoreferenziale tutto quello che posso trascinarmi dietro dalla trattazione di cui sopra e non ho alcuna intenzione di fornire interpretazioni generali.
Per Aristotele (e chissà per quanti prima e dopo di lui) l’uomo è un animale sociale, ma io credo che ci sia una netta differenza tra la percezione di sé stessi come pecora in un recinto o come lupo in un branco: poi ci sono i disturbi bipolari che permettono il rapido avvicendarsi d’ambo le esperienze a costo della dissociazione, ma questo è un altro discorso, un’altra altalena; forse.
L’identificazione (uno dei mali che Gurdjieff e i suoi allievi hanno spesso sottolineato) mi sembra che sia una spontanea attività compensatoria: la politica, la gelosia, il tifo, la religione e tutto il resto dell’illusorietà, compresa la cultura quando sia ridotta ad un semplice accumulo di nozioni.  Io credo che sia possibile appartenere autenticamente a qualcosa o a qualcuno (non nel senso del possesso, bensì in quello stabilito da un’intesa che sappia sancire e annullare le rispettive solitudini), ma lo reputo tutt’altro che semplice, eppure non vedo a cos’altro possa tendere chi non avverta una vocazione naturale per il romitaggio (e anche nelle pratiche ascetiche ho visto molta identificazione). Thanatos prevale quando Eros latita, come i topi ballano quando il gatto non c’è, perciò, senza scadere nell’ingenuità o nella pochezza di certi sentimentalismi, condivido quanto sosteneva La Fontaine, ovvero che tutto l’universo obbedisce all’amore.

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8
ott

Zelotipie non pervenute

Inviato mercoledì 8 ottobre 2014 alle 08:14 da Francesco

Nel corso delle ultime settimane sono rimasto indietro rispetto a tutto e così già che c’ero (qui l’uso dell’imperfetto supera la perfezione) ho provato a fare un salto in un passato recente, ma sono finito nel clima artico di un’aorta meridionale e là non ho ritrovato nessuna traccia del mio primo passaggio: tutto è stato sepolto dai cristalli di neve e dai lunghi intervalli dell’indifferenza. Non ho occupato abusivamente i pensieri altrui e non mi sono infiltrato nei pertugi sottocorticali di nessuno, tuttavia ho preferito constatarlo in prima persona al fine di scongiurare ogni dubbio. Non ho raccolto degli indizi per farne una prova, ma delle conferme con cui rimuovere le velleità pregresse dalle cornici delle ipotesi future. Sulle pareti della mia mente sono rimasti soltanto dei chiodi e alcuni rivoli di sangue rappreso: adesso là dentro c’è più spazio per pensare e posso anche correrci liberamente come s’avessi a mia disposizione un castello abbandonato.
Ho ripreso con un po’ di regolarità quelle abitudini che favoriscono nuove connessioni sinaptiche e certe le ho sostituite con degli interessi quasi inediti che per lungo tempo ho mantenuto in secondo piano. Alla luce di questa tabula rasa anche le faccende quotidiane hanno perso parte della zavorra che si erano spartite con il resto del mio microcosmo: ora ci sono meno elettroni di valenza, ma più voglia di farsi valere. Non solo non m’aspetto dei riconoscimenti, ma neanche di essere riconosciuto da chi potrebbe trarre giovamento dalla mia vicinanza; non so quanto ci sia di vero nell’adagio secondo cui tutti sono utili e nessuno indispensabile, ma di sicuro non posso essere io a certificare la mia eventuale insostituibilità e già sono grato d’esserne impossibilitato.
Per quanto siano ancora incompleti, non mi aspettavo un così rapido esordio dei primi segnali del mio recupero e forse è stata una tetra ed erronea convinzione a restringerne i tempi, però dubito che l’efficacia di tale processo sarebbe stata la stessa se quell’idea sbagliata fosse stata intenzionale, come indotta a mo’ di trucco dall’autosuggestione o in seno a sotterfugi analoghi.
In questo frangente mi vengono in mente delle parole che non sono mie e nelle quali ritrovo la forza espressiva delle cose semplici: “Errori forse non esistono, solo lezioni che ti accrescono”. Mi sento come se mi stessi per affacciare ad una nuova vita, come se mi stessi per reincarnare ad opera ancora in corso, però poco importano le immagini evocative che tento di destare con alterne fortune; non sono vuoto perché ho perso qualcosa (cosa o chi, poi?), bensì lo sono in quanto devo ancora accogliere ciò che di meglio vuole farsi presenza.

