20
nov

Sincronicità e partenze

Inviato giovedì 20 novembre 2014 alle 17:47 da Francesco

Sono prossimo alla partenza per un lungo viaggio, il più lungo che abbia mai affrontato e ne sono entusiasta. Non ho colto al volo l’occasione che mi è capitata, ma ho fatto comunque in tempo ad approfittarne per mettere qualcos’altro nel bagaglio delle mie esperienze.
Credo sempre meno alle coincidenze ma continuo a chiamarle in questo modo perché non voglio azzardare più di quanto mi consentano le mie intuizioni. A volte la sincronicità di Jung mi sembra che assurga la rango di scienza esatta, però non me ne convinco mai abbastanza e dunque ne resto solo affascinato, mai persuaso! Mi aspettano diciotto ore di volo e altrettante di attesa negli aeroporti. Vorrei uscire illeso da un disastro aereo per fare marameo alla morte, però se io dovessi davvero precipitare mi piacerebbe che le correnti dell’Atlantico (o quelle del Pacifico) avessero cura di portare i miei effetti personali sulle rive battute dai passi di una persona sola. Anni fa mi ero ripromesso che il mio prossimo viaggio sarebbe stato accanto a qualcuno e così per un po’ ho tessuto fantasie d’unione alle quali non sono mai seguiti intrecci di altro tipo: non sono riuscito a tenere fede a quel proposito perché di fede non ne ho trovata.
Come al solito cerco di viaggiare il più leggero possibile, perciò mi porto dietro poco di più di quanto serve per coprire la nudità adamitica: qualche libro, un paio di scarpe per correre, il mio passaporto, la patente internazionale e un paio di dispositivi elettronici (come sarebbero stati definiti un tempo, quand’ancora certa tecnologia non era diffusa come oggi e come forse lo sarà ancor di più un domani, magari con un’accresciuta consapevolezza di tutto il resto).
Prima di ogni partenza c’è sempre una traccia che ascolto più di altre e Sono un uomo di Claudio Rocchi è quella in cui adesso trovo maggiore risonanza: insomma, frequento quelle frequenze.
Buona fortuna a chiunque stia riprendendo quota, in volo o sul livello del mare.

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10
nov

Linee (dritte), curve, mandala

Inviato lunedì 10 novembre 2014 alle 23:10 da Francesco

Quando andavo a scuola seguivo di rado le lezioni, ne ero incapace, e silenti inquietudini non mi agevolavano, così, ogni tanto, per ingannare il tempo tracciavo sui libri o sui quaderni delle linee e delle curve dalle quali ricavavo degli spazi vuoti che poi riempivo con lo stesso inchiostro. Quell’espediente mi rilassava e le spiegazioni degli insegnanti mi scivolavano addosso come gli eventi scivolano su chi abbia raggiunto un certo grado di coscienza. Solo dopo qualche anno ho associato quegli apparenti scarabocchi a dei simboli vedici, ovvero i mandala.
Circa una settimana fa ho acquistato dei libri che porterò in un lungo viaggio la cui partenza è imminente: testi di cui preferisco possedere un’edizione cartacea quantunque non abbia alcuna intenzione di lasciare a casa il mio Kindle e la sua portentosa comodità. Insomma, durante i miei acquisti mi sono imbattuto in un libro illustrato dei mandala di Kamala Murty che ho apprezzato subito per la sua semplicità. L’intento dell’opera è quello di fornire un’ampia gamma di mandala che rappresenti uno spettro altrettanto esteso di stati d’animo. Jung si occupò di questi e di molti altri simboli, inoltre egli stesso ne esperì gli effetti terapeutici; così quest’oggi ho preso un foglio bianco, ho scelto il mandala più adatto a me e l’ho ricalcato prima di colorarlo con quattro matite: una rossa, una verde, una viola e una blu.
”Incassare le delusioni”, così titola la pagina che introduce il simbolo suddetto. In poche righe è spiegato molto bene ciò che per taluni è impossibile da capire. Mi ha colpito la capacità di sintesi del seguente passaggio: “Mi aspettavo probabilmente decisioni e azioni dall’altra persona che non corrispondevano alla sua natura. Se i miei sogni per nulla realistici vanno a monte, non posso dargliene la colpa, anche se mi sento ingannato e sono infuriato”.
La spirale centrale di questo mandala rappresenta la delusione recente, le spirali più piccole le delusioni che l’hanno preceduta, ma ci sono altre forme che si palesano e queste simboleggiano le speranze. Il testo recita: “Nella misura in cui il mio sguardo diviene più libero, riconosco che la mia vita non è suggellata soltanto da affanno e dolore, ma tra le delusioni-spirali sbocciano delle forme piene di speranza”.
Quando ho ricalcato il primo cerchio ero scettico, quando ho finito di colorare l’ultimo spazio ero calmo, forse sereno. Non so se sia stata l’autosuggestione o cos’altro, però riproverò di sicuro. In questo caso ho usato il verde della speranza e il rosso della passione (inespressa) per le spirali (le delusioni) poiché vanno di pari passo. Il rosso l’ho usato anche in alcune forme che io non considero speranze (come suggerito dal testo) ma sublimazioni (cioè passioni incanalate altrove). Il viola (che non si distingue granché dal blu a cui sono ricorso) rappresenta le forme a cui anch’io attribuisco il valore di speranza: speranze diverse a cui il verde non appartiene più. Il blu indica la dimensione terrestre, il cerchio rosso quello della passione che separa le spirali da ciò che invece compone speranze autentiche, di cui forse non ho neanche contezza, e difatti il cerchio esterno è viola come le forme anzidette.
Sto cominciando ad avvertire la necessità di tornare il più indietro possibile a tutto quanto v’è d’archetipico. Sono alla ricerca di un passato che non si trova sui libri di storia: intanto vivo.

