23
Gen

Il peso specifico dei pensieri

   

Pubblicato sabato 23 Gennaio 2021 alle 21:16 da Francesco

Più volte, in passato, ho avvertito un senso d’impotenza dinanzi a fatti e impegni da cui sono stato investito con particolare intensità, come in una tempesta perfetta, ma da qualche anno a questa parte ho sviluppato la capacità di rallentare, correggere e ordinare quelle percezioni erronee. Anche in ragione di questa miglioria la qualità della mia vita è aumentata, ma oltre a un vantaggio organizzativo e umorale ne ho tratto l’ennesima prova di quanto la cosiddetta realtà, almeno fino a un certo livello, dipenda dai costrutti della mente. Invero tutto ciò può sembrare banale e forse lo è, ma credo che i suoi meccanismi e le sue epifanie sfuggano al controllo più di quanto lascino intendere le facili descrizioni a cui si prestano.
I pensieri hanno un peso specifico e sono soggetti a una forza di gravità superiore a quella terrestre, perciò il loro corretto trattamento deve tenere conto di questa differenza e sulla base della mia esperienza credo che un tale approccio non sia affatto intuitivo. Avverto i benefìci dei molteplici progressi che la mia introspezione mi ha fatto guadagnare a fronte di sforzi equi e sinceri. Non m’illudo che il processo d’individuazione possa farsi entelechia, nell’accezione più profonda del termine, ma tale impedimento immagino che caratterizzi la natura intrinseca del fenomeno e dunque prescinda dall’impegno del soggetto.
Forse la libertà si misura nel grado di controllo della mente e può darsi che questo sia uno dei motivi per cui alcuni individui risultano più liberi di altri benché all’apparenza versino in condizioni precarie. Pare davvero che ogni individuo abbia in sé il proprio carceriere e il suo salvatore, oltre a tutta una serie di personaggi intermedi, ma l’importante gerarchia alla quale mi riferisco non ha nulla di pirandelliano. Per mia fortuna non devo insegnare né spiegare alcunché a nessuno, difatti sono il maestro di me stesso e mi considero un allievo diligente: spero che la realtà, ossia la costante commissione esterna, continui a promuovermi.

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17
Gen

La baracca repubblicana

   

Pubblicato domenica 17 Gennaio 2021 alle 22:04 da Francesco

Le manie di protagonismo e l’avidità di potere brillano di luce propria: almeno quest’ultima non è a carico dei contribuenti. Credo che ogni nazione abbia la classe politica che merita e quindi ogni popolo viene sì rappresentato, ma in primo luogo per le proprie storture e poi, in un secondo tempo e solo formalmente, per le confuse istanze di cui si fa richiedente grazie al giochino democratico delle “libere” elezioni.
La mia non è una banale invettiva, giacché se tale fosse il mio intento risulterei più scontato di quanto già io non sia, e quindi mi limito a una constatazione dei fatti, invero anch’essa piuttosto ovvia. Per me le istituzioni sono ricettacoli di acque reflue, prive di pragmatismo e incapaci di perseguire quest’ultimo, anche nei rari casi in cui esse ci provino nella persona di qualche integerrimo funzionario, ma d’altro canto non può essere altrimenti perché una democrazia corrotta e immatura necessita di un tale trofismo per mantenere in vita gli aggettivi anzidetti. Un sistema differente può essere ideale per me, ma esiziale per chi invece trovi vantaggi e una propria identità in una cotale porcilaia, dunque non ammanto queste mie considerazioni d’una patina moralistica e riduco tutto a un approccio analitico assai semplice o semplicistico.
Se anche volessi vedere delle persone capaci e meritevoli sugli scranni più alti di questa baracca repubblicana, come potrei fare? Di certo non con il voto, ma soltanto con un atto di forza per istituire un nuovo potere che a taluni, alla fine, risulterebbe altrettanto oppressivo, inetto e reo delle peggiori sperequazioni. Non se ne esce, ma il problema si trova a monte: esserci entrati con l’incidente della nascita.
Lo stato (con la esse maiuscola o minuscola in base al proprio sentire) si configura come il male minore di un male maggiore ma spesso necessario: quest’ultimo altro non è che è la vita in società. Non m’interessa granché l’argomento del giorno quanto invece quello dell’eternità, ma dal primo traggo spunto per eiaculare un pensiero infecondo sull’attualità, altrettanto sterile.

