Il boulevard di Francesco
29
Mag

Un’accettabile resa

Inviato domenica 29 maggio 2016 alle 23:17 da Francesco

Sabato mi sono recato a Firenze per prendere parte alla mia terza edizione del Passatore, ma ho sbagliato a interpretare la gara e mi sono ritirato al quarantottesimo chilometro, in cima al Passo della Colla, il punto più alto del percorso: non me ne sono pentito affatto!
Quest'anno il caldo torrido ha provocato molti ritiri, ma nel mio caso non è stato determinante e se avessi impostato correttamente la prestazione sarei riuscito a contenerne gli effetti, quindi non accampo la scusa delle alte temperature! Ho sbagliato io perché ho deciso di non portarmi l'orologio e ho voluto farne a meno per non avere l'assillo cronometrico, ma in questo modo mi sono affidato solo alle sensazioni (che la prima volta mi fecero fare una grande gara) e non mi sono reso conto di quanto il mio passo fosse troppo veloce per le mie capacità. Ho transitato a Borgo San Lorenzo, a circa trentuno chilometri e mezzo dalla partenza, in due ore e trentadue minuti, perciò con un passo di quattro minuti e quarantanove secondi al chilometro: un vero e proprio suicidio. I polpacci sono diventati di marmo poco dopo il quarantesimo e ho fatto bene a ritirarmi prima che sopravvenissero i crampi: non ero nelle condizioni di terminare la gara.
L'ottimo risultato della mia prima sei ore e tutti i chilometri che ho macinato negli ultimi mesi mi avevano dato un'iniezione di fiducia, inoltre alla partenza mi sentivo bene ed ero fiducioso, ma ho vanificato tutto e, per quanto tenessi a questa gara, è anche vero che un secondo dopo il ritiro non me ne è fregato più nulla. Gioisco per i successi e faccio spallucce ai disastri.

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20
Mag

Quando le nubi si addensano e tutto resta com’è

Inviato venerdì 20 maggio 2016 alle 00:43 da Francesco

Sono trascorsi più di dieci anni da quando vaticinavo al mio avvenire una decade d'isolamento emotivo, perciò le mie previsioni si sono rivelate giuste oltre ogni più rosea o tetra aspettativa. Talora ho udito il lontano richiamo di qualche sirena, tuttavia non mi sono mai infranto su una scogliera né su un seno e di quelle voci sibilline non mi è rimasta neanche un'allucinazione.
Ho vissuto da solo i momenti più intensi ed estatici della mia giovane esistenza, ma più volte mi sono ritrovato a domandarmi se una tale condizione sia stata davvero un privilegio e ogni volta qualcosa d'ineffabile mi ha risposto di sì.
Ho cercato dentro di me ciò che non sono mai riuscito a trovare fuori di me e, anche grazie alla proverbiale benevolenza della fortuna verso gli audaci, mi sono imbattuto in un fuoco interiore che sporadiche folate hanno affievolito solo in quei momenti bui di cui il dualismo stesso è fatto.
In alcune zone di questo pianeta la vita vale poco e anche lontano da quegli inferni terrestri le sue quotazioni non sono certo alle stelle, perciò sono contento che il mio unico bacio sia stato quello della summenzionata fortuna. Ho assistito alla caduta di parecchi individui e il fiume non sembra ancora pago di cadaveri; poco importa che certi morti sembrino ancora vivi.
Io penso a me stesso senza nuocere agli altri e sto riguadagnando il dovuto distacco da certe pretese del cuore per le quali evidentemente non ho ancora le spalle abbastanza larghe, però tutto questo non mi suona nuovo e quindi non mi resta che migliorare l'esecuzione di un vecchio spartito. Non voglio imparare niente da nessuno e non mi faccio un bagno di umiltà, ma intendo sporcarmi le mani per risvegliare le forze che in me sono sopite e della cui presenza non potrei dubitare neanche se lo volessi. Le mie parole sono autoreferenziali, ma d'altronde io esisto (per così dire, o qualsiasi cosa voglia dire) soltanto in relazione a me, perciò non spetta loro l'onere di alcuna spiegazione di cui non siano già munite: ecco le comodità del solipsismo.