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8
nov

Di novembre

Inviato sabato 8 novembre 2014 alle 16:51 da Francesco

E fu così che una mattina di novembre mi ricongiunsi con una parte di me. Adesso ogni cosa è al suo posto e di posto ve n’è ancora tanto. Sono ispirato da una nuova e spontanea vivacità che mi ha colto senza preavviso ma di cui conosco l’origine: quest’ultima si trova laddove le parole sgorgano nel pieno del loro senso e chiudono i cicli prima di sfociare nel passato.
Riesco a vedere con chiarezza i miei moti interiori tanto nei momenti bui come in questi scampoli di luce, tuttavia non posso orientarne la direzione a mio piacimento e non so se questo limite sia un bene o un male. Senza rendermene conto sono capitato su un piano dell’esistenza in cui gli esiti non contano nulla perché tutto verte sul modo in cui questi si delineano: chissà quanto ci resterò. Tutte le cose e le circostanze a portata d’uomo mi sembrano volubili, però mi chiedo se siano davvero tali o se vengano rese in questo maniera dalle percezioni che le mediano nel linguaggio del pensiero: com’è ovvio quest’ultima ipotesi a me pare la più plausibile.
Prima tetra e opprimente, ora dotata di senso e quasi confortante: questo è lo stato attuale della desolazione in cui versa una parte di me, come se fosse passata dalla notte al giorno o viceversa. Non ho vincoli da sciogliere né ponti da tagliare e forse per adesso è meglio così.

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1
nov

Il corpo, la mente e la manutenzione ordinaria

Inviato sabato 1 novembre 2014 alle 23:53 da Francesco

Non ho mai avuto un sogno lucido e non sono stati degli sforzi intenzionali a produrre quei rari bagliori della coscienza che ho esperito nel corso di certe fasi oniriche. Forse non sono portato per questo genere d’attività o può darsi che io non mi ci sia impegnato abbastanza: ho provato anche ad avvalermi dei toni binaurali e isocronici, ma non mi hanno aiutato e d’altronde temevo che non funzionassero. Che si trovi proprio nella mia mancanza di aspettative l’ostacolo più grande per questo ordine di cose e per tutto il resto? Sono immune a qualsiasi effetto placebo?
Se fossi riuscito ad acquisire anche solo una parziale padronanza dei miei sogni avrei potuto trovare in quelle esperienze delle utilissime valvole di sfogo per la vita vigile e avrei facilitato il decorso del mio attuale periodo di transizione. Per Freud l’Io non è padrone a casa sua, però in qualità di ospite a me basterebbe un’accoglienza più calorosa da parte dell’inconscio.
Intendo riprendere il lavoro sul pranayama: ho smesso d’interessarmi al respiro quando pareva che quest’ultimo stesse per mancarmi. Sono tornato in pianta stabile sulla mia via anche se di tanto in tanto odo in lontananza delle frane innocue. Ho in serbo ulteriori piani per la cura della mia persona: tutte cose che posso fare da solo e nelle quali tale facoltà è ipso facto un dovere. La corsa continua ad essere alla base del mio equilibrio psicofisico e mi rendo conto di come ora me la goda più di quanto l’agonismo mi consentisse di fare. Stamattina ho percorso quindici chilometri in cinquantanove minuti e quarantanove secondi, ovvero con un ritmo di un secondo inferiore ai quattro minuti al chilometro: mica male. I numeri esprimo fatti e ciò che mi resta.