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1
ott

Oltre le turbolenze

Inviato mercoledì 1 ottobre 2014 alle 17:27 da Francesco

Le ferite narcisistiche si sono rimarginate, l’Io e i suoi fratelli sono rientrati nei ranghi, è venuta meno l’utilità delle più cupe fantasie e sulle macerie dell’incantamento una desolazione foriera di nuove prospettive ha trovato la propria epifania: tutto qua?
Ho seguito l’intero decorso della mia disfunzione emotiva come se ne fossi stato io l’artefice, il deus ex machina, ma ancora una volta l’introspezione ha rivelato la mia tendenza strutturalista. Al di là dei paroloni (o immediatamente prima) si trova un silenzio più consono alle circostanze e nient’affatto rivelatore: per renderlo mistico dovrei ordinare dei pezzi di ricambio compatibili con la mia indole. Forse a restarsene chiusi tra gli infrarossi e gli ultravioletti si rischia di sviluppare una forma di claustrofobia esistenziale: è disarmante quanto v’è d’inosservabile tra le anguste strettoie del visibile. Non voglio scadere nell’ontologia né in audaci e inutili cerebralismi, ne ho le palle piene delle elucubrazioni, ma cerco di restare attonito il più a lungo possibile davanti alla precarietà della vita perché non confido nell’imminenza di altre meraviglie.
Adesso non ho progetti a lungo termine e la mia attenzione agisce a corto raggio, sicché non ho un posto dove ripararmi dalle folate del futuro che sferzano il mio atollo; e tutt’attorno l’oceano. Qualche volta ho la sensazione che la strada più agevole per l’avvenire si snodi a ritroso, lungo le profonde e insondabili radici genealogiche, laddove i nomi e le azioni dei miei antenati sono tutt’uno con la dimenticanza. Potrei imparare molto dalle esistenze che mi hanno preceduto se mi fosse concesso di vederne le repliche sul grande schermo della memoria: secolo dopo secolo, a forza di notare sempre gli stessi errori, sono certo che verrei colto da più d’un déjà vu e finirei per guardare il presente a colori, senza prove tecniche di trasmissione.
Chissà tra i miei progenitori qual è stato colui (o colei) che più s’è distinto nella ricerca di sé, in pieno accordo con ciò che è (o non è) il tempo biologico: chissà in quale epoca ha vissuto, quali sono state le sue tappe evolutive e il suo ultimo pensiero, il moto di congedo della sua mente. Che il progresso tecnologico espanda i limiti dello scibile è innegabile, ma oltre al sapere v’è un ordine di problemi che riguarda l’essere e per quest’ultimo forse la strada è già stata battuta in tempi lontani: le orme sono molte ed è difficile capire quali siano quelle da seguire, ammesso e non concesso che poi debbano portare da qualche parte. In fede, io e il mio ateismo.

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20
set

Letture propedeutiche

Inviato sabato 20 settembre 2014 alle 22:55 da Francesco

Qualche volta mi domando se valga davvero la pena approfondire la conoscenza di me stesso e dei miei simili, ma puntualmente mi rendo conto che si tratta di un processo irreversibile al quale ormai non posso più sottrarmi. Sono sceso troppo in profondità per rivivere in superficie e non me ne vanto, bensì mi limito a constatarlo con una punta d’inutile orgoglio.
Al di là delle credenze comuni e dell’iconografia tradizionale su cui le prime si basano, io penso che sotto gli abissi possano aprirsi nuovi cieli dove dimorare o ripetere la caduta, ma non mi illudo di trovarne l’accesso tramite qualche testo universitario: i libri mi servono per sgombrare il traffico. Malgrado tutto, mai come in questo periodo ho sentito così tenue, quasi annullata, la contrapposizione tra cuore e mente. Ho perso un po’ di superbia, ma forse ora ho più umanità.