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12
Gen

Un’altra maratona in solitaria

   

Pubblicato martedì 12 Gennaio 2021 alle 21:50 da Francesco

Rischio di risultare ripetitivo come i migliaia di passi che quasi ogni giorno alterno sull’asfalto, ma oltre ai chilometri corro anche l’alea di un approccio monotematico perché, in ultima analisi, non ho lettori a cui rendere conto e io non mi annoio mai con me stesso. In Oriente per taluni l’unica cosa che non cambia mai è il cambiamento stesso: condivido e per adesso non mi sento incline a dedicare sguardi attenti ai tanti e apparenti fatti del pianeta sul quale risiedo.
Ieri pomeriggio ho corso una maratona in allenamento in 2 ore, 56 minuti e 25 secondi, ossia a un passo di 4’11” al chilometro, perciò alla fine non è uscita neanche così veloce, ma l’ho portata a termine in una cornice di trenta giorni in cui ho mantenuto un chilometraggio settimanale superiore ai 130 chilometri e un’andatura media di 4’18” al chilometro.
Non ho assunto acqua né ingerito gel, come faccio quasi sempre in gara; non ho ricevuto alcuna assistenza e sono stato parzialmente accarezzato da un leggero grecale: queste le condizioni, invero nient’affatto avverse.
Si è trattato di uno sforzo abbastanza controllato e ho fatto in modo che il chilometro più veloce fosse l’ultimo. Sotto il profilo mentale ho retto bene, ma quello è l’unico aspetto che non devo allenare ed è una meritata fortuna. Quando sto così tanto sulle gambe penso alle cose più disparate, dal grottesco al metafisico: di solito mi faccio un film a metà tra Nuovo Cinema Paradiso e Il commissario Lo Gatto.
Per almeno tre settimane non farò sessioni superiori ai venti chilometri e mi concentrerò su qualche frazione da spingere in soglia.


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9
Gen

L’andatura giusta

   

Pubblicato sabato 9 Gennaio 2021 alle 21:52 da Francesco

Mi sto allenando con una costanza e una determinazione dalle quali non ero mai stato investito prima, inoltre il fisico e la mente stanno rispondendo bene agli sforzi che impongo loro con una certa frequenza. Voglio spingermi fino ai confini delle mie possibilità genetiche e non ho altre ambizioni all’infuori di questa, ma se non dovessi riuscirci non cambierebbe nulla, proprio come se invece portassi a compimento l’opera mia. È tutto autoreferenziale e si esaurisce in sé.
Il gesto atletico e l’accumulo di acido lattico mi fanno sentire tutt’uno con il cosmo, perciò non intendo rinunciarvi fino a quando cause di forza maggiore non me lo imporranno. La corsa mi ha dato molto e io mi ci rapporto come se fosse una dea madre. Se la natura mi avesse donato il talento necessario, mi sarei votato anima e corpo al professionismo, ma io ho soltanto un po’ di predisposizione e non posso ambire a certi tempi.
Ammiro chiunque coltivi con devozione quasi mistica il proprio potenziale perché ai miei occhi è come se assolvesse un dovere che nessuno gli ha imposto né suggerito. È stato speso bene tutto il tempo che ho trascorso sull’asfalto e tra i sentieri della macchia mediterranea: non mi sono perso nulla e ho guadagnato qualcosa che non si può comprare. A taluni tutto questo appare privo di senso, però io non so dove ordinare i pezzi di ricambio né le parti mancanti per aggiustare il loro punto di vista e, soprattutto, non offro questo tipo di assistenza tecnica.
La mia motivazione s’ingenera con un processo d’abiogenesi. Dentro di me c’è tutto quello di cui ho bisogno e ormai ho una certa confidenza con i processi estrattivi dai quali dipende l’accorto sfruttamento delle risorse endogene.

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5
Gen

Una sera di gennaio

   