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26
ott

Pochi minuti dopo la mezzanotte

Inviato domenica 26 ottobre 2014 alle 00:03 da Francesco

Sorseggio del tè verde ma non mi bevo speranze d’egual colore. Stanotte dormirò un’ora in più, però la mia esistenza non si allungherà di sessanta minuti.
Questo autunno per me è abbastanza solitario, come se aderisse pienamente alla mesta idea che talora evoca nell’immaginario collettivo: invero i precedenti non sono stati all’insegna della mondanità, ma quantomeno vibravano d’un fiero isolamento. Da quando ho spalancato le porte del cuore solo il vento è rimasto a sbatterle: ora di aria ne passa e se non altro respiro meglio!
Negli ultimi anni ho sempre incensato i miei periodi migliori perché lo ritenevo opportuno, ma ho speso altrettante parole per descrivere i frangenti meno sereni. Attualmente mi sento in una fase di transizione sebbene non sappia di preciso quale sia il punto di partenza né mi sia chiaro quale debba essere quello d’arrivo, un po’ come la vita stessa. Ho trascorso un settembre nero meno tragico di quello che piombò (in tutti i sensi) sulle olimpiadi di Monaco nel settantadue, ma ho dovuto comunque sacrificare intere giornate all’altare della disfatta.
Certe sensazioni sembrano simili a quei luoghi che appaiono diversi a ogni passaggio e talvolta trovo buffo come il riassunto delle puntate precedenti si ritrovi in quello che le circostanze fanno apparire come l’ultimo episodio. Non cerco empatia né consolazioni, ma estraggo da me stesso la materia prima che dopo un’attenta lavorazione costituirà la pietra angolare della mia nuova individualità. Mi chiedo dopo quanto tempo un’altra meravigliosa prospettiva metterà a rischio il mio ritrovato equilibrio (che ancora non è tale): affronterei un’esistenza più semplice se avessi la stoffa dell’anacoreta, ma paradossalmente la mia natura è più estroversa di quanto facciano credere le mie introspezioni. Intanto porto avanti tutte quelle cose che mi hanno consentito di non restare indietro o che in determinati casi mi hanno addirittura dato un vantaggio sul futuro. Insomma, basto a me stesso nella misura in cui devo, come d’altronde mi sono bastato finora, ma non mi beo di questa situazione a differenza di quanto ho fatto in passato a ragion veduta e in forza di un’autenticità che oggi ha altre sembianze, quelle dei miei attuali limiti.