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16
set

Catabasi

Inviato martedì 16 settembre 2014 alle 14:59 da Francesco

Ho assunto una certa noncuranza verso il parossismo settembrino, tuttavia non so ancora se si tratti di uno sviluppo positivo o controproducente: confido nell’insindacabile giudizio del tempo. Ho esasperato all’inverosimile i miei moti interiori e può darsi che in questo modo sia riuscito a prevenirne le conseguenze più nefaste, ma tale manovra mi è costata un po’ di serenità.
Due sere fa ho avuto un momento di profondo sconforto, perciò mi sono seduto sul letto, ho chiuso gli occhi e ho cercato di sgombrare la mente da qualsiasi pensiero: se ora fossi incauto o superficiale alluderei alla meditazione. In realtà non sono riuscito a fare altro che ad assistere ai rapidi, intensi e acrobatici avvicendamenti del mio stato d’animo, come se mi fossi ritrovato in una tribuna d’onore per guardare uno spettacolo che invero avrei dovuto allestire e dirigere io. Tutto passa, nulla permane: me lo ripeto a mo’ di mantra. Ricerco nuove vie per migliorarmi, ma adesso è il bisogno che mi spinge all’impresa e non sono più mosso da una semplice curiosità. Devo ritrovare la forza sopita che giace da qualche parte nei miei recessi, ma ho pochi rimasugli di sublimazione, un manipolo di sane abitudini del tutto inveterate, ed è come se fossi a capo di un’armata Brancaleone. A tratti mi rivedo anche in Don Chisciotte, però invece di combattere contro i mulini a vento mi sembra di fronteggiare delle pale eoliche sotto delle nuvole bianche. Non temo pericoli dall’esterno perché i nemici sono dentro di me. Quasi mi alletta questa nuova sfida e mi compiaccio di come la mia inclinazione a vivere si affermi su ogni altra forza contraria. Sono periodi del genere che mi dànno la misura della mia salute psicofisica e non oso neanche immaginare cosa sarebbe delle mia vita (o cosa ne resterebbe) se avessi una predisposizione organica alla depressione o se tradissi la mia lucidità con i princìpi attivi dell’autolesionismo.
È normale che talora la tristezza e la disillusione mi attraversino, tuttavia ne riconosco la natura nomade poiché in me non sono mai stanziali. Posso accompagnare il cambiamento o subirne la portata, ma è adesso che devo mettere in pratica tutto quello che ho imparato nell’età dell’oro della sublimazione; per me era facile, troppo facile restare sugli allori mentre mi sovrapponevo alle mancanze affettive grazie a quella straordinaria condizione. Io non so se qualcosa succeda per caso o se il destino dei mortali passi davvero dalle mani delle Parche, però oggi non cerco rassicurazioni né conforto. Vorrei stringere una santa alleanza, assecondare le mie intuizioni più profonde e vivere in mezzo all’ironia, ai silenzi complici e alla certezza crescente che qualcosa mi sfugge in forza della sua natura ineffabile. Intanto giro ancora.

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13
set

Cose semplici

Inviato sabato 13 settembre 2014 alle 08:05 da Francesco

Sto ancora elaborando il lutto, però mi sento vicino a quella che una psichiatra svizzera definì la quinta fase di tale processo, ovvero l’accettazione.
In questo frangente uso la scrittura come se fosse uno strumento diagnostico e attraverso gli errori di battitura (abbondanti come nel caso dell’appunto precedente al quale ho poi apportato le dovute correzioni) mi accorgo di quanto intensi e frequenti siano i cali della mia attenzione. Purtroppo non riesco a concentrarmi quanto vorrei e così affronto gli impegni quotidiani come se fossi un automa, tuttavia non intendo continuare a vivere così oltre il tempo necessario per il pieno recupero delle mie forze e aspetto il momento del riscatto: kairos, per gli antichi greci, per i classicisti o per chiunque voglia darsi un tono.
Sono spaventevoli le oscillazioni alle quali è esposto lo stato d’animo, però mi reputo fortunato rispetto ad altri individui perché almeno io riesco a spiegarmene le cause e gli effetti. Dopo tanti anni sono ancora accanto a me stesso, ma non voglio bastarmi né imbastardirmi. Chissà quali saranno i prossimi segnali di vita sulla mia lunghezza d’onda; intanto sopravvivo, così, giusto per gradire…

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12
set

Archivio onirico: sogno n. 14 e sogno n. 15

Inviato venerdì 12 settembre 2014 alle 14:41 da Francesco

Questo periodo funesto ha ridestato in me un’intensa attività onirica e il mio inconscio è tornato raccontarmi quello che ci accomuna. Ho faticato un po’ ad annotare questi sogni perché non mi andava di farlo, ma alla fine mi sono reso conto della loro importanza per le mie ricerche e qui di seguito ne ho riportato ciò che ho potuto.