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9
Mag

La mia prima sei ore

Inviato lunedì 9 maggio 2016 alle 19:58 da Francesco

Sabato mi sono recato a Firenze per prendere parte a una gara di sei ore su un circuito di duemiladuecento metri, però l'ho corsa con l'intenzione di usarla come allenamento per un'altra competizione. L'inizio è avvenuto a mezzogiorno e fino alle sei ho percorso lo stesso giro più o meno una trentina di volte. Alla fine ho mantenuto un'andatura media di poco al di sotto dei cinque minuti al chilometro e ho accumulato circa settantatré chilometri che mi hanno fatto guadagnare il primo podio della mia carriera come terzo uomo.
Questo genere di eventi sono un po' elitari e la partecipazione non è certo quella delle grandi occasioni, tuttavia vi si riversano coloro che hanno una certa confidenza con le lunghe distanze. La mia prestazione è risultata migliore di qualunque mio pronostico e mi ha dato dei riscontri importanti che spero mi aiutino ad affrontare al meglio una gara a cui tengo parecchio.

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1
Mag

Una nuova partenza

Inviato domenica 1 maggio 2016 alle 19:32 da Francesco

Stamane mi sono recato in un ridente borgo della zona per prendere parte a una gara podistica di appena otto chilometri: è così che sono tornato all'agonismo dopo oltre un anno di assenza da qualsiasi evento competitivo. Mi sono classificato all’ottavo posto su ottanta partecipanti e mi considero soddisfatto poiché distanze così brevi non sono certo la mia specialità.
Ho corso il primo chilometro a 3'10", il secondo a 3'23", il terzo a 3'26; il passo del quarto invece ha risentito dei primi tratti in salita ed è stato di 4'05". I mille metri del quinto chilometro sono riuscito a farli in 3'58", quelli del sesto a 3'41. Gli ultimi duemila metri li ho fatti in 4'08" e 4'23" per l'arrivo in salita. Mi sono aiutato con un mio compagno di squadra che mi ha preceduto di pochi secondi. Ho spinto molto e ho sofferto parecchio su un percorso tutt'altro che facile in cui si alternavano salite e discese, ma sono contento per la tenuta psicofisica che ho dimostrato.
Mi attendono distanze decisamente più importanti e fatiche non meno intense, però mi sento bene e voglio fare il possibile per dare il meglio di me. Poiché ho ricominciato a mangiare carne posso anche godermi da solo la coscia di suino che ho vinto con il secondo posto di categoria. L'atletica è una madre severa ma giusta e intendo trarne ancora tutte quelle sensazioni che non riesco a trovare altrove.

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24
Apr

Un inevitabile ritorno

Inviato domenica 24 aprile 2016 alle 15:35 da Francesco

Da alcune settimane ho ripreso ad allenarmi con una certa intensità. Ho messo molti chilometri nelle gambe e non mi sono fatto mancare le salite. La corsa mi ha dato molte gioie e mi ha fatto creare ricordi stupendi, ma non voglio relegarla al passato e spero che per molto tempo ancora faccia parte del mio presente: il futuro è un'astrazione che voglio ingombrare il meno possibile.
Sto ritrovando dentro di me le giuste motivazioni per costringere il mio corpo a soffrire di nuovo e sono esaltato dalle sfide che mi si prospettano. Ho cercato per un po' qualcosa che fosse al di fuori di me, però ho trovato soltanto della sabbia di cui le mie dita non hanno trattenuto manco un granello e così m’è parso di capire ciò che ho udito più volte: "L'unica via d'uscita è dentro".
Non so dove mi porterà questo ritorno all'agonismo e in fondo non me importa nulla poiché il senso è nel transito, non nella destinazione: trovo questa considerazione tanto banale quanto valida e non l'avrei mai scritta se mi fossi votato all'infruttuosa ricerca di un'ostinata originalità.