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18
ott

Divagazioni sul tema del suicidio

Inviato sabato 18 ottobre 2014 alle 21:39 da Francesco

Alcuni giorni fa ho iniziato la lettura de “Il suicidio” di Durkheim, ma prima di affrontare il testo originale mi sono immerso in un’introduzione di oltre duecento pagine che mi ha dato un quadro attuale del tema. La sociologia non mi attrae poiché allo studio delle masse io preferisco quello dei singoli casi, però so che le une non sono scisse dai secondi poiché questi formano le prime. Il pensiero della morte mi accompagna fin dalla più tenera età: non ho mai tentato d’eluderlo e so anche che non potrò deluderlo. In determinati casi persino l’uso delle assonanze può essere considerato come un ricorso all’eutanasia: quella dello stile.
Malgrado le più tetre elucubrazioni non ho mai compiuto dei tentativi di suicido, infatti volente o nolente non mi fanno difetto né la salute fisica né quella mentale: tutt’al più mi sono procurato qualche problema di troppo con la mia lucidità, talora un’arma a doppio taglio.
Finora nel libro succitato non ho scorto nulla di nuovo, niente che non abbia già appreso altrove o a cui non sia già arrivato da solo, tuttavia lo reputo un ottimo lavoro di verifica e apprezzo il fatto che l’introduzione offra il proprio fianco all’autocritica, in particolare quella sulla raccolta dei dati e sulle loro comparazioni. Che anche i ricchi piangano o che, a seconda dei contesti e delle congiunture economiche, delle condizioni sociali o dei frangenti politici, determinate fasce d’età siano più esposte al rischio di uccidersi rispetto ad altre, ebbene, tali conclusioni a me erano già note. Mi ha colpito l’impiego del termine anomia con il quale Durkheim riassume la carenza di solidarietà e le sue nefaste conseguenze, ma al di là della forma non l’ho condiviso poi molto in quanto mi pare che egli lo designi come il cippo iniziale di una crisi dei valori, ciò che io ho subito associato al Crepuscolo degli idoli di Nietzsche e che dal mio punto di vista non reputo negativo. Pecco di empatia, coltivo il mio orticello dove a volte pare che nulla nasca e tutto sia già morto? Può darsi, infatti porto in un contesto autoreferenziale tutto quello che posso trascinarmi dietro dalla trattazione di cui sopra e non ho alcuna intenzione di fornire interpretazioni generali.
Per Aristotele (e chissà per quanti prima e dopo di lui) l’uomo è un animale sociale, ma io credo che ci sia una netta differenza tra la percezione di sé stessi come pecora in un recinto o come lupo in un branco: poi ci sono i disturbi bipolari che permettono il rapido avvicendarsi d’ambo le esperienze a costo della dissociazione, ma questo è un altro discorso, un’altra altalena; forse.
L’identificazione (uno dei mali che Gurdjieff e i suoi allievi hanno spesso sottolineato) mi sembra che sia una spontanea attività compensatoria: la politica, la gelosia, il tifo, la religione e tutto il resto dell’illusorietà, compresa la cultura quando sia ridotta ad un semplice accumulo di nozioni.  Io credo che sia possibile appartenere autenticamente a qualcosa o a qualcuno (non nel senso del possesso, bensì in quello stabilito da un’intesa che sappia sancire e annullare le rispettive solitudini), ma lo reputo tutt’altro che semplice, eppure non vedo a cos’altro possa tendere chi non avverta una vocazione naturale per il romitaggio (e anche nelle pratiche ascetiche ho visto molta identificazione). Thanatos prevale quando Eros latita, come i topi ballano quando il gatto non c’è, perciò, senza scadere nell’ingenuità o nella pochezza di certi sentimentalismi, condivido quanto sosteneva La Fontaine, ovvero che tutto l’universo obbedisce all’amore.