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Sogno n. 14

Mi trovo in un istituto di cui salgo e scendo i piani. La struttura mi ricorda quella delle mie scuole medie. C’è una grande confusione e sembra che sia l’ultimo giorno prima delle vacanze.
Il sogno poi passa dentro un aereo. Sono in fondo al corridoio, quasi in coda, tutti i posti sono vuoti e all’improvviso lo vedo inclinarsi: l’aereo precipita e mi sveglio di colpo prima dell’impatto.

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Sogno n. 15
 

Cammino lungo una serie di tornanti che assomigliano a quelli di un posto in cui ogni tanto vado ad allenarmi. Ad un certo punto inizio a costeggiare una parete bianchissima e raggiungo una serie di case che mi ricordano Cadaques, un paesino spagnolo in cui ha dimorato Salvador Dalì. A quel punto il sogno cambia e mi proietta in mezzo a degli studenti rispetto ai quali ho almeno dieci anni di più. Uno di loro si sorprende perché mangio dello sgombro da una scatoletta e ne levo le spine senza usare le mani: gli porgo una scatoletta e lui prova a fare altrettanto, ma si dimostra un po’ goffo. Dopo un po’ mi ritrovo in viaggio con un bambino. Mi sorge il dubbio se viaggiamo con gli altri o se siamo stipati in una specie di bagagliaio: alla fine si rivela esatta quest’ultima ipotesi e finiamo sul fondale di un porto, di conseguenza non ad una profondità eccessiva, circostanza che mi consola già nel sogno perché so che potrò risalire. Apro il portellone a calci e cerco di compensare bene per tornare in superficie senza farmi male. Anche l’altro si salverà.
In seguito io e il bambino ci sediamo ad un tavolo con i turisti che viaggiavano insieme a noi ma uno di loro si è accomodato su una sedia che a sua volta poggia sul tavolo: è girato di spalle.

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La parte iniziale del primo sogno è quasi ricorrente, poiché ogni tanto la mia attività onirica mi riconduce ai tempi della scuola. In questo caso credo che il clima da ultimo giorno indichi sollievo per il fatto che la mia potenziale relazione sia giunta ad una svolta: continuare o smettere.
Infatti, quando i miei sogni si svolgono nell’ambito scolastico vengo appagato dal fatto che non devo più andarci e dunque è facile il parallelismo tra un rapporto e lo studio: deve procedere o deve terminare? Quando il sogno si è verificato il mio legame embrionale era già scomparso e ne deduco che ciò evidenzi il piacere di non essere più in una sorta di limbo: mera consolazione.
Vedo nell’aereo vuoto che precipita tutta la solitudine con cui tento di stare troppo in alto, come se cercassi di vivere una vita al di sopra delle passioni senza esserne capace; puntualmente dei rari e fallimentari entusiasmi mi ricordano la mia vera natura. A questo proposito associo un passaggio dello Zarathustra di Nietzsche in cui viene detto più o meno: “Tu ti sei lanciato da te stesso così in alto; ma ogni pietra lanciata deve cadere”.

L’esordio del secondo sogno mi riporta ad un senso di smarrimento e impotenza che poggia su un fatto recente: qualche settimana fa la batteria della mia auto si è scaricata proprio nei pressi del posto che paragono a quello del sogno e quest’ultimo mi sembra che assuma il valore di un luogo di transizione, proprio come chiamo il periodo che sto attraversando.
Il riferimento a Cadaques suppongo che trovi spazio per due motivi. In primis, poiché il paesino spagnolo mi ricorda una zona di Porto Santo Stefano dove si trova la strada panoramica che associo alle scene iniziali del sogno; in secondo luogo suppongo che la mia tendenza a definire “surreali” quei giorni di tristezza e le relative sensazioni abbia contribuito all’inserimento del paese: Dalì infatti è il padre del surrealismo e il ricordo della sua casa, per cui Cadaques è così famosa, è ancora impresso in me.
La parte in cui mangio sgombro in scatola è un po’ criptica, ma io la interpreto come l’inefficacia frustrante delle mie buone intenzioni, infatti porgo la scatola all’altro dopo avergli mostrato che riesco a levare le spine senza usare le mani, quindi solo con i movimenti della bocca: questo esemplifica l’impotenza della parola, la pochezza del verbo e tutti i fraintendimenti.
Il fatto che io viaggi con studenti rispetto ai quali ho almeno dieci anni di più è un’inversione del sogno: infatti nella realtà è la ragazza che m’interessava ad avere dieci anni più di me. Questa inversione trova conferma anche dopo; il bambino rappresenta quella stessa ragazza e il fatto che anche lui si salvi significa quanto segue: entrambi siamo caduti ed entrambi torneremo in superficie poiché non abbiamo approfondito troppo il nostro legame, o, come io le ho detto in più occasioni vìs-a-vìs: non ci siamo concessi il lusso di conoscerci. In questo passaggio trovo la conferma di come l’attività onirica proceda talora per contrari e paradossi.
La specie di bagagliaio in cui viaggiamo rappresenta la situazione un po’ opprimente e carica di paletti nella quale io e lei abbiamo stabilito un dialogo. Il finale del sogno indica un ritorno alla normalità che per qualche giorno è sembrata in procinto di subire una grossa rivoluzione.
Manca da indicare cosa rappresenti il tizio che sta di spalle su una sedia, la quale poggia sopra il tavolo a cui siedono normalmente tutti gli altri: è l’indifferenza che domina la vita e come tale non ha connotati poiché li nega tutti.