Pubblicato martedì 5 Gennaio 2021 alle 20:42 da Francesco

Le prime righe dell’anno le lascio sgorgare da un flusso di coscienza che stasera precede la preparazione del mio unico pasto: la cena. Talora mi capita di rileggere le mie esternazioni più recenti e mi ci riconosco pienamente come in una sorta d’ulteriore conferma, ma di tanto in tanto trovo risibili alcuni dei toni solenni con cui appunto idee e sensazioni passeggere.
Mi piace schernire alcune parti della mia persona, ma lo faccio senza cattiveria a mo’ d’esercizio ginnico e come pratica preventiva, affinché il sottoscritto non rischi di prendersi troppo sul serio. Nei miei testi, o almeno su queste pagine, a volte dovrei ricorrere a una maggiore leggerezza per cagione delle mie stesse riletture, ma in certi casi il mio apparente sussiego nasconde raffinate facezie e, altezzoso, non frequenta la modestia. Mi vengono in mente tante cose da mettere nero su bianco e se fosse possibile alcune di esse le reificherei con lettere cubitali, ma per fortuna la grandezza dei concetti non dipende da quella dei caratteri tipografici.
Provo un moto di nostalgia verso una signorina con cui interloquii quando l’attuale presente si profilava come prossimo futuro, però non sono così motivato da scriverle qualcosa o forse non mi va, ergo riverso qui il mio ricordo di lei, il quale dubito che corrisponda al di lei ricordo.
Cosa mi preparo stasera da mangiare? Oggi ho corso trentatré chilometri a un ritmo di quattro minuti e nove secondi al chilometro, ossia due ore e sedici minuti sulle gambe, perciò due etti di pici senesi (spaghetti toscani piuttosto grandi, simili ai vermicelli) con del pesto alla genovese penso che si confacciano allo sforzo profuso: ha la felicità un altro gusto? Probabile, ma io mi contento d’una certa serenità d’animo.
In questo preciso istante ho una fame tremenda. Non sono un grande cuoco né lo sarò mai, difatti mi limito a rovinare ricette semplici, però mi piace preparare i miei pasti; anzi, ne avverto proprio l’insolito bisogno.

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31
Dic

Vent’anni dopo il terzo millennio

   

Pubblicato giovedì 31 Dicembre 2020 alle 21:42 da Francesco

Quest’oggi ho concluso il mio dicembre podistico con una sessione da diciottomila metri che ha portato il computo dei miei chilometri mensili a 550, ma di questi dati parlerò più avanti con un filmato nell’idioma d’Albione. Gli ultimi dodici mesi sono stati uno più simpatico dell’altro e non m’illudo che la loro scia di sangue si arresti di colpo per fare cosa grata al calendario gregoriano. Sono un po’ indifferente agli accadimenti del mondo e cerco di perorare la mia guerra santa affinché lo spazio vitale a mia disposizione non si riduca troppo, ma si tratta anche di un atto conoscitivo in continuo divenire di cui una vocina interiore, ab illo tempore, è stato l’innesco, il casus belli. Nutro l’autostima in maniera autonoma e non cerco all’infuori di me altre fonti di approvvigionamento in quanto risultano troppo impegnative, ma non ne ho manco bisogno perché talora la mia attività ne genera persino un surplus. Non sono in debito con nessuno e nessuno lo è con me, non bramo accordi né nuove linee di produzione e non ho bisogno di prendere scorciatoie per giungere laddove il tempo mi tradurrà inesorabilmente.
Dal nuovo anno non mi attendo nulla di diverso da quanto è già accaduto negli ultimi millenni della sciagurata civiltà umana, ovvero la tendenza alla sopraffazione e un puntuale esercizio dell’ingiustizia a qualsiasi livello dello scibile. La nostalgia per lo stato di natura non passa mai di moda, perciò sarebbe opportuno che scritte al neon di “homo homini lupus” campeggiassero nell’àere durante ogni fashion week.
In media i maschi italiani vivono ottant’anni; io attualmente ne ho trentasei e il tempo che mi resta a disposizione, consti esso di mezz’ora o sessantaquattro primavere, non voglio dedicarlo alla coltivazione di vane speranze: proprio per scongiurare quest’ultimo male, a guisa di vaccino, dedicherò un’esigua parte di detto tempo alla rilettura dello Hobbes.


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28
Dic

Senza tetto né legge

   

Pubblicato lunedì 28 Dicembre 2020 alle 21:08 da Francesco

Qualche settimana fa, nottetempo, ho visto con interesse Senza tetto né legge, un film francese del 1985. Non mi è risultato chiaro l’intento della regista, Agnès Varda, e ne ho ricavato delle impressioni contrastanti. All’inizio v’è il ritrovamento di un corpo, quello della protagonista, Mona Bergeron, e da qui la narrazione si avvale dell’analessi per ripercorrere i momenti che hanno portato la ragazza a morire assiderata in mezzo a un’anonima campagna d’oltralpe.
Prima di scegliere il vagabondaggio, Mona era una segretaria e pare che conducesse una vita borghese. Donna giovane e ancora piacente benché appaia già provata dall’esperienza in strada, costei finisce per interagire con persone piuttosto diverse tra loro per estrazione sociale e culturale, ma a me pare che lei si trovi sempre equidistante da tutti. Buona parte del film si vota alla descrizione di queste relazioni sociali, come se passasse in rassegna un’umanità in antitesi con Mona e tutto ciò avviene sullo sfondo d’un grigiore bucolico.
Questa Bergeron non mi piace perché mi pare fine a se stessa, indolente, apatica, edonista all’uopo e opportunista; priva di una tensione spirituale e manchevole di moti introspettivi: secondo me si tratta di una protagonista anonima come il luogo in cui ella muore e non so se tutto ciò sia voluto o meno. A mio avviso è come se la sceneggiatura di questa pellicola fosse un racconto di Kerouac scritto male e finito peggio, ma forse io non riesco a coglierne il messaggio. Non so se il film vada inteso come una contestazione alla vita ordinaria e alle sue alienanti implicazioni, ma qualora fosse questo lo scopo, non trovo nelle avventure di Mona una ricerca di libertà ed esse mi paiono il semplice prosieguo della suddetta ordinarietà per vie traverse. Può anche darsi che l’opera sia più esistenzialista di quanto io percepisca e quindi prescinde da una profonda caratterizzazione della protagonista proprio perché vuole mettere in luce quel cul de sac che è il percorso d’ogni essere umano. Sospendo il giudizio su questo lungometraggio perché mi rendo conto dei miei limiti interpretativi e non insisto oltre, ma sono contento che adesso risieda nel mio bagaglio di spettatore.