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8
ott

Zelotipie non pervenute

Inviato mercoledì 8 ottobre 2014 alle 08:14 da Francesco

Nel corso delle ultime settimane sono rimasto indietro rispetto a tutto e così già che c’ero (qui l’uso dell’imperfetto supera la perfezione) ho provato a fare un salto in un passato recente, ma sono finito nel clima artico di un’aorta meridionale e là non ho ritrovato nessuna traccia del mio primo passaggio: tutto è stato sepolto dai cristalli di neve e dai lunghi intervalli dell’indifferenza. Non ho occupato abusivamente i pensieri altrui e non mi sono infiltrato nei pertugi sottocorticali di nessuno, tuttavia ho preferito constatarlo in prima persona al fine di scongiurare ogni dubbio. Non ho raccolto degli indizi per farne una prova, ma delle conferme con cui rimuovere le velleità pregresse dalle cornici delle ipotesi future. Sulle pareti della mia mente sono rimasti soltanto dei chiodi e alcuni rivoli di sangue rappreso: adesso là dentro c’è più spazio per pensare e posso anche correrci liberamente come s’avessi a mia disposizione un castello abbandonato.
Ho ripreso con un po’ di regolarità quelle abitudini che favoriscono nuove connessioni sinaptiche e certe le ho sostituite con degli interessi quasi inediti che per lungo tempo ho mantenuto in secondo piano. Alla luce di questa tabula rasa anche le faccende quotidiane hanno perso parte della zavorra che si erano spartite con il resto del mio microcosmo: ora ci sono meno elettroni di valenza, ma più voglia di farsi valere. Non solo non m’aspetto dei riconoscimenti, ma neanche di essere riconosciuto da chi potrebbe trarre giovamento dalla mia vicinanza; non so quanto ci sia di vero nell’adagio secondo cui tutti sono utili e nessuno indispensabile, ma di sicuro non posso essere io a certificare la mia eventuale insostituibilità e già sono grato d’esserne impossibilitato.
Per quanto siano ancora incompleti, non mi aspettavo un così rapido esordio dei primi segnali del mio recupero e forse è stata una tetra ed erronea convinzione a restringerne i tempi, però dubito che l’efficacia di tale processo sarebbe stata la stessa se quell’idea sbagliata fosse stata intenzionale, come indotta a mo’ di trucco dall’autosuggestione o in seno a sotterfugi analoghi.
In questo frangente mi vengono in mente delle parole che non sono mie e nelle quali ritrovo la forza espressiva delle cose semplici: “Errori forse non esistono, solo lezioni che ti accrescono”. Mi sento come se mi stessi per affacciare ad una nuova vita, come se mi stessi per reincarnare ad opera ancora in corso, però poco importano le immagini evocative che tento di destare con alterne fortune; non sono vuoto perché ho perso qualcosa (cosa o chi, poi?), bensì lo sono in quanto devo ancora accogliere ciò che di meglio vuole farsi presenza.

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1
ott

Oltre le turbolenze

Inviato mercoledì 1 ottobre 2014 alle 17:27 da Francesco

Le ferite narcisistiche si sono rimarginate, l’Io e i suoi fratelli sono rientrati nei ranghi, è venuta meno l’utilità delle più cupe fantasie e sulle macerie dell’incantamento una desolazione foriera di nuove prospettive ha trovato la propria epifania: tutto qua?
Ho seguito l’intero decorso della mia disfunzione emotiva come se ne fossi stato io l’artefice, il deus ex machina, ma ancora una volta l’introspezione ha rivelato la mia tendenza strutturalista. Al di là dei paroloni (o immediatamente prima) si trova un silenzio più consono alle circostanze e nient’affatto rivelatore: per renderlo mistico dovrei ordinare dei pezzi di ricambio compatibili con la mia indole. Forse a restarsene chiusi tra gli infrarossi e gli ultravioletti si rischia di sviluppare una forma di claustrofobia esistenziale: è disarmante quanto v’è d’inosservabile tra le anguste strettoie del visibile. Non voglio scadere nell’ontologia né in audaci e inutili cerebralismi, ne ho le palle piene delle elucubrazioni, ma cerco di restare attonito il più a lungo possibile davanti alla precarietà della vita perché non confido nell’imminenza di altre meraviglie.
Adesso non ho progetti a lungo termine e la mia attenzione agisce a corto raggio, sicché non ho un posto dove ripararmi dalle folate del futuro che sferzano il mio atollo; e tutt’attorno l’oceano. Qualche volta ho la sensazione che la strada più agevole per l’avvenire si snodi a ritroso, lungo le profonde e insondabili radici genealogiche, laddove i nomi e le azioni dei miei antenati sono tutt’uno con la dimenticanza. Potrei imparare molto dalle esistenze che mi hanno preceduto se mi fosse concesso di vederne le repliche sul grande schermo della memoria: secolo dopo secolo, a forza di notare sempre gli stessi errori, sono certo che verrei colto da più d’un déjà vu e finirei per guardare il presente a colori, senza prove tecniche di trasmissione.
Chissà tra i miei progenitori qual è stato colui (o colei) che più s’è distinto nella ricerca di sé, in pieno accordo con ciò che è (o non è) il tempo biologico: chissà in quale epoca ha vissuto, quali sono state le sue tappe evolutive e il suo ultimo pensiero, il moto di congedo della sua mente. Che il progresso tecnologico espanda i limiti dello scibile è innegabile, ma oltre al sapere v’è un ordine di problemi che riguarda l’essere e per quest’ultimo forse la strada è già stata battuta in tempi lontani: le orme sono molte ed è difficile capire quali siano quelle da seguire, ammesso e non concesso che poi debbano portare da qualche parte. In fede, io e il mio ateismo.