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11
set

Buio come nelle notti che furono

Inviato giovedì 11 settembre 2014 alle 01:36 da Francesco

Mi rendo perfettamente conto della meccanicità e della frammentazione di cui è vittima il mio Io. Neanche provo a placare la profonda tristezza che alberga nel mio cuore: preferisco che questa trovi il proprio sfogo e si esaurisca da sé.
Sento che nei miei recessi stanno per risvegliarsi gli archetipi del guerriero e del saggio, tuttavia sono conscio di quanto il loro ritorno sia ancora lontano. Nel frattempo mi districo dai giorni e dalle notti come meglio posso. La mia volontà di vivere è forte e non posso piegarla, ma accetto di buon grado questo limite perché mi autorizza a ritenere che io non ne abbia oltrepassati altri.
Per espormi con la mia diletta ho dovuto abbassare le difese narcisistiche, perciò il contraccolpo del rifiuto è stato potente e la perduta sublimazione non ha avuto modo di attutirlo: insomma, è come se mi fossi venuto a trovare in una tempesta perfetta.
Devo compiere uno scatto d’orgoglio per trovare un nuovo modo con il quale ristabilire il giusto equilibrio. Per quanto io ne dubiti, forse è solamente una questione di tempo prima che tutto si aggiusti. Al momento avrei davvero bisogno di vivere ciò che non ho mai vissuto, ma se potessi farlo queste righe non esisterebbero: delle due l’una.
La strada è ancora lunga, ma almeno mostro lievi cenni di miglioramento: li mostro a me stesso. Non voglio crogiolarmi nella mestizia perché il mondo non ruota attorno a me, ma per ora non riesco a sottolineare altro e malgrado gli sforzi vedo tutto nero: paziento e attendo schiarite…

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9
set

Meditatio mortis

Inviato martedì 9 settembre 2014 alle 12:58 da Francesco

Ora che non ho più la sublimazione sento tutto il peso dei giorni che passano. In certi momenti penso che questa sia una fase di transizione a cui il tempo porrà rimedio, però non ci credo mai davvero e infatti quando cerco di convincermene mi sembra di mentire a me stesso.
Ho la sensazione di vivere al di sotto delle mie possibilità, ma al contempo non riesco a trovare un modo per cambiare le cose. È come se mi trovassi di nuovo davanti al bivio che dieci anni fa precedette l’inizio della mia sublimazione: vivere o morire.
È altamente probabile che in trent’anni io abbia capito poco o niente e a questo proposito mi vengono in mente certe parole: “Non è importante quanto uno sa, bensì quanto uno ha compreso”.  Per me il mondo non è cattivo, anzi, pullula di persone splendide anche se le peggiori fanno quasi sempre più rumore delle migliori e so che la vita può essere un’esperienza meravigliosa perché io stesso ne ho tratto molteplici soddisfazioni, però non intendo protrarla a tutti i costi.
Ora come mai mi rivedo nello stoicismo e in Seneca, ovvero in una concezione dell’esistenza che in determinate condizioni dà il giusto peso alla possibilità d’interrompere la vita prima della sua fine naturale. Devo raccogliere il coraggio necessario per affrontare serenamente la mia morte e non ho idea di quanto tempo mi servirà. È riduttivo misurare il valore di una vita con la durata biologica, anzi, è offensivo. Ancora una volta mi vengono in mente altre parole: “Vivere venti o quarant’anni in più è uguale, difficile è capire ciò che è giusto e che l’eterno non ha mai avuto inizio, perché la nostra mente è temporale e il corpo vive giustamente solo questa vita”.
Considero infantile (ma comunque degno di rispetto) qualsiasi suicidio che sia dettato da un gesto impulsivo o da un dispiacere passeggero, trovo invece ammirevole chiunque si dia la morte in base ad una scelta ponderata, come un atto d’estrema libertà.
Per adesso alla perduta sublimazione non trovo una sostituta migliore dell’idea della fine ed è paradossale il modo in cui quest’ultima mi rasserena.