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20
Apr

Il breve corso della vita

Inviato mercoledì 20 aprile 2016 alle 02:13 da Francesco

Per l'ennesima volta mi ritrovo a scrivere a notte fonda. Credo che il buio avvolga quello che il giorno nasconde e viceversa. Devo ancora comprendere bene se io sia il residuo di ciò che ero o se invece la mia attuale presenza abbia un carattere embrionale; forse sbaglio a incentrare la questione sul dualismo e così pago lo scotto della cultura occidentale in cui sono cresciuto.
Non mi considero esterofilo, non rincorro l'utopia di una pensione e invece di qualche certezza previdenziale preferirei che a me venissero concesse verità insondabili, inalienabili, ultraterrene. Riesco a mantenere le debite distanze senza che io debba compiere lo sforzo di allontanarmi da qualcosa o da qualcuno. Il futuro riserva quello che il passato getta nel suo calderone, però a volte non mi sembra proprio così. Vorrei seminare vento non per raccogliere tempesta, bensì le correnti ascensionali con cui accompagnare il volo liberatorio di un aliante celeste.
Gravito nella prosaicità dei bisogni primari, in mezzo ai detriti dei giorni che si adoperano per un senso comune, ma preferirei che la mia esistenza non avesse più a che fare col tempo, anche a costo di se stessa. Cosa c'è mai da capire che non si possa fraintendere? Mi sento lieve, però sono sempre troppo pesante: zavorra di carne, cellule nervose e, soprattutto, di elucubrazioni.
Non voglio cambiare il mondo perché quest'ultimo va bene così com'è e neanche mi preoccupo di precisare ciò che voglio dire davvero; d'altronde se ci provassi dovrei ammettere la possibilità di interloquire e, soprattutto, l'esistenza di un interlocutore: la metafisica mi affascina proprio per la sua impraticabilità e non mi pesa la sua insostenibile leggerezza.
"Dobbiamo parlare" è un imperativo che equivale a dire l'indicibile senza che di fatto sia udito e dunque si pone su un piano ontologico in netti termini di aseità: un plurale maiestatis nel quale manca persino il soggetto e, sia chiaro, questa sua mancanza è quella per antonomasia.
Posso anche concedermi il lusso di prendere una posizione per rimanere di fatto in quella da cui non mi sono mai mosso: se fossi il Sole l'eliocentrismo smentirebbe se stesso e se l'esistenza di Luigi XIV si fosse protrattra per altri ottant'anni anch'egli se ne sarebbe reso conto.

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15
Apr

Archivio onirico: sogno n° 26

Inviato venerdì 15 aprile 2016 alle 14:56 da Francesco

Circa due settimane or sono ho fatto un sogno che già nell'immediatezza del primo ricordo mi è parso molto indicativo e di conseguenza l'ho inteso come un monito dell'inconscio.
Nelle molteplici e pressoché identiche sequenze di quest'attività onirica mi trovavo seduto in auto come passeggero, accanto al guidatore di cui non riuscivo mai a scorgere il viso, e alla fine si verificava sempre un incidente. Nell'ultima scena di questo sogno ripetitivo ho esternato il mio fastidio dicendo qualcosa del genere: "Ancora? Basta!".

Mi sembra piuttosto evidente come l'inconscio mi comunichi la propria insofferenza che, volente o nolente, è anche la mia. L'auto è l'esistenza che scorre e io ne sono il passeggero perché al momento mi trovo in una situazione che non posso cambiare. Gli incidenti che si susseguono mi paiono un chiaro segno di ciò che in psicoanalisi si chiama "coazione a ripetere".
Purtroppo conosco le frustranti scaturigini di questo sogno e non mi resta che abdicare a una certa possibilità, forse una delle ultime per certi versi, ma d'altro canto non c'è altro da fare. Ancora una volta mi vedo costretto a ripiegare su me stesso, però a onor del vero devo anche felicitarmi con me medesimo in quanto sono ancora in grado di farlo.
Questo corso degli eventi mi ha inoltre fatto capire con largo ritardo come in passato una certa persona abbia fatto bene ad allontanarsi dall'immagine che si era creata di me (e non da me in quanto me, poiché non mi ha mai conosciuto): l'uroboro mangia di nuovo la sua coda.