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20
set

Letture propedeutiche

Inviato sabato 20 settembre 2014 alle 22:55 da Francesco

Qualche volta mi domando se valga davvero la pena approfondire la conoscenza di me stesso e dei miei simili, ma puntualmente mi rendo conto che si tratta di un processo irreversibile al quale ormai non posso più sottrarmi. Sono sceso troppo in profondità per rivivere in superficie e non me ne vanto, bensì mi limito a constatarlo con una punta d’inutile orgoglio.
Al di là delle credenze comuni e dell’iconografia tradizionale su cui le prime si basano, io penso che sotto gli abissi possano aprirsi nuovi cieli dove dimorare o ripetere la caduta, ma non mi illudo di trovarne l’accesso tramite qualche testo universitario: i libri mi servono per sgombrare il traffico. Malgrado tutto, mai come in questo periodo ho sentito così tenue, quasi annullata, la contrapposizione tra cuore e mente. Ho perso un po’ di superbia, ma forse ora ho più umanità.

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16
set

Catabasi

Inviato martedì 16 settembre 2014 alle 14:59 da Francesco

Ho assunto una certa noncuranza verso il parossismo settembrino, tuttavia non so ancora se si tratti di uno sviluppo positivo o controproducente: confido nell’insindacabile giudizio del tempo. Ho esasperato all’inverosimile i miei moti interiori e può darsi che in questo modo sia riuscito a prevenirne le conseguenze più nefaste, ma tale manovra mi è costata un po’ di serenità.
Due sere fa ho avuto un momento di profondo sconforto, perciò mi sono seduto sul letto, ho chiuso gli occhi e ho cercato di sgombrare la mente da qualsiasi pensiero: se ora fossi incauto o superficiale alluderei alla meditazione. In realtà non sono riuscito a fare altro che ad assistere ai rapidi, intensi e acrobatici avvicendamenti del mio stato d’animo, come se mi fossi ritrovato in una tribuna d’onore per guardare uno spettacolo che invero avrei dovuto allestire e dirigere io. Tutto passa, nulla permane: me lo ripeto a mo’ di mantra. Ricerco nuove vie per migliorarmi, ma adesso è il bisogno che mi spinge all’impresa e non sono più mosso da una semplice curiosità. Devo ritrovare la forza sopita che giace da qualche parte nei miei recessi, ma ho pochi rimasugli di sublimazione, un manipolo di sane abitudini del tutto inveterate, ed è come se fossi a capo di un’armata Brancaleone. A tratti mi rivedo anche in Don Chisciotte, però invece di combattere contro i mulini a vento mi sembra di fronteggiare delle pale eoliche sotto delle nuvole bianche. Non temo pericoli dall’esterno perché i nemici sono dentro di me. Quasi mi alletta questa nuova sfida e mi compiaccio di come la mia inclinazione a vivere si affermi su ogni altra forza contraria. Sono periodi del genere che mi dànno la misura della mia salute psicofisica e non oso neanche immaginare cosa sarebbe delle mia vita (o cosa ne resterebbe) se avessi una predisposizione organica alla depressione o se tradissi la mia lucidità con i princìpi attivi dell’autolesionismo.
È normale che talora la tristezza e la disillusione mi attraversino, tuttavia ne riconosco la natura nomade poiché in me non sono mai stanziali. Posso accompagnare il cambiamento o subirne la portata, ma è adesso che devo mettere in pratica tutto quello che ho imparato nell’età dell’oro della sublimazione; per me era facile, troppo facile restare sugli allori mentre mi sovrapponevo alle mancanze affettive grazie a quella straordinaria condizione. Io non so se qualcosa succeda per caso o se il destino dei mortali passi davvero dalle mani delle Parche, però oggi non cerco rassicurazioni né conforto. Vorrei stringere una santa alleanza, assecondare le mie intuizioni più profonde e vivere in mezzo all’ironia, ai silenzi complici e alla certezza crescente che qualcosa mi sfugge in forza della sua natura ineffabile. Intanto giro ancora.

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