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6
set

Crisi esistenziale nel senso di vuoto

Inviato sabato 6 settembre 2014 alle 18:05 da Francesco

Dopo dieci anni la mia sublimazione è terminata e ora è come se dovessi combattere disarmato. Anche se continuo a correre e ad apprendere, non riesco più a dirottare in queste attività tutte quelle forze che invece esigono uno sbocco nella vita affettiva.
A trent’anni non so ancora cosa siano un bacio, un abbraccio, una scopata, non ho idea di come i sensi esultino nella piena complicità di due corpi. Non so cosa significa primeggiare nei pensieri di qualcuno, non conosco i brividi di un’intesa fisica e platonica. Posso contare su meno di dieci dita le volte in cui ho aperto il cuore, ma ogni volta ho pensato che ne valesse la pena e non me ne sono mai pentito. Potrei trovare dei rapporti carnali o delle amicizie femminili molto profonde senza troppi sforzi, ma mi deprime l’incompletezza che percepisco nei primi come nelle seconde e a questi rapporti imperfetti preferisco la solitudine perché mi nuoce di meno.
Per me è tutto o niente: io non conosco mezze misure ed è anche per questa ragione che ho sempre tagliato i ponti in maniera definitiva quando le cose non sono andate per il verso giusto. Un tempo mi bastava intensificare qualche allenamento o protrarre le mie letture oltre il solito per trovare subito sollievo e per instradarmi verso nuovi orizzonti, ma ora tutto ciò non funziona più e Freud aveva ragione: la sublimazione non può durare per sempre.
Non so dove sbattere la testa e sono in balìa degli eventi. Cerco di pensare il meno possibile e tendo gli addominali quando sento le fitte della frustrazione. Ovviamente questo stato emotivo m’indispone e così, anche se dovesse capitarmi l’occasione di conoscere una ragazza, non sarei in grado di mostrarmi per quello che sono, ma nel migliore dei casi potrei dare solo una pallida imitazione di me stesso. Non ho mai usato droghe, non ho mai fumato, non ho mai pregato, non ho mai assunto psicofarmaci e non ho mai bevuto alcolici, perciò non ho anestetici di alcun tipo ed è solamente la corsa che mi ha permesso di alzare la mia soglia di sopportazione del dolore.
Questa crisi esistenziale non dipende dall’ultimo rifiuto che ho ricevuto, bensì dal modo in cui mi ha indotto a fare un bilancio della mia esistenza e dalla sua concomitanza con la perdita della mia capacità di sublimazione.
Non c’è nessuno che possa aiutarmi perché devo uscirne da solo, ma è come se avessi le mani legate e qualche pensiero oscuro trova uno spazio in me che prima non avrebbe mai reclamato.
Ci sono parole note che mi ripeto : “Per te non sorga il giorno che alla tua gioia sia compenso di dolore […] sii forte e sereno anche nei giorni dell’avverso fato”.
Mi sento lo spettro di me stesso ed è come se non fossi mai esistito. Mi ritrovo ad affrontare ciò che sono riuscito solo a contenere per lungo tempo. Non trovo un appiglio, una direzione, fosse anche quella sbagliata. Ho soltanto la mia lucidità, tuttavia è anche attraverso quest’ultima che provo per intero le sferzate del senso di vuoto. Non mi piace il vittimismo e non voglio essere ingiusto verso me stesso, ma non posso neanche sottovalutare la portata di tutto quello che mi sta succedendo dentro. Ancora una volta Eros e Thanatos lottano instancabilmente.

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