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6
Apr

Amore e Psiche di Erich Neumann

Inviato mercoledì 6 aprile 2016 alle 16:01 da Francesco

Ho terminato la lettura di un saggio di Erich Neumann sull'interpretazione de La favola di Eros e Psiche di Apuleio. Ho trovato piuttosto interessanti le conclusioni dell'autore e dunque cerco di sintetizzare ulteriormente i già coincisi appunti che ho avuto cura di produrre. Urge premettere che nell'analisi della favola ricorre spesso la terminologia junghiana perché il modus operandi stesso è chiaramente sulla scia di quanto teorizzava lo psichiatra elvetico.
Prime fra tutte alla mia attenzione sono assurte le sorelle di Psiche che sono considerate parte dell'aspetto ombra di quest'ultima nonché figure transpersonali, ma in termini più generali devo evidenziare come Neumann ritenga le peripezie della protagonista quali tappe del processo di individuazione. All'inizio v'è un conflitto tra la componente matriarcale di Psiche e la situazione in cui si trova pressoché prigioniera di Eros, ma costei è spinta ad agire dalle sorelle di cui sopra. In altre parole Psiche si desta ed "emerge per la prima volta dalle tenebre del suo inconscio e dalla severità del vincolo matrimoniale", come scrive Neumann, perciò lei comincia a riconoscere Eros in quanto diventa consapevole, ovvero ama e deve l'impulso di questo cambiamento a chi invece intendeva nuocerla; allo stesso tempo Psiche fa suo lo spirito guerriero del matriarcato e uccide chi l'ha strappata alla terra: tutto ciò rappresenta l'evoluzione del femminile.
Per comprendere meglio quest'ultimo punto occorre ricordare che all'inizio della favola Psiche è destinata alle cosiddette nozze di morte, un'esperienza violenta, ma nei passaggi suddetti ella va incontro a una seconda deflorazione, quella che compie in se stessa. Credo che sia davvero importante ricordare che per Neumann Psiche ama davvero solo quando conosce Eros e questa circostanza si verifica quando la protagonista cessa di vederlo nella sua veste oscura.
Psiche costituisce un'eccezione nelle relazioni tra mortali e divinità, infatti i secondi amano i primi per mero piacere e una volta paghi lasciano che i destini di quelli incontrino esiti fatali, ma per lei le cose sono diverse in quanto si comporta attivamente.
È con Psiche che nasce un nuovo principio d'amore tra l'elemento maschile e quello femminile il cui incontro si fa capitale per il processo d'individuazione. Neumann pone inoltre l'accento sulla contrapposizione tra ciò che rappresenta la mortale e il principio collettivo del piacere che invece è attribuito alla dea Afrodite, però a questo punto, e paradossalmente, la rivale della dea deve ancora conquistare Eros. Tengo a precisare che Neumann nel suo saggio si attiene ai nomi greci benché Apuleio nella propria opera mischi le carte con gli equivalenti del pantheon romano; si tratta di una precisa scelta per rimarcare i significati mitici dell'opera in esame: io la condivido.
Psiche diventa più forte ogni volta che supera le imprese che Afrodite le impone, così prende coscienza tanto di sé quanto di Eros in modo graduale ed è proprio questa gradualità che le evita di finire sopraffatta dalle potenze numinose. Nelle prove che ella è chiamata a sostenere agisce anche un elemento maschile, ovvero lei esprime questo suo lato, ma al contempo rimane fedele alla propria femminilità.
Dopo l’ultimo compito, lasciati gli inferi, Psiche fallisce perché apre il vasetto dell’unguento di bellezza di Persefone che era tenuta a consegnare ad Afrodite, tuttavia è il fallimento stesso che ristabilisce quanto lei aveva distrutto mettendo in fuga Eros: all’inizio lei fa luce spinta dall’odio e alla fine è pronta a fare buio (quindi il sogno mortale in cui cade dopo l’apertura del vasetto) per conquistare il proprio amato.
Vi sarebbe qualcos’altro da aggiungere, dei particolari da approfondire, ma in queste righe non mi sono riproposto d’operare una sintesi del libro e preferisco concludere con una riflessione personale. Il testo consente di comprendere meglio la propria parte femminile e i meccanismi che la regolano, perciò io credo che dia modo a chiunque ne compia un’attenta lettura di capire un po’ più di sé, ma dubito che possa dare dei frutti qualora lo si approcci senza possedere un po’ di familiarità con l’ambito in cui si staglia, ovvero quello della psicologia del profondo sull’impalcatura di Carl Gustav Jung.