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25
Dic

L’umidità e tutto il resto

   

Pubblicato venerdì 25 Dicembre 2020 alle 01:19 da Francesco

A dicembre ho ritrovato una buona continuità nei miei allenamenti, difatti negli ultimi diciotto giorni non mi sono mai fatto mancare un’uscita e così, dall’inizio del mese, tra frazioni lente e veloci ho incamerato poco più di quattrocento chilometri a un’andatura media di 4’24″/km.
Nella mia zona vige un’atmosfera spettrale e il giovane inverno ne rende le sembianze più desolate di quanto già non siano, tuttavia io mi trovo a mio agio in codesta cornice e ne apprezzo i silenzi d’avello. Coltivo con giocosità e piacere il modesto proposito di migliorare le mie prestazioni atletiche, ma non ne sono ossessionato e così riesco a godermi le meraviglie in cui transito. Non cerco di arricchire la mia esistenza con grandi imprese, bensì faccio il possibile affinché essa mi risulti gradevole e finora, malgrado qualche inciampo, ci sono sempre riuscito. Non mi aspetto niente da nessuno, anzi, metto in conto futuri e inesorabili peggioramenti sotto molteplici aspetti, ma tale ineluttabilità non m’inquieta. I miei desideri sono latenti, non latitanti, quindi ne conosco gli spostamenti e non mi curo del pericolo di fuga né dei loro sbalzi di temperatura: infondo non mi fanno né caldo né freddo. Certe idee in me sono regioni autonome che non possono avanzare pretesa alcuna, ma ne rispetto l’indipendenza e le lascio stare.
La mia abitudine a stare per i fatti miei può dare l’impressione che in me alberghi un altezzoso sprezzo per gli altri, ma in realtà non è così e difatti riesco a rapportarmi bene con quanti si ritrovino a interagire con me. Non cerco la considerazione altrui perché la sua genesi dev’essere spontanea, tuttavia spesso mi mancano delle cose in comune per dare corpo e ispessire il trait d’union: anche per questa ragione prediligo dinamiche e attività in cui non siano d’obbligo il mutuo sostegno né la reciproca partecipazione.
Non sono geloso della mia indipendenza emotiva poiché, a questo stadio della mia esistenza, io credo che sia inviolabile, ma proprio in virtù di questa sua natura adamantina non posso né voglio renderla sussidiaria a frasette di circostanza. Mi considero il portatore sano di un vuoto altrettanto salubre e me ne compiaccio, però apprezzo con sincerità le persone con le quali dialogo più di “frequente” e auguro loro il meglio di cui possano godere su questo pianeta.

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18
Dic

Sul limitare della noncuranza

   