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1
Apr

Più onnivoro di prima

Inviato venerdì 1 aprile 2016 alle 17:20 da Francesco

Per alcuni anni ho azzerato il consumo di carne, ma un paio di giorni fa l'ho reintrodotta nella mia dieta; non me ne sono astenuto per motivi etici e ho deciso di mangiarla nuovamente per sperimentare le reazioni del mio organismo: tra un mese trarrò le debite conclusioni.
Sono votato alla ricerca personale, perciò non inseguo scoperte che abbiano un valore assoluto ed è in base a tali premesse che compio delle scelte. Noto una crescente sensibilizzazione nei confronti delle tematiche animali, e questo fatto è comprovato dalla comparsa di prodotti per la dieta vegana laddove un tempo questi erano appannaggio di negozi specifici, però dubito che una tale alimentazione sia davvero nelle mie corde e l'ho abbandonata anche per capire se il suo fallimento sulla mia persona sia effettivo o meno. Non escludo, e anzi sono quasi certo, che io abbia sbagliato qualcosa nella ricerca di un'alternativa alle proteine animali, ma quantomeno ci ho provato; il mio tentativo in tal senso è stato dettato da ragioni salutistiche benché ormai sia sotto osservazione anche quello che sulle prime sembrava un'opzione salutare.
In questi anni di rinuncia alla carne (e di un moderato consumo di pesce) ho accusato più volte dei cali proteici che non sono riuscito a sopperire coi legumi né con i derivati della soia, però ciò non significa che una tale privazione non sia possibile per altri e infatti vi sono finanche atleti di alto livello che riescono a sostenerla con enormi benefici.
Forse sono un po' naif, ma suppongo che l'unico modo per mangiare davvero sano passi per la coltivazione in proprio di un terreno di cui si siano accertate le buone condizioni; ovviamente si tratta di una soluzione che per me non è praticabile e tutt'al più potrei avvicinarmici se io riuscissi ad acquistare esclusivamente dei prodotti a chilometro zero. Non sono un fanatico dell'alimentazione, ma cerco il male minore poiché tento di fare la mia parte al netto di quella che è la grande lotteria della genetica.
In questo appunto non ho fatto manco un accenno alla sofferenza animale, ma do per scontato che l'allevamento e la macellazione debbano seguire regole strettissime. Non mi considero così ipocrita da accostare degli aggettivi eufemistici alle pratiche di cui sopra, ma d'altro canto la realtà stessa non si presta a simili aggettivazioni. Mi sono sempre ritenuto onnivoro, anche alla luce del tributo che la filogenesi umana deve alla carne rossa, ma ho provato a compiere una scelta di altro ordine che a un certo punto può avermi creato dei problemi.

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25
Mar

Fanatismo sunnita, stragismo domestico e pragmatismo

Inviato venerdì 25 marzo 2016 alle 07:04 da Francesco

Quand'ero bambino sentivo parlare dell'intifada e quel conflitto ìmpari mi sembrava di un altro mondo, ma probabilmente lo percepivo così distante dalla mia realtà in quanto non disponevo degli attuali mezzi d'informazione.
Non in termini spaziali, bensì temporali, mi sembrava altrettanto lontana la stagione degli anni di piombo, con tutte le sue macchie nere e rosse che tra le ombre della strategia della tensione erano comparse in zone grigie e talora per mano di eminenze del medesimo colore.
Ricordo le stragi di Capaci e di Via d'Amelio, il maxiprocesso, le inchieste di Tangentopoli e tutto ciò che ne seguì, ma, forse complice l'età, mi pareva che il mio mondo stesse voltando pagina.
Dopo meno di due lustri dai fatti di cui sopra giunse l'undici settembre: avevo diciassette anni e mi ricordo benissimo l'incredulità con cui seguii gli eventi. Furono in particolare gli attentati alle Torri Gemelle che con la loro spietata spettacolarità mi catturarono profondamente.
Nel corso degli anni il mio stupore è scemato a ogni azione terroristica di cui sono stato coevo e oggi non mi sorprendo più quando qualcuno si fa saltare in aria o apre il fuoco su gente inerme. Non mi considero insensibile e ho speso un po' di tempo a indagare certi meccanismi della mia specie, perciò talora è come se assistessi a uno spettacolo di magia conoscendone già i trucchi.
Non credo alla democrazia, preferisco il pragmatismo agli ideali, mi piacciono i confini, i muri, le frontiere perché garantiscono più libertà e sicurezza di quanto offrano le loro aperture: d'altro canto è evidente l'attuale paradosso alla luce di cui le possibilità di viaggiare si sono ristrette per motivi di sicurezza benché il mondo si sia globalizzato.
Mi fa ridere la retorica terzomondista e credo che su questo pianeta debba esserci sempre una potenza egemone poiché l'egemonia è immanente alla natura umana, perciò sono certo che se gli Stati Uniti non avessero fatto gli sceriffi del mondo forse i sovietici ne sarebbero diventati gli ussari. A questo proposito mi viene in mente anche la Reconquista spagnola e immagino che se le dinastie arabe avessero vinto poi avrebbero tentato un'ulteriore espansione.
Alcuni territori ne hanno sottomessi degli altri perché tale è l'indole umana in termini collettivi e risponde anche alle leggi di natura, dunque trovo che i sensi di colpa siano i figli illegittimi di una vocazione naturale a cui se ne oppone una di tenore contrario, tuttavia anch'essa spontanea e legata a doppio filo alla propria antagonista. Per scomodare Eraclito cito l'enantiodromia come concetto chiave di ogni dinamica a portata d'intelletto.
Non credo ai buoni selvaggi, benché di questa regola io ammetta delle eccezioni tribali, e quindi non mi lascio impietosire dalla favola dell'uomo bianco che supera in crudeltà le minoranze: ecco dove reputo uguali gli esseri umani, ovvero in quelle tendenze di cui Hobbes è stato un acuto interprete. Se certi popoli non ne avessero assoggettati degli altri probabilmente loro stessi sarebbero rimasti sotto un medesimo giogo. Non escludo a priori che l'utopia pacifista un giorno possa prendere le sembianze di un'inconfutabile realtà, ma tale prospettiva è lontanissima dalla storia nonché dai tempi correnti. Scrivo queste cose nell'ovatta del mondo occidentale e so che ne scriverei o quantomeno ne penserei altre diametralmente opposte a queste se provenissi da un contesto del tutto diverso dal mio: a tal punto è volubile quell'obiettività con cui ognuno cerca di ammantare ciò che giace dalla parte della sua barricata.
Già lavate come quelle di Ponzio Pilato sono le mani che si sforzano di portare l'acqua ai propri mulini; e dunque che alla fine ognuno goda delle proprie messi.

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