Pubblicato venerdì 18 Dicembre 2020 alle 22:51 da Francesco

Quest’anno il clima natalizio è subordinato a quello dell’Apocalisse, ma io credo che il giorno del giudizio sia stato rimandato per evitare assembramenti. Anche l’eventuale fine del genere umano deve osservare le regole contro il contagio. Non seguo i deliri politici che si dispiegano nella nazione di cui possiedo il mio unico passaporto e mi espongo all’informazione nella misura in cui questa mi risulti d’utilità pratica, perciò non mi avvincono affatto le diatribe tra i piccoli pensatori del piccolo schermo. A me tutte queste restrizioni non pesano per nulla in quanto sono solito trascorrere per i fatti miei questi giorni mitriaci, tuttavia capisco quale colpo al cuore costituisca per taluni l’impossibilità d’imbandire tavole e discorsi allegri.
Non faccio l’albero di Natale perché i gatti a cui mi accompagno già dispongono di molteplici svaghi, però ne ho uno piccolissimo di cartone che ogni dicembre colloco accanto ad alcuni dischi: è un oggettino kitsch la cui provenienza attribuisco a una vecchia rivista. Mi pare che le feste comandate si comandino da sole, un po’ come un desiderio che possieda chi s’illuda di possederlo. Non ho regali da incartare né da aprire, però ho qualche presente per il mio presente: un caso di omofonia nel quale unisco l’utile al dilettevole.
Invece sulla falsariga dell’allitterazione ho la sensazione che tra certi addobbi vi siano degli addebiti, ma io vivo al di sotto delle mie possibilità in senso lato e dunque la questione non mi tange. Mando i miei migliori auguri laddove questi non possono arrivare, perciò con la speranza che mi tornino indietro affinché svelino quanto autoreferenziali siano. Resta poco di tutto alla fine della vita, alla fine della sera, alla fine dei saldi. Brindo alla tua, alla sua, alla mia, con una bottiglietta di Sprite poiché per me alle nozze di Cana andava benissimo l’acqua.

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14
Dic

Editori a pagamento

   

Pubblicato lunedì 14 Dicembre 2020 alle 22:43 da Francesco

Circa quattro settimane fa sono stato contattato da una casa editrice benché non sia stato io a sollecitarne l’interesse. Un’addetta della società in oggetto, forse mentre cercava istruzioni su come fabbricare ordigni artigianali, s’era imbattuta in un mio libercolo di qualche anno fa, Nuovo nichilismo solidale, e così, illico et immediate, mi aveva chiesto di inviarle il testo completo affinché un presunto comitato di lettura potesse valutarne un’eventuale pubblicazione.
Dopo una rapida ricerca sulla sua casa editrice avevo capito che si trattava di un editore a pagamento, ovvero un’entità verso cui nutro la stessa simpatia che gli azeri riservano agli armeni e viceversa. Per gentilezza e invero anche per curiosità avevo risposto quasi subito alla collaboratrice di cui sopra, avendo cura di specificarle come non fossi affatto interessato a condividere il rischio d’impresa con la sua azienda, ma a seguito di questa mia precisazione lei mi aveva invitato a spedirle comunque il PDF dello scritto poiché il presunto comitato di lettura ne avrebbe valutato una pubblicazione che non avesse richiesto contributi di sorta da parte mia.
Qualche giorno addietro, ormai quasi del tutto dimentico della circostanza testé raccontata, mi è giunta una telefonata da un tizio a cui la collega aveva passato la palla. La conversazione è stata rapida e indolore, ho persino reso edotto il mio interlocutore di come a mio avviso sia meglio spendere del denaro per la promozione di un’opera piuttosto che usarlo per l’acquisto di eroina, ma ho ribadito come non sia interessato alla faccenda poiché detesto tanto le illusioni quanto le droghe. Non pago di questa mia risposta, costui ha sottoposto alla mia attenzione una “proposta di contratto” tramite posta elettronica, perciò mi sono sentito in dovere di rispondergli a mia volta con un’epistola digitale che riporto di seguito.

Per me si tratta di una proposta irricevibile poiché sono contrario a qualunque forma di editoria a pagamento, ma questa mia posizione era già emersa nel corso della nostra telefonata.
Se il mio scritto fosse davvero valido e presentasse realmente una potenziale commerciabilità allora non sussisterebbe l’esigenza di condividere il rischio d’impresa.
Il vostro modus operandi è adottato anche da altri, tuttavia non è la prassi e posso affermarlo senza tema di smentita poiché conosco realtà editoriali, piccole e grandi, che non chiedono contributi agli autori. Comprenderei e accetterei finanche la proposta di un editore che mi chiedesse di rinunciare per sempre a qualunque diritto per lo sfruttamento commerciale dell’opera, ma per principio non sborserei mai del denaro di tasca mia a meno che non decidessi di investire su me stesso in piena autonomia.
Dieci anni fa, per il mio secondo libro, rifiutai l’offerta di un piccolo editore che mi chiese soltanto un modesto contributo per i bollini SIAE, ergo su questo punto sono inamovibile. Inoltre non ho mai avuto velleità da scrittore proprio perché conosco lo stato dell’arte (in senso lato e letterale) e difatti consiglio a chiunque di preferire la pratica dell’atletica leggera all’esercizio della cultura, giacché quest’ultima ormai s’è fatta asettico numero e solo in rari casi assurge allo stesso grado del bilancio aziendale.
Vi ringrazio comunque per l’interesse, vi porgo cordiali saluti e vi auguro un buon Sol Invictus